Unabomber, la recensione

Unabomber, la recensione

Unabomber è il nuovo film dedicato a Theodore Kaczynski, il terrorista bombarolo che mise in ginocchio l’FBI per quasi un ventennio.

Alla lista dei titoli Netflix, prodotti con il solito modus operandi delle ultime produzioni (un po’ fini a sé stesse e con una qualità narrativa che ormai da tempo va a scemare) si aggiunge Unabomber, il racconto della storia del terrorista Theodore Kaczynski.

Il film è diretto dal regista Janus Metz  (Borg McEnroe, La cena delle spie) e si inserisce in un panorama mediale già saturo di documentari, film e serie televisive dei thriller investigativi e delle storie di serial killers e terroristi.

Non è la prima volta che si parla di Unabomber, sempre Netflix nel 2020 gli aveva dedicato un documentario dal titolo Unabomber: In His Own Words e Discovery Channel ha prodotto la serie antologica Manhunt (2017), che dedica la sua prima stagione proprio al racconto della caccia dell’FBI a Kaczynski.

Dopo 3 anni dalla morte del terrorista Kaczynski, Netflix ci rpropone, in chiave fiction, l’ “origin story” del villain andando però a banalizzare la biografia di una figura decisamente più complessa di come il regista Pedersen la mette in scena.

La storia vera: chi era Ted Kaczynski

Nato a Chicago nel 1942 e dotato di un QI straordinario, Theodore Kaczynski entrò ad Harvard a soli 16 anni, diventando presto professore di matematica a Berkeley. Appassionato di filosofia e con un profondo interesse per la lotta all’industrializzazione e al capitalismo, Kaczynski era fermamente convinto che il passaggio alla società tecnologica avesse distrutto la natura, costringendo l’uomo a snaturarsi per adattarsi alle macchine.

Nel 1969 abbandonò improvvisamente la carriera accademica per isolarsi in una casa in legno di 11 metri quadri nei boschi del Montana, senza acqua né luce, maturando un odio viscerale verso la tecnologia e la civiltà moderna.

Tra il 1978 e il 1995 portò avanti una crociata terroristica spedendo 16 pacchi bomba ad accademici, informatici e dirigenti, provocando 3 morti e 23 feriti. Ribattezzato “Unabomber” dall’FBI, pretese nel 1995 la pubblicazione su The Washington Post del 19 settembre 1995 il suo Manifesto ideologico (La società industriale e il suo futuro), attraverso il quale il fratello David ne riconobbe lo stile di scrittura e di pensiero, finendo per denunciarlo.

Arrestato nel 1996 e diagnosticato con schizofrenia paranoide (diagnosi che lui stesso rifiutò sempre), Kaczynski è rimasto un simbolo controverso di ecoterrorismo fino alla sua morte in carcere, avvenuta nel giugno del 2023.

Unabomber: un arco di trasformazione decisamente semplicistico

È proprio nel tentativo di collegare direttamente gli esperimenti di Harvard alla successiva deriva terroristica che Unabomber incontra il suo problema più serio. Il film insiste nel costruire una traiettoria di causa-effetto fin troppo semplicistica, quasi a voler diagnosticare una schizofrenia latente o a voler giustificare la furia bombarola come l’esito diretto della frustrazione nata dalle umiliazioni subite dal protagonista, finito dritto in una gabbia per topi da laboratorio.

Questo approccio riduzionista elimina decenni di vita del protagonista e finisce per addossare la responsabilità del male a un singolo evento e a un singolo individuo, ricordando la tendenza furbesca di certe produzioni true crime (come il Dahmer di Ryan Murphy) a cercare l’empatia o la spiegazione facile. Il film scivola così nei cliché di un mediocre cinecomic sulle origini di un supercattivo, vanificando quel minimo sprazzo di interesse che poteva esserci per la figura di Kaczynski. Ma d’altronde, i true crime attuali ormai non ci soddisfano quasi più.

 Il doppio binario temporale

Sembra ormai confermato esserci la tendenza a riproporre ciclicamente le stesse storie, ma ogni volta i racconti si svuotano e le narrazioni rimangono superficiali: si finisce per assistere al riassunto del riassunto del riassunto.

