Da Emma Stone a Gena Rowlands, passando per Ingrid Bergman e Giulietta Masina. Le donne come muse che ispirano e plasmano grandi registi.
Se è vero che dietro ogni uomo c’è una grande donna, forse è ancor più vero che ogni grande uomo esiste anche grazie ad una grande donna.
In principio erano nove, figlie di Zeus e protette di Apollo. Le muse come divinità, anime pure, perfette. Così perfette da superare lo stato corporeo di donne, per diventare l’emblema universale di femminilità.
Quell’ideale – in maniera un po’, forse, semplicistica – fu espresso anche da François Truffautm regista della così detta Nouvelle Vague: “Il cinema è l’arte di far fare delle belle cose a delle belle donne”.
Le muse, però, non sono solo simboli di femminilità, ma soprattutto la massima espressione dell’ideale, quello astratto, vago, intangibile. Così nell’arte pittorica, nella musica e, soprattutto, nel cinema
Ma chi sono – e sono state – le grandi muse che hanno ispirato altrettanti grandi registi?
Emma Stone e il role swap: “E’ Lanthimos la mia musa”
Negli ultimi giorni il social network X (per i vecchi amici, Twitter), si è fatto portavoce di un suo personalissimo caso investigativo. Le prime domande hanno iniziato a sorgere quando, l’attrice Emma Stone, al New York Film Festival, è stata vista aggiustarsi un po’ troppo spesso i capelli.
Indossa una parrucca? È la domanda che ha iniziato a rimbalzare da un profilo social all’altro; per essere seguita, dopo poco, dalla naturale evoluzione investigativa: perché mai Emma Stone indossava una parrucca?
Non si è dovuto aspettare molto per giungere alla soluzione del caso. Qualche giorno dopo, complice una paparazzata, è giunta la conferma che l’attrice abbia effettivamente rasato i propri capelli e, poco dopo, sono anche giunte le prime indiscrezioni sul perché lo abbiamo fatto: sta girando un nuovo film con il regista greco Yorgos Lanthimos.
Quello tra Stone e Lanthimos è un sodalizio che inizia più di dieci anni fa quando girano insieme il film La favorita.
Stone racconta così il loro primo incontro: “L’ho conosciuto 10 anni fa per La favorita, mi ha invitato a pranzo. Avevo visto Dogtooth e The lobster, quando l’ho incontrata sono rimasta colpita da lui che era caloroso, molto diverso dai suoi film. Era facile parlare con lui, ci siamo divertiti a lavorare ne La favorita e abbiamo scoperto di avere gusti simili”.
Il loro sodalizio prosegue con una serie di successi: Povere Creature! film che fa vincere all’attrice il suo secondo premio Oscar come migliore attrice; Kinds of Kindness ed ed, infine, con il fim di prossima uscita Bugonia, remake del film sudcoreano, Save the Green Planet! diretto da Jang Joon-hwan.
Quando al regista viene chiesto, alla Mostra del Cinema di Venezia, se l’attrice sia la sua musa, è proprio lei a prendere la parola: “E’ Yorgos la mia musa. Abbiamo gusti comuni e ci piace ballare”.
I’m so intrigued by why Emma Stone is wearing a wig at NYFF. pic.twitter.com/hi7SrljDJk
— Jillian🫧 (@JillianChili) October 6, 2024
Giulietta Masina, una vita con Fellini
Giulietta Masina e Federico Fellini si incontrano a vent’anni e da allora non si separano più, non solo nella vita sentimentale, ma anche in quella cinematografica.
Lei non rispecchia i canoni di bellezza prestabiliti dell’epoca, e Fellini lotta con i produttori per darle i ruoli che più merita. Insieme girano La strada, Le notti di Cabiria, Giulietta degli spiriti e Ginger e Fred. La Masina contribuisce in maniera attiva al successo planetario non solo grazie alle sue brillanti interpretazioni nei film sopracitati, ma anche partecipando al lavoro sulle scenografie, alla scelta delle location, ai casting e alle trattative con le maestranze.
Si narra che, quando lei non gli era vicino, Fellini interrompesse semplicemente le riprese.
Penélope Cruz, la musa-non musa di Almodóvar
È stato proprio il regista Pedro Almodóvar, fresco del successo alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro al miglior film con La stanza accanto, che, attraverso le sue parole, ha cercato di descrivere il suo rapporto con l’attrice Penélope Cruz:
“Per me lei non è esattamente una musa, la persona che mi ispira. Lei non mi ispira storie, mi ispira qualcosa di diverso e di molto, molto importante, che è la fiducia. Poi, ovviamente, possiamo definirla una musa nel senso che, quando finisco la prima stesura e immagino le facce dei protagonisti, ne cerco sempre una che vada bene per lei o che io possa adattare a lei, perché tra di noi c’è una chimica enorme. Credo che, grazie a Penélope, io sia un regista migliore.”
