Pablo Larrain porta sul piccolo schermo i racconti di Mariana Enriquez. Il regista cileno si sposta in Argentina e ricostruisce una realtà dolorosa che prende la forma dei fantasmi. Mis Muertos Tristes è disponibile dal 24 Settembre su Netflix.
Mis Muertos Tristes, la miniserie composta da quattro episodi per un totale complessivo di 187 minuti, nasce dall’incontro tra Pablo Larrain e Mariana Enriquez. Prende spunto da diversi racconti della raccolta una Un Lugar solendo para gente sombria , tra cui il racconto omonimo e Julie. Si tratta quindi di un nuovo testo che racchiude i personaggi della scrittrice e l’universo mortuario del regista.
La trama
Al centro della storia c’è Ema, una dottoressa appena andata in pensione interpretata da Mercedes Mòran. Da quando era bambina, Ema possiede un dono terrificante: pu0′ sentire e vedere i morti. Per lei questa diventa una condizione ordinaria con cui convivere, sembrando quasi più a suo agio con i morti che con i vivi. Quando muore sua madre, Ema torna nella sua casa per convivere con una presenza che non riesce a lasciare andare. L’arrivo di sua sorella con sua nipote Julie, con cui condivide lo stesso dono, rompe gli equilibri tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.
I fantasmi, nella serie, tornano a chiedere di essere ascoltati, probabilmente come non lo sono stati nel mondo dei vivi.
Dove sta il vero orrore?
Larrain non è interessato a costruire un Horror tradizionale, non vuole spaventare con i suoi fantasmi. Vuole spaventare con quello che rappresentano e con quello che non hanno fatto in tempo a dire in vita. Sono persone che hanno faccende irrisolte, come ci insegna il film Casper. Il regista non mette in scena che la morte rappresenti la fine di tutte le sofferenze, bensì è un prosecuzione del dolore. La mamma di Ema, continua a soffrire per tutte le puntate, con un pianto dolorante che entra nella testa dello spettatore. Le tre giovani ragazze morte, rimangono con le loro ferite e continuano a fotografarsi con i visi sanguinanti. In questo modo i fantasmi rappresentano l’ingiustizia di una morte irrisolta.
Larrain posiziona questi morti in un cimitero che appartiene al mondo dei vivi, Piedrabuena è un quartiere abbandonato e governato dalla criminalità di Buenos Aires, dove persino la polizia ha paura di entrare. Questa forse è una delle scelte migliori fatte dal regista. In questo modo è più facile far coincidere i due mondi, non esiste quindi una separazione netta, uno è il proseguo dell’altro.
Ema, una strana eroina
Il personaggio di Ema non è un’eroina dell’horror classico. Non ha paura dei fantasmi, non combatte affinché loro spariscano, anzi combatte affinché rimangono nella sua vita. Convive da tutta la vita con la morte, e sembra essere diventata la sua comfort zone. Allo stesso tempo, è un personaggio ironico e tagliante, ha sempre la risposta pronta davanti a chi la accusa di essere un’assassina. Sotto questo scudo ci sono però un lutto mai elaborato, una famiglia distrutta e un rapporto con la figlia estremamente malsano.
Accanto a lei, ci sono il personaggio di Carolina, la figlia e della sorella. Questo nucleo di rapporti è tutto al femminile e rimane incastonato nei fantasmi che circondano la loro vita. L’eredità del dolore nelle loro relazioni gioca un ruolo importante. Da madre in figlia sembra essersi trasmesso questo peso, che va a sedimentarsi in un viso marchiato dal dolore.
Le criticità
Uno degli aspetti miglior riusciti è sicuramente la fotografia di Sergio Armstrong, che lavora su tonalità desaturate e fredde che rendono Piedrabuena un luogo quasi sospeso. La periferia diventa cimitero e inferno sia per chi è in vita sia per chi è morto.
Mis muertos tristes, viene presentato al festival di San Sebastián come un unico film di 187 minuti. Forse questa non è stata una grande scelta, la struttura episodica si percepisce e va a tagliare alcuni momenti che magari in un film intero avrebbero avuto bisogno di più spazio. Infatti, se i primi due episodi, in particolare il primo, rendono il racconto interessante gli ultimi due si perdono e tendono a diventare ripetitivi. Anche lo spettatore impara a vedere e ascoltare i fantasmi, che per quanto possa essere uno degli intenti della serie, diventa pesante. Poteva essere un bel film di due ore.
Un horror che non vuole spaventare
Forse il modo più corretto per avvicinarsi a Mis muertos tristes è non aspettarsi una serie horror. Quello che spaventa è la normalizzazione dell’assurdo: Ema parla con i morti con la stessa naturalezza con cui parla con la vicina di casa, anzi parla meglio con i morti che con i vivi. La serie alterna momenti macabri e situazioni quasi grottesche, utilizzando l’ironia per evitare che il discorso sociale si trasformi in una semplice esposizione di temi.
Il problema principale di Mis muertos tristes è proprio la sua ambizione: vuole essere contemporaneamente horror, dramma familiare, racconto sociale, commedia nera e riflessione sul lutto. Non tutte queste componenti riescono sempre a convivere senza attriti e la durata può mettere alla prova lo spettatore.
Il punto più forte di Larraín è che riesce a trasformare il soprannaturale in uno strumento per parlare di qualcosa di concreto. Non dei morti in quanto tali, ma di tutto ciò che una società preferisce non vedere: le persone dimenticate, la violenza, la povertà, i traumi familiari, le conseguenze dell’abbandono.
Mis muertos tristes non è dunque un horror costruito per farci paura dei fantasmi. È un racconto in cui la paura nasce dalla consapevolezza che alcuni fantasmi esistono proprio perché nessuno ha voluto ascoltarli quando erano ancora vivi.
🎬 Valutazione