Boots, la recensione

Boots, la recensione della nuova serie Netflix in top 10

Boots affronta con piglio ironico il machismo all’interno del corpo dei Marines, soffermandosi sulle illusioni e la voglia di rivalsa delle giovani reclute.

La serie, che ha debuttato al settimo posto fra le più viste su Netflix USA ed è ora al terzo posto in Italia, è un adattamento del libro-memoir The Pink Marine di Greg Cope White. White, showrunner della serie ideata da Andy Parker, è stato nel corpo dei Marines per circa 6 anni, quando era ancora vietato essere omosessuali. La serie ruota intorno proprio al personaggio di Cameron Cope (Miles Heizer). Un diciottenne gay della Louisiana che per sfuggire alla propria vita, fatta di bullismo e disillusione, decide di entrare nel campo d’addestramento dei Marines insieme al suo migliore amico Ray McAffey (Liam Oh).

L’ “unico problema” è che negli anni ’90, periodo in cui è ambientata la serie, negli Stati Uniti era vietato prestare servizio nel corpo dei Marines se gay. Era un periodo di vera e propria “caccia all’omosessuale”, con processi per condotta amorale e sodomia. La serie, però, mette in evidenza come, nonostante l’omofobia e la pressione a volte insostenibile sui giovani, l’ambiente della caserma possa essere formativo e spingere a prendere coscienza su sé stessi. Lo stesso White ha affermato che il periodo trascorso nei Marines gli ha dato il coraggio di dichiararsi e non vergognarsi più di chi era.

Boots: serie corale che punta alla complessità

boots- cameron e ray

Boots, però, decide di non soffermarsi solamente sul percorso di Cameron e su quanto fosse ridicola e soprattutto dolorosa la persecuzione dell’omosessualità in quell’ambiente. Ma cerca di ampliare il discorso e presentare la variegata compagine umana di chi decide di arruolarsi.

Quindi, abbiamo chi lo fa per denaro, per poter mantenere la propria famiglia. Chi per rendere orgogliosa quella stessa famiglia. Chi perché “destinato” per via del contesto in cui è cresciuto. Chi per evitare una pena detentiva. E chi semplicemente perché non ha altre alternative.

Poco spazio viene lasciato alla retorica della “difesa della patria”. Anche se è evidente che l’addestramento ha uno scopo, oltre che fisicamente formativo, ideologicamente orientato. Gli istruttori, decisamente umanizzati, cercano di spingere al limite le reclute, soprattutto psicologicamente. D’altronde, stanno preparando dei giovani ad andare in guerra quando sarà necessario. E soprattutto ad “uccidere”.

La serie punta alla complessità e all’inclusività, cercando di tenere tutte queste contraddizioni insieme. Ne risulta un prodotto di grande intrattenimento ma che lascia spazio anche alla riflessione. Viene evitata ogni drammatizzazione, anzi si spinge sulla commedia, nonostante vengano affrontati temi scottanti. La critica sociale c’è ma non possiamo definire Boots un prodotto antimilitarista tout court.

Il grande protagonista della serie è il sergente Sullivan

Boots: Sergente Sullivan

Alla fine del primo episodio viene introdotto il personaggio del Sergente Sullivan (Max Parker), che oltre ad essere estremamente attraente sembra fin da subito puntare Cameron. Il suo comportamento oscilla fra la provocazione e la protezione verso questa giovane recluta. Sembra proprio che Sullivan si riveda in Cameron.

È sicuramente il personaggio più interessante e d’impatto, anche grazie ai flashback che ci raccontano la sua tormentata storia. Si fa lui carico dell’elemento di drammatizzazione della serie e la prova del britannico Max Parker è molto convincente. Riesce a creare un personaggio duro ma mai veramente crudele, capace di tenerezza e pieno di valore. Insomma, il soldato ideale, come tanti lo definiscono. Cameron comincerà a guardarlo sempre più come un modello e punto di riferimento.

Viene, così, introdotto anche l’annoso argomento del “se non puoi batterli, unisciti a loro”, declinato come un “se non puoi essere gay, sii un super macho”. Cameron, però, non sembra davvero mai disposto a tradire la sua natura. Ed è la tenacia con cui rimane sé stesso che gli permetterà di sopravvivere tra i Marines.

Questo aspetto del suo carattere si manifesta soprattutto attraverso l’attaccamento e la lealtà verso il suo migliore amico Ray. Sullivan cercherà di dividerli per fortificarli ma l’affetto che li unisce sembra non poter essere scalfito da nulla. Boots punta molto sul cameratismo e i rapporti umani che si instaurano fra le reclute.

Conclusioni

Boots vuole fare ironia su un certo machismo ma anche una certa esaltazione che si ritrova negli ambienti da caserma. La serie si conclude con un finale aperto, che preannuncia quella che sarà la discesa in campo degli Usa nella Guerra del Golfo. E potrebbe essere azzardato utilizzare lo stesso taglio ironico e tutto sommato positivista nel raccontare anche il dramma della guerra.

Perché finora si parlava solo di un addestramento, anche se il sergente Sullivan non faceva che gridare alle reclute “uccidi!”. Ma in una papabile seconda stagione le cose entrerebbero nel vivo e potrebbe essere complesso trovare un equilibrio tra mitizzazione dell’eroe americano e orrore bellico.

Questo, probabilmente, è proprio il limite di Boots. Una serie che vuole alleggerire i drammi ma che non fa satira pungente. Quindi un’opera in definitiva di intrattenimento. Diventa rischioso, però, utilizzate toni “moderati” quando si parla di guerra. Anche alla luce della situazione geopolitica odierna.

Altro argomento da tenere presente è quello della ricerca di inclusività in ambienti nati per essere escludenti ed elitari. E quindi nel corpo dei Marines c’è omofobia, ma anche razzismo e sessismo. C’è un culto per l’uomo o la donna forte che reprime i sentimenti. Cambiare questi paradigmi culturali diventa quasi un controsenso in un contesto nato per creare soldati pronti a uccidere per la patria.

Un punto spinoso questo per cui probabilmente non c’è risoluzione, se non un antimilitarismo netto. Non è Boots la serie che si prende la briga di risolvere in maniera radicale il problema. Riesce, però, a restituire dignità a tutti quei giovani che per fuggire da qualcosa hanno scelto un luogo protetto che li accogliesse, offrendogli un’alternativa.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★
Storia
★★
Emozioni
★★★
🏆 Voto Totale
2.8
★★⯨