Di certo, è stata il volto perfetto per molte delle sue protagoniste: dal cult Tutto su mia madre, vincitore del premio Oscar e dedicato, tra le altre, a Gena Rowlands, Bette Davis e Romy Schneider, passando per Volver, Gli abbracci spezzati, Gli amanti passeggeri, fino ad arrivare a Dolor y gloria e al loro ultimo film girato insieme nel 2021, Madres paralelas.
Ingrid Bergman, la musa dello scandalo
Comincia tutto con una lettera che recitava: “Mr. Rossellini, ho visto i suoi film e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un’attrice svedese, che parla molto bene l’inglese, che non ha dimenticato il tedesco, non riesce a farsi capire molto bene in francese e in italiano sa dire soltanto ‘ti amo’, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.
La leggenda narra che, usata la più vecchia e inflazionata delle scuse — esco a comprare le sigarette — il sopracitato Mr. Rossellini uscì di casa senza più tornare, lasciando dietro di sé la sua compagna.
È l’inizio di una delle storie d’amore che più hanno scandalizzato il secolo scorso, e gli attori protagonisti sono tutti nomi altisonanti che hanno definito un’intera epoca del cinema.
A scrivere quella lettera è Ingrid Bergman, attrice americana già vincitrice, a soli 29 anni, del premio Oscar, colei che più di tutti rappresentava quell’ideale di femminilità.
L’altra donna protagonista della storia è Anna Magnani, una delle attrici italiane più famose al mondo, colei che ha saputo incarnare il sentimento dell’italianità e, tra l’altro, anche lei vincitrice del premio Oscar nel 1956.
Lui, invece, è Roberto Rossellini, cineasta e padre del neorealismo italiano. Il sodalizio tra quest’ultimo e la Bergman è da subito esplosivo: la vuole come protagonista del suo prossimo film Stromboli (ruolo che, in realtà, era già stato assegnato alla Magnani).
La Bergman vede la sua reputazione rovinata a causa di questa turbolenta storia d’amore: da figura dai contorni quasi angelici, comincia a essere definita dai tabloid l’apostolo della degradazione di Hollywood.
Questo però non li ferma. Finché dura l’amore, rimangono insieme, hanno tre figli e girano insieme altri film: Europa ’51, Viaggio in Italia, Siamo donne, Angst e infine Giovanna d’Arco al rogo.

Sophia Loren, la diva italiana per antonomasia
Sophia Loren è la diva italiana per antonomasia, colei che è stata in grado di stregare addirittura Hollywood.
E nessuno più del regista Vittorio De Sica è stato in grado di vedere in lei un potenziale straordinario, contribuendo a forgiare la sua carriera.
De Sica la considerava non solo un’attrice, ma una vera e propria musa, capace di trasformare ogni ruolo in una performance straordinaria.
Insieme, hanno creato capolavori che rimangono nel cuore del pubblico: in primis La Ciociara, il film che le è valso un Oscar; per poi proseguire con i film Ieri, oggi e domani, Matrimonio all’italiana e I girasoli, che hanno visto in scena, inoltre, il suo sodalizio con l’attore Marcello Mastroianni, in un binomio indimenticabile.
De Sica non si limitava a dirigere; creava un’atmosfera di fiducia e libertà, permettendo ai suoi attori di esplorare e reinventare i loro personaggi. E il ricordo che ne ha oggi la Loren è pieno d’affetto: le lunghe giornate trascorse sul set, le chiacchiere e, soprattutto, “Era il primo a credere in me”.
Diane Keaton e Mia Farrow, le muse di Woody Allen
L’eccentrico regista Woody Allen, emblema del c’è a chi piace e a chi no; è famoso per il ruolo centrale che ha sempre dato nei suoi film ai personaggi femminili. E’ famoso, soprattutto, per le sue numerose muse, in un connubio dove lavoro e vita personale spesso si sono sovrapposti.
In principio c’è stata Diane Keaton, da sempre definita dal cineasta come l’amore della sua vita. I due girano insieme più di sette film, coronando il loro sodalizio nel 1977 con Io e Annie, vincitore di ben quattro premi Oscar, plasmato interamente sulla Keaton: il personaggio di Annie Hall, la protagonista, porta il vero cognome della Keaton, che la interpreta, Hall per l’appunto. Annie, inoltre, è il soprannome con cui Woody Allen chiamava la sua compagna.
Nel 1980 il regista inizia una relazione con l’eterea Mia Farrow e, nuovamente, fa sovrapporre il confine tra vita privata e vita lavorativa: insieme gireranno ben tredici film, tra cui Una commedia sexy in una notte di mezza estate e Hannah e le sue sorelle.
Si lasciano dopo dieci anni, e tra loro non rimane più nulla di quell’amore che li aveva uniti. Rimangono solo battaglie legali, accuse reciproche di molestie e uno scandalo suscitato dalla relazione del regista con Soon-Yi Previn, figlia adottiva dell’attrice.
