Nouvelle Vague è un omaggio al celebre periodo d’oro del cinema francese, colmo di citazioni, romanticismo ed amore per la settima arte.
Nouvelle Vague, diretto da Richard Linklater e scritto a quattro mani da Michèle Halberstadt, Laetitia Masson, è stato presentato in concorso al 78º Festival di Cannes, dove ha ottenuto commenti divisivi da parte della critica. Il voler raccontare gli anni più cinefili e rivoluzionari dei Cahiers du Cinèma, assumendo il punto di vista di Jean-Luc Godard, è di per sè un’operazione ostica e rischiosa, tant’è che Michel Hazanavicius, premio Oscar per The Artist, in Le redoutable (Il mio Godard) è andato incontro ad un sonoro insuccesso.
Nouvelle Vague, la trama
Parigi 1959: i giovani e sovversivi registi della rivista di critica cinematografica dei Cahiers du Cinèma: Truffaut, Chabrol, Rivette e Rohmer hanno pubblicato almeno un film, mentre il ventinovenne critico Jean-Luc Godard, interpretato da Guillaume Marbeck, ha realizzato solamente un cortometraggio, pertanto egli cerca l’aiuto del produttore Georges de Beauregard per realizzare il suo film d’esordio, Fino all’ultimo respiro. Nouvelle Vague segue la lavorazione del suddetto film, che ha fatto la storia del cinema, girato in soli ventuno giorni di riprese, con Aubry Dullin nei panni di Jean Paul Belmondo e Zoey Deutch che interpreta Jean Seberg.
L’equilibrismo cinefilo di Linklater
Nouvelle Vague ha il pregio di non essere nè una mera agiografia, nè un racconto respingente per il pubblico meno avvezzo a conoscere la storia del cinema. Sebbene il film possa essere visto come una commedia romantica, per chi la sa cogliere, tra il mondo della settima arte e i personaggi ivi rappresentati; l’opera, nella sua linearità, centra l’obiettivo di restituire il pathos e le tensioni che animavano gli anticonformisti critici e registi dei Cahier du Cinéma.
Il lungometraggio ha il merito di far immergere, anche lo spettatore che non conosce le vicissitudini e gli autori dell’epoca, nell’atmosfera francese in piena rivoluzione cinematografica. Allo stesso modo Nouvelle Vague, strizza l’occhio, scevro di pedanteria, al pubblico cinefilo che si emozionerà in virtù degli incontri con Robero Rossellini, Jean Pierre Melville e Robert Bresson, e si divertirà ad assistere e svelare i misteri dietro i caotici giorni di riprese, che ci hanno consegnato il film manifesto, Fino all’ultimo respiro.
Nouvelle Vague e il citazionismo
Il summenzionato equilibrio, tuttavia, si infrange parzialmente, dinanzi ad una pletora di registi, sceneggiatori, critici, attori, attrici e produttori che compaiono durante l’opera. La maggior parte di questi sono solo mostrati e nominati, con una rapida didascalia che identifica il personaggio, e non hanno alcuna funzione narrativa. Il rischio a cui va incontro Linklater è di depauperare il citazionismo, scivolando in un intento pedagogico.
Argomentazioni simili, che producono un risultato differente, sono quelle poste in essere in merito all’impianto citazionista della sceneggiatura. Nouvelle Vague è saturo di riferimenti cinematografici, i personaggi parlano, quasi, solo attraverso i film che hanno visto ed amato; ciò contribuisce a far emergere il vivido ideale che animava i giovani autori dei Cahiers du Cinèma. D’altronde una pellicola espressione del periodo più citazionista del cinema tout court, non poteva che essere a sua volta rappresentata da un opera marcatamente citazionista.
Fino all’ultimo respiro
Nouvelle Vague, girato in bianco e nero, ha il merito di restituire allo spettatore la complessità di realizzare un film iconico come Fino all’ultimo respiro, attraverso un approccio quasi documentaristico che, con perizia, si amalgama ad un’opera di finzione.
Le riprese per strada, con la luce naturale indice di puro realismo, l’uso dell’improvvisazione, i jump cut che la montatrice di Godard non riesce a comprendere, la camera a mano di Raoul Coutard ed i personaggi che parlano direttamente in macchina, sono tutti elementi caratterizzanti la vera realizzazione di Fino all’ultimo respiro, e Linklater li ripropone, rendendoli inseriti, magicamente, al servizio della sceneggiatura del suo Nouvelle Vague.
Nouvelle Vague, in conclusione
L’ultimo lungometraggio di Richard Linklater è una fedele riproduzione del movimento cinematografico e culturale francese della Nouvelle Vague. L’opera raggiunge un ragguardevole equilibrio tra omaggio cinefilo e racconto dal taglio documentaristico. Ciò che non convince del tutto è il coinvolgimento emotivo, elemento caratterizzante le opere interpretate da Jean Paul Belmondo e Jean Seberg; in particolare il voler enfatizzare troppo lo spirito artificioso, sovversivo e artigianale, messo in atto durante le riprese di Fino all’ultimo Respiro, fa venire meno la magia del cinema, che paradossalmente, seppur in un contesto del tutto differente, era più viva e presente in The Disaster Artist di James Franco.