Dispiace ammettere che questa tendenza ha colpito in pieno anche Unabomber. Il film si affida a una sorta di origin story (fin troppo revisionista) di Theodore Kaczynski volta a indagare la “zona grigia” e i traumi giovanili che trasformarono un ragazzo prodigio in uno dei criminali più inafferrabili della storia americana.

Scritto da Sam Chalsen e Nelson Greaves, Unabomber adotta una struttura a doppio binario temporale. Da un lato seguiamo il sedicenne Ted Kaczynski (Jacob Tremblay) al suo ingresso ad Harvard nel 1958, dove viene attirato nell’orbita del professor Henry Murray (Russell Crowe) per partecipare a controversi esperimenti di condizionamento psicologico nell’ambito del progetto segreto MK-ULTRA.

Dall’altro ci spostiamo nel 1995, assistendo alle battute finali dell’indagine guidata dalla fittizia (e “casualmente” donna) agente dell’FBI Joanne Miller (Shailene Woodley), intenta a ricostruire il profilo del dinamitardo fino alla sua cattura, favorita dalla pubblicazione del celebre manifesto anarchico e dalla segnalazione del fratello di Ted.

Unabomber: troppe falle narrative

Nelle intenzioni del regista, l’alternanza tra la creazione del “mostro” e la sua caduta probabilmente auspicava a creare un parallelismo elegante e suggestivo; ma la verità è che finisce per indebolire l’intera struttura narrativa, che non da a nessuna delle due line il tempo di dispiegarsi al meglio. Si arriva così alla fine del film senza esser riusciti a empatizzare con nessun personaggio, e la storia ci scivola addosso senza impattare veramente.

Perlomeno a risollevare un po’ il tono del film c’è l’interpretazione di Jacob Tremblay che interpreta il giovane Theodore. L’attore canadese ha esordito al cinema con Room accanto a Brie Larson nel 2015 e due anni dopo con Wonder accanto a Julia Roberts e Owen Wilson. Questa volta, un Tremblay ormai ventenne, ci regala un’interpretazione abbastanza intensa, che però non trova sfogo a causa della sceneggiatura troppo piatta.

Anche Russell Crowe, nella sua interpretazione dell’ambiguo professor Murray (figura che meriterebbe un biopic a sé), si fa da parte per lasciare spazio a Tremblay. C’è poi Shailene Woodley che, interpreta l’unico personaggio totalmente inventato (non ci sono fonti che attestino la presenza di una donna nel team FBI che ha catturato il terrorista) ma rimane comunque un personaggio piatto senza con un need/want troppo superficiali. È decisamente il personaggio meno definito del trio di agenti, l’agente Joanne Miller rimane imbrigliata in un ruolo puramente funzionale allo scorrere dell’intreccio; persino i tentati parallelismi tra lei e Kaczynski (l’ostinazione, la frustrazione verso l’autorità) rimangono meri abbozzi. Inoltre, la scelta di aggiungere una donna a capo delle indagini appare come il solito contentino alla Netflix: una di quelle mosse da “quota rosa” forzata che pesa più dell’assenza di una donna nella storia.

Conclusioni

Purtroppo, il film non spicca in nulla: la sceneggiatura è superficiale e non scava in nessun personaggio, nemmeno nel protagonista. La fotografia, con lo stacco tra le tonalità ambrate degli anni ’50 e i toni glaciali degli anni ’90, è forse l’elemento più frizzante del film, mentre la colonna sonora di Marco Beltrami rimane piuttosto anonima sullo sfondo.

In conclusione, Unabomber è un biopic disfunzionale e un thriller d’indagine incapace di coinvolgere. Se l’intento era quello di chiudere con una sorta di morale o di riflessione sulla figura di Kaczynski e sul suo pensiero anti-modernista, il risultato è un fallimento completo.

Come detto all’inizio, il modo migliore per analizzare la figura di Unabomber resta la via dei documentari, come ad esempio la docuserie Netflix del 2020 Unabomber: In His Own Words: lì, almeno, la piattaforma regge ancora botta.