Orfeo, un film artigianale e ipnotico tra animazione e poesia visiva. Il mito di Orfeo ed Euridice in un’esperienza sensoriale unica.
Diretto da Virgilio Villoresi e scritto insieme ad Alberto Fornari, Orfeo introduce nel panorama italiano una riflessione complessa sulla sopravvivenza del mito nel cinema.
Presentato in anteprima mondiale alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia ‒ tratto dalla prima graphic novel italiana, Poema a fumetti, di Dino Buzzati ‒ il film si configura come un luogo di incontro fra tecniche analogiche, linguaggi animativi e genealogie estetiche.
La trama
La pellicola segue la discesa nell’Oltretomba di Orfeo (Luca Vergoni), pianista solitario, dopo la perdita dell’amata e misteriosa Eura (Giulia Maenza). Per seguire il fantasma della donna, il ragazzo si avventura oltre una porta nascosta in via Saterna, ritrovandosi in un aldilà abitato da Melusine, parate di scheletri e creature animate che sembrano emergere da un sogno febbrile.

Orfeo, la recensione
In un’epoca in cui l’immagine digitale aspira a diventare trasparente, immateriale, invisibile nei suoi processi, Villoresi compie un gesto quasi politico con il suo primo lungometraggio, riportando il cinema al suo peso, alla sua grana, alla sua manualità con pellicola 16mm, stop‑motion in passo uno, modellini, trucchi ottici pre‑cinematografici. Una fantasmagoria artigianale tra mito, animazione analogica e cultura visuale europea.
Il regista toscano, che ha affinato il proprio linguaggio nella pubblicità, nei videoclip e nelle installazioni visive ‒ mondi in cui l’impatto iconico conta più della profondità psicologica e in cui l’immagine deve colpire immediatamente, prima ancora di raccontare ‒ lascia la sua impronta chiara ed evidente nel suo film d’esordio, privilegiando la costruzione rigorosa del quadro, la ricerca di un’immagine “totale” e la sapienza artigianale del gesto tecnico.
Colpisce come Villoresi sia stato capace di lavorare sulla superficie visiva adottando una precisione da orologiaio dell’immaginario, riportando l’universo buzzatiano, sospeso tra parola e immagine, a nuova vita in una dimensione pienamente cinematografica, multistrato e transmediale.
Tuttavia, la drammaturgia di Orfeo finisce per essere penalizzata dall’elaborata impostazione visiva — ricchissima, barocca, sempre in primo piano — che concede poco spazio allo sviluppo narrativo e alla profondità psicologica dei personaggi.

Figure simboliche e limite della psicologia dei personaggi
Le scene, pur affascinanti, procedono come elementi isolati, limitando la possibilità di creare una progressione emotiva coerente. Orfeo ed Eura non sono personaggi nel senso classico del termine. La loro costruzione non mira alla complessità interiore, ma alla funzione mitica e iconica: Orfeo è vettore del mito e non un soggetto pieno; Eura, pura apparizione, un’idea. La loro vicenda non evolve, non si stratifica psicologicamente.
Il risultato è una partecipazione emotiva limitata, in cui si ammira il film, ma raramente lo si sente. In definitiva, Orfeo è un’opera pensata per essere guardata e analizzata, ma non vissuta.
Anche la colonna sonora di Angelo Trabace (composta prima delle riprese), grazie al ritmo continuo e ipnotico coerente con la natura visionaria dell’opera, è al servìzio delle immagini di cui diviene principio generativo.
Conclusioni
Orfeo è di una complessità iconografica rara nel contesto italiano, volutamente citazionista (da Méliès, Cocteau, Švankmajer, passando per il surrealismo europeo, l’animazione dell’Est e il gotico italiano) in cui traspare un amore cinefilo autentico, enciclopedico da parte del regista.
Ma l’affastellarsi di riferimenti visivi può a tratti creare una sensazione di saturazione in cui lo spettatore rischia di perdersi a causa della mancanza di un asse emotivo a cui aggrapparsi.