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How to Have Sex: Il trauma nel cinema – Sotto la superficie
Molly Manning Walker debutta con How to Have Sex, mettendo in scena il trauma silenzioso del consenso forzato. Un racconto nudo e crudo dell’adolescenza.
Ci sono traumi che non gridano, ma si annidano in uno sguardo assente. Vincitore del premio Un Certain Regard al Festival di Cannes 2023 e distribuito da MUBI, How to Have Sex segna l’esordio nel lungometraggio di Molly Manning Walker. Un film necessario, che dà voce a un dolore intimo senza retorica. Il ritratto del trauma di una teenager in vacanza con le amiche, dopo un’esperienza che le strappa via la giovinezza per sempre e che non riesce nemmeno a nominare.
Tra euforia e pressioni sociali, How to Have Sex racconta ciò che resta sotto la superficie dei giorni dell’adolescenza: il bisogno di appartenere, la paura di dire no e un consenso che non è davvero tale. Manning Walker non emette sentenze: osserva e lascia osservare. A noi, se ne siamo capaci, il compito di cogliere e comprendere.
How to Have Sex e le anime vicine, ma lontane
L’impatto emotivo del film risiede nel non detto: silenzi, sospensioni, vuoti. La camera sfiora la pelle e i corpi, li segue da vicino ma senza mai davvero attraversarli. Questo limbo si riflette nel fragile rapporto tra Tara (Mia McKenna-Bruce), Skye (Lara Peake) ed Em (Enva Lewis). Un legame che galleggia in una superficialità inconsistente, fatta di automatismi e rituali privi di reale intimità.
Nel contesto vacanziero, tutto è amplificato e svuotato insieme. Le relazioni sembrano effimere, come se tra i personaggi esistesse una distanza incolmabile, nonostante la vicinanza fisica – forse perché incapaci di connettersi e vedersi davvero. Ogni incontro diventa un tentativo di appartenere e provare qualcosa di intenso, in un mondo dove ormai nulla sembra più in grado di emozionarci. Insomma, niente è più autentico.
Alla fine, resta solo l’illusione di aver toccato il cielo, per poi scoprire che era nient’altro che aria fragile.

Un trauma che non ha voce
Una nottata sulla sabbia umida con Paddy (Samuel Bottomley), e la luce sul volto di Tara si dissolve. C’è un prima e un dopo nel suo sguardo. Non serve esplicitarlo e non serve raccontarlo: il trauma è tutto lì, in ciò che non c’è più. Una giovinezza spensierata strappata via.
Tuttavia, intorno, il mondo continua a girare e Tara diventa un’altra vittima che si spegne. Le risate si affievoliscono e la musica diventa rumore ovattato. Lei resta immobile e sola nel dolore che si annida nelle piccole crepe che nessuno vede, cosparsa da una sorta di incomunicabilità.

Sotto la superficie dell’estetica dell’eccesso
How to Have Sex mostra un mondo in cui i ragazzi si muovono come adulti, dove tutto è eccesso: corpi, alcol e parole urlate per non sopportare il silenzio della noia. Adolescenti vestiti da grandi, ignari di cosa voglia dire davvero esserlo. E così, sotto i lustrini e le luci pop, restano anime spaesate che ballano per non pensare.
Ma è dietro la fotografia forte che ritrae un mondo fasullo, che si cela il trauma di Tara. I colori saturi e le luci accecanti che invadono lo schermo, riflettono l’euforia dell’eccesso, tentando di distogliere dal problema. Ma quel dolore è ancora lì, visibile negli occhi dell’adolescente. Uno sguardo disilluso che è la lente attraverso cui percepiamo il trauma.
Il corpo va avanti, la mente resta indietro
Dopo lo shock, Tara continua a muoversi, ma come se osservasse la sua vita da lontano. Il trauma si è insinuato sotto la pelle. Il tempo si dilata e lei rimane prigioniera di un presente sospeso. Ogni giorno è identico, infinito, e Tara è solo un contenitore vuoto, abitato da qualcosa che non sa pronunciare.
Meccanicamente, si adatta a un’immagine spezzata di sé che non ha scelto, ma che le è stata imposta. I commenti frivoli dei suoi compagni di viaggio sulla notte passata con Paddy si susseguono in un flusso di superficialità. Tara rimane impassibile e impotente, in un mutismo più eloquente di qualsiasi parola.

How to Have Sex, o ciò che non si può dire
La storia di Tara non è un’esperienza isolata, e si inserisce in una narrazione collettiva in cui le aspettative dominano. La festa smette improvvisamente di divertire e si rivela il dietro le quinte: il desiderio di appartenenza e la pressione sociale. Per essere accettata, Tara si ritrova a conformarsi alla versione dei fatti degli altri. In un contesto che celebra il sesso come rito di passaggio, come qualcosa da raccontare, parlare di rapporto non consensuale diventa un tabù.
La sua verità si rifugia nell’ombra, rimanendo soffocata in un silenzio imposto, poiché persino pronunciarla è troppo doloroso, o forse semplicemente non concesso. Tanto che anche le lacrime esitano a scendere.
