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Un film fatto per Bene: Maresco si racconta
Un film fatto per Bene è l’ultima opera di Franco Maresco, non è solo un film ma una vera e propria invettiva contro il modo di fare cinema di oggi.
Franco Maresco, maestro dello sconvolgimento dei codici cinematografici e della satira, firma un’opera che mette in scena un interrogativo esistenziale su cos’è il cinema oggi, sul ruolo dell’autore e sul senso stesso di fare arte oggi, quando tutto sembra naufragare nelle contraddizioni della loro stessa creazione.
L’opera è stata presentata in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e uscita nelle sale italiane nell’autunno 2025. Un film fatto per Bene è ora disponibile su Now.
La trama (quel che ne resta)
Un film fatto per Bene nasce come tentativo di raccontare una delle figure teatrali più iconoclaste del novecento, Carmelo Bene. Ma ciò che avrebbe dovute essere un film biografico o un documentario dedicato a Bene si trasforma presto in un pretesto per esplorare qualcos’altro: un racconto filmico che esplora fallimento, autocritica e ossessione. La trama parla di un film in cui le riprese vengono interrotte dopo un incidente sul set e la frustrazione crescente del regista (Franco Maresco), lo porta ad accusare tutti di filmicidio e scomparire nel nulla, nel senso più letterale possibile. Il suo amico Umberto Cantone si mette sulle sue tracce per raccogliere testimonianze e restituirci un ritratto frammentario di un’opera impossibile da completare ma anche di un Maresco impossibile da raccontare.
Cinema morto, cinema ferito
Carmelo Bene è contro il cinema di testo, e forse è proprio da questo concetto che parte Franco Maresco per il suo film. La pellicola ci appare inizialmente come un mockumentary di matrice Wellesiana, in cui si prova a raccontare Maresco ma si arriva alla conclusione che nessuno conosce davvero l’autore, tutti ne danno una definizione diversa e in nessuna di queste lo ritrova il suo amico e collaboratore storico Cantone. Possiamo forse definirla una metanarrazione che cerca di svelare il regista ma sopratutto scopre il sistema cinematografico italiano contemporaneo.
Maresco ci mette al suo interno tutti i suoi miti cinematografici a partire da Pasolini fino ad arrivare a una partita con la morte bergmiana, per ottenere come risultato un’opera in cui emerge la sua visione pessimistica della settima arte contemporanea che si trova in crisi. Un mondo che è incapace di fare cinema d’autore ma rimane intrappolato nei suoi stessi limiti produttivi. Questo spirito nichilista impregna ogni scena del film, ma è dentro Franco Maresco stesso. Il nichilismo sembra averlo accompagnato per tutta la vita, fin dall’esordio con Daniele Ciprì.
L’autore ci fa arrivare tutto il suo dolore per un cinema che è morto, ferito, ucciso dalle stesse persona che dicono di amarlo.

Autoritratto
Alla base di Un film fatto per Bene c’è un’autorappresentazione crudele e ironica di Maresco stesso, personaggio protagonista oltre che autore. Il regista non vuole costruirsi come mito, come qualcuno che è riuscito nel suo intento, ma si costruisce come un vero e proprio fallimento, che ride delle proprie manie ma anche delle proprie aspirazioni artistiche, che anche al pubblico sembrano folli. Maresco costruisce un parallelismo tra la sua figura che non si può raccontare fino in fondo e il cinema odierno, o meglio il modo di fare cinema odierno. La produzione della pellicola ci sembra uno scontro continuo tra la creazione e l’impossibilità di finire ciò che si è iniziato. L’autore mette in piedi un vero e proprio atto d’accusa verso l’omologazione dell’industria cinematografica, e si scaglia contro la narrativa convenzionale.
Franco Maresco ci porta in un mondo fatto di emarginazione, ci sentiamo abbandonati come lui si sente abbandonato dalla sua stessa produzione, e allora ci chiediamo: che senso ha fare cinema al giorno d’oggi?
Addio al linguaggio
Un film fatto per Bene non è sicuramente una pellicola classificabile per genere o che si può ingabbiare in un linguaggio chiaro e preciso, perché non è quello che la pellicola vuole essere, anzi se riuscissimo davvero a definirla in un genere, risulterebbe quello che l’autore critica fortemente. Il film si presenta con un linguaggio ibrido: gioca col bianco e nero e alcuni momenti di colore, gioca con la memoria del cinema italiano e con la memoria dell’Italia stessa. Le scelte sonore, tra distorsioni, silenzi e rumori, creano una paesaggio sensoriale e discontinuo. Non si mira ad avere una bellezza formale, ma a restituire una verità sporca per un ambiente sporco. Uno dei punti più interessanti è forse il gioco continuo di rimandi, citazioni e deformazione delle iconografie cinematografiche classiche, una sorta di dialogo, spesso scontro, continuo con la Settima Arte.
In conclusione
Sarebbe falso dire che Un film fatto per Bene è un film per tutti o un prodotto da consumo immediato. É un manifesto estetico e filosofico che prende a pugni il concetto stesso di cinema, con un’ironia feroce e un’intelligenza che non lasciano indifferenti. In un’epoca in cui si scende a compromessi, Maresco si rifiuta e usa l’autodistruzione come forma espressiva. Un atto di amore e odio verso un’arte che ha perso coraggio e visione. Non ci chiede di capire la pellicola ma ci da la possibilità di confrontarci con un cinema che rivela nuove possibilità di pensare e sentire ciò che significa fare cinema.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.3
★★★★★