Da allora, il regista sembra aver voluto tracciare in maniera più netta un confine: niente più muse. Non ha più scelto la stessa attrice per più di quattro film consecutivi, proprio per così evitare che fosse considerata come sua nuova musa.
Infatti, quando tra il 2005 e il 2008 gira tre film con l’attrice Scarlett Johansson (Match Point, Scoop e Vicky Cristina Barcelona), considerata da molti come la sua nuova musa, decide subito di troncare la collaborazione.
“Desidero lavorare ancora con lei in futuro, ma non voglio che sia prevedibile. Non voglio che sia considerata la mia nuova musa”.
Grace Kelly, l’attrice principessa
Grace Kelly, nell’immaginario collettivo, oltre a rappresentare quella algida sensualità, è l’incarnazione del sogno che diventa realtà: abbandona il cinema all’apice della sua carriera per sposare il principe di Monaco, diventando così la principessa Grace Kelly, la principessa di tutti (anni prima di Lady Diana, anche se in modo completamente diverso).
È nel 1954, con il film Il delitto perfetto, che inizia il sodalizio tra l’attrice e il regista Alfred Hitchcock.
Il regista, famoso per la cura quasi maniacale con cui sceglieva le sue protagoniste femminili, rimase subito folgorato da Grace Kelly: incarnava perfettamente il suo ideale femminile al cinema.
Come rivelò durante la sua famosa conversazione con François Truffaut, Hitchcock vedeva in lei una sensualità sfuggente e imprevedibile; non un erotismo ostentato, ma nascosto dietro una maschera di freddezza e distacco. Una dicotomia che lui stesso definì con l’ossimoro “ghiaccio bollente”.
La loro collaborazione proseguì con il film La finestra sul cortile e si concluse con Caccia al ladro nel 1955, girato in Costa Azzurra, che fece da sfondo all’incontro con il Principe Ranieri.

Kirsten Dunst e Sofia Coppola, un duo al femminile
Il cinema di Sofia Coppola è costellato di donne che incarnano personaggi destinati a diventare istantaneamente iconici.
Impossibile non menzionare, parlando della regista, la più famosa delle sue muse: Kirsten Dunst.
Iconico il suo ruolo di Marie Antoinette, tratto dall’omonimo film, dove insieme — attrice e regista — sono riuscite a dare una lettura completamente nuova della famosa regina di Francia: non più una sovrana distante (S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche), ma una regina-icona pop.
Il sodalizio tra le due donne è iniziato prima di questo film iconico, con un altro titolo immortale: Il giardino delle vergini suicide. L’ultimo film insieme è del 2017, L’inganno, remake de La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel.
È questo il punto focale della dialettica cinematografica di Sofia Coppola: le donne non solo come muse, ma come vero centro del film; le donne e il loro dramma interiore, spesso confinato tra mura domestiche, che siano quelle di Versailles o di Graceland (nel 2023 la regista ha diretto Priscilla, film dedicato alla figura della moglie di Elvis Presley).
Gena Rowlands, la musa delle muse
L’attrice Gena Rowlands, scomparsa lo scorso agosto, è stata forse la rappresentazione perfetta di quel confine non sempre così definito: senza di lui, lei non sarebbe mai diventata la grande attrice che è stata; di contro, senza di lei, lui non sarebbe mai stato il grande regista che è stato.
Il lui in questione è il cineasta di film indipendenti John Cassavetes, che nel 1954 diventa anche suo marito. Il sodalizio tra i due inizia nel 1959 con il film Ombre e prosegue con Gli esclusi, fino ad arrivare al film Una moglie, che valse all’attrice una candidatura agli Oscar nel 1975.
Per girare quest’ultimo film, proposto al regista proprio dalla Rowlands — che desiderava esplorare le difficoltà affrontate dalle donne nella vita e nelle relazioni —, Cassavetes si trovò costretto a ipotecare la propria casa e a chiedere prestiti ad amici e familiari.
Il sodalizio artistico e personale proseguì poi con i film La sera della prima (1977), Gloria – Una notte d’estate (1980), che valse all’attrice la sua seconda candidatura all‘Oscar e la terza ai Golden Globe nel 1981, e Love Streams – Scia d’amore (1984), per il quale venne premiata con un Nastro d’argento.
Rimasero sempre insieme, fino alla morte di lui nel 1989 e, insieme, cambiarono per sempre il mondo di Hollywood.
E ancora, chi può dimenticare le muse (una su tutte, Helena Bonham Carter) di Tim Burton? E le altre muse di Pedro Almodóvar? E le altre muse di Hitchcock, da Kim Novak al controverso rapporto con Tippi Hedren? Questi sono solo alcuni esempi delle muse che hanno costellato la settima arte; la lista di donne che hanno unito la loro carriera a quella di un regista però, è molto più lunga.