Il petroliere: l’apocalisse capitalista di Paul Thomas Anderson

Il petroliere: l’apocalisse capitalista di Paul Thomas Anderson

 Il petroliere rimane il capolavoro assoluto di Paul Thomas Anderson: un ritratto spietato dell’avidità americana dominato dall’immenso Daniel Day-Lewis.

A quasi vent’anni dalla sua uscita nelle sale, riguardare Il Petroliere (2007),fa tremare i polsi. L’epopea nera diretta da Paul Thomas Anderson non è invecchiata di un solo giorno; al contrario, nel 2026 appare ancora più profetica e devastante. Liberamente tratto dal romanzo Petrolio! di Upton Sinclair, il film è molto più di un dramma storico: è la radiografia di una nazione costruita sulla prevaricazione e sul sangue. Se le sue opere precedenti, come Magnolia o Boogie Nights, brillavano per un dinamismo corale e una frenesia pop quasi Altmaniana, qui il regista cambia radicalmente pelle. Anderson abbandona l’affresco di gruppo per concentrarsi su un’unica, titanica figura, abbracciando un classicismo rigoroso che guarda più a Stanley Kubrick e John Huston. Il risultato è un’opera spietata, geometrica e priva di qualsiasi sentimentalismo.

Al centro di questo vortice c’è Daniel Plainview, interpretato da un Daniel Day-Lewis in stato di grazia assoluta (premiato con un meritatissimo Oscar), un cercatore d’argento che si trasforma in un magnate dell’oro nero, divorando tutto ciò che lo circonda. Plainview è l’incarnazione del capitalismo selvaggio: misantropo, inarrestabile, guidato da una competitività che rasenta la sociopatia (“Ho una competizione in me. Non voglio che nessun altro abbia successo”). Anderson lo inquadra come una forza della natura, un demone emerso dalle viscere della terra sporco di fango e petrolio, incapace di amare persino il figlio adottivo, H.W., usato più come strumento di marketing che come membro della famiglia.

Sangue, fede e isolamento

Il loro scontro non è solo personale, ma profondamente ideologico: capitale contro fede. Sono due forme di potere che si nutrono dell’ignoranza e della debolezza umana, destinate a collidere fino a distruggersi a vicenda. L’altra grande tematica esplorata da Anderson è la dissoluzione della famiglia. Plainview usa il figlio adottivo H.W. come un mero strumento di marketing per intenerire gli investitori, dimostrando un’incapacità cronica di amare.

Il rigore tecnico: tra polvere e dissonanze

Tecnicamente, il petroliere è un manuale di regia moderna. La fotografia di Robert Elswit (premiata con l’Oscar) sfrutta la luce naturale, il fuoco e le ombre profonde per creare quadri di desolazione polverosa. I celebri piani sequenza di Anderson, un tempo usati per mostrare l’euforia frenetica dei personaggi, qui diventano lenti, pesanti e inesorabili, sottolineando la fatica del lavoro fisico e l’inevitabilità della tragedia che incombe.

A fare da collante a questa estetica cruda interviene la colonna sonora rivoluzionaria di Jonny Greenwood. Il chitarrista dei Radiohead compone una partitura atonale, dominata da archi stridenti e percussioni inquietanti. Fin dalla primissima, magistrale sequenza muta di quindici minuti, la musica di Greenwood non accompagna l’azione, ma la aggredisce, trasmettendo un senso di minaccia che esploderà nell’apocalittico finale nella pista da bowling.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★