L’Amleto viene rivisitato in Scarlet, film dalle atmosfere meravigliose in grado di far interrogare sulle grandi questioni della vita (e della morte).
Scarlet è il nuovo lungometraggio animato diretto da Mamoru Hosoda, dopo il successo ottenuto dal regista con Belle (2021). Ci troviamo nella Danimarca del Medioevo, dove Scarlet, figlia del re Amleth, è alla ricerca di vendetta nei confronti dello zio Claudius, colpevole di aver usurpato il trono ed aver ucciso il padre della ragazza. Realizzato con un misto di animazione 2D e 3D, il film prodotto dallo Studio Chizu è stato presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia. In Italia è stato distribuito da Eagle Pictures in lingua originale con sottotitoli in italiano.
L’Amleto è solo un’impalcatura
Il riferimento all’opera di Shakespeare è evidente: nomi, eventi e sviluppo ricalcano quelli presenti nell’opera dello scrittore britannico. Tuttavia questo non è che uno scheletro, una cornice nella quale raccontare altro. Scarlet, nel tentativo di vendicare il padre, viene uccisa dallo zio Claudius e finisce in una sorta di Limbo. Qui, ossessionata dalla vendetta, inizia il suo viaggio intrecciando il percorso con quello di Hijiri, un infermiere del nostro tempo finito a vagare fra le lande dei morti. Lentamente i due iniziano ad influenzarsi a vicenda, mentre continuano il loro cammino verso le Terre Infinite, dove la principessa spera di poter incontrare suo zio per portare a termine la sua missione.
Un reame fra due mondi
L’Aldilà immaginato da Hosoda è un regno dove, lo si capisce da subito, tempo e spazio non esistono. I vivi condividono quelle terre con i morti, il cielo ricorda un oceano fluttuante e le aride distese di roccia e sabbia sembrano non avere fine. Anche qui, però, esiste qualcosa di simile alla morte. Perfino coloro che sono già defunti devono combattere per non essere dissolti, sottolineando come gli esseri umani abbiano bisogno di una motivazione, di qualcosa che li spinga a continuare la loro esistenza. C’è chi trova nel supporto reciproco la spinta ad andare avanti, chi invece preferisce la prevaricazione e perfino chi, come Scarlet, è mosso dal proprio obiettivo personale. Diventare parte del nulla spaventa tutti, ma il regista ci suggerisce che forse non è la fine peggiore.
Cosa significa vivere?
La trama è molto semplice e serve ad Hosoda solamente per poter trattare le tematiche che il regista ha scelto di inserire. La guerra e la vendetta, ma anche come queste si propaghino attraverso le generazioni, sono centrali nel racconto. In contrasto con la battaglia di Scarlet abbiamo Hijiri, un ragazzo dal cuore buono che permette alla ragazza di immaginare un mondo in cui i conflitti sono stati risolti. La necessità di rimanere umani, anche quando la vita ha abbandonato il nostro corpo, sembra essere la risposta alla domanda che spesso viene affrontata nel film. Cosa significa vivere? Cosa significa morire? Il finale, in tal senso, ci mostra come i concetti di vita e morte siano forse più inerenti all’animo umano, piuttosto che alla vitalità della carne.

L’impatto visivo di Scarlet
L’innovazione in Scarlet passa attraverso la sapiente miscelazione delle tecniche di animazione. La scelta del 2D per le scene nel mondo dei vivi e del 3D per il mondo dei morti crea un contrasto forte, riconoscibile, in cui le influenze orientali ed occidentali riescono ad unirsi per creare un unicum. Il risultato sono dei paesaggi fortemente suggestivi, con molte delle inquadrature che sembrano essere dei veri e propri dipinti in movimento. L’epicità e la grandezza dell’aldilà passano anche per le immagini che Hosoda è riuscito a realizzare. Ottime le scene di combattimento, in cui emerge la sapienza del regista.
La sperimentazione ha un costo
Se è vero che gran parte della sperimentazione messa in atto da Hosoda risulti convincente, è inevitabile che porti con sé alcune problematiche. Alcune inquadrature in particolare sembrano un po’ “grezze”, con un forte contrasto fra la maestosità degli sfondi e la rigidità dei personaggi. Il 3D sembra necessitare in alcuni momenti di essere ulteriormente rifinito, sensazione che emerge soprattutto nei cambi rapidi dai primi piani alle riprese a figura intera. Inoltre, la volontà di inserire tematiche così importanti finisce inevitabilmente per mettere in secondo piano la struttura narrativa. Difetti che non pregiudicano certo la godibilità del film, ma che forse si sarebbero potuti sistemare.
Scarlet, in conclusione
L’utopica pace ricercata da Hijiri è la chiave di lettura del film. Scarlet è un viaggio alla ricerca di una verità sfuggente, che non viene mai esplicitata ma che risuona prepotentemente nel lavoro di Hosoda. Per gli amanti del regista è sicuramente un’opera da non perdere, ma è per tutti un viaggio per cui vale la pena il biglietto. Il film non cerca di far empatizzare lo spettatore coi suoi personaggi, ma piuttosto chiede di essere osservato per trovare risposte non così immediate. I difetti non sono così rilevanti da penalizzarne la visione. Peccato per la mancanza della doppia opzione lingua originale/doppiaggio che forse avrebbe permesso a più persone di avvicinarsi a quest’opera.