Il ballo delle ingrate, la recensione su Almanacco Cinema

Il cinema di Ingmar Bergman: Il ballo delle ingrate

Per la rubrica settimanale Il cinema di Ingmar Bergman, oggi parliamo de Il ballo delle ingrate, film del 1976, poco conosciuto dalla durata di 24 minuti.

In questo breve film adattato per la televisione, Bergman mette in scena una sorta di danza dell’anima. Una meditazione, sulla vita, sulla morte, sul linguaggio non verbale, sul tempo che scorre inesorabile. È una coreografia mimica, si distacca da forme narrative convenzionali; è tutto affidato ai corpi, agli sguardi, ai volti, ai minimi dettagli.

La donna

Il film si apre con una figura femminile che introduce lo spettatore alla visione dell’opera: qui non ci sono parole, tantomeno azioni considerate come normali, è un’esplorazione dei vari stati d’animo che attraversa l’essere umano, tutto spiegato tramite movimenti.

Sono presenti quattro donne, una in particolare vestita di nero che raffigura la morte; le altre tre donne presenti, incarnano le tre età della vita. La danza, in realtà, è sostituita da un susseguirsi di gestualità, il tutto è accompagnato da musiche che intensificano l’effetto ipnotico della rappresentazione.

La bambina nella scena inizialmente sembra portatrice di vitalità e leggerezza, in realtà accende uno spiraglio di cupezza. L’atmosfera si fa pesante e la tensione prevale su ogni timida illusione di spensieratezza. La presenza della morte si fa sentire sempre di più e contamina ogni piccolo movimento con una forma di rassegnazione.

Esperienza percettiva

Bergman costruisce un’esperienza percettiva più che narrativa, chiede lo sguardo attento dello spettatore che deve sentirsi libero dai meccanismi abituali della trama. L’invito, è sempre quello di vedere oltre e di cogliere dettagli nascosti.

La seconda parte del film, ripropone più meno la stessa sequenza dopo una spiegazione sul suo significato simbolico, non serve tanto a chiarire cosa stiamo guardando, quanto ad affinare lo sguardo. L’impressione è che l’opera diventi ogni volta diversa, che qualcosa sfugga sempre e che proprio in questo sfuggire risieda il suo potere.

Il ballo delle ingrate, è effettivamente un esperimento, tra cinema teatro e danza. Un esempio estremo del bisogno di Bergman di andare sotto la superficie e di arrivare al nocciolo delle emozioni.