Diamanti di Ferzan Özpetek, la recensione, su Almanacco Cinema

Diamanti di Ferzan Özpetek, la recensione

C’è chi lo definisce il miglior film del regista e chi, invece, un esperimento narrativo non pienamente riuscito. Analizziamo Diamanti, per cercare di comprendere le ragioni del dualismo che divide pubblico e critica.

Ormai da un mese nelle sale italiane, Diamanti, il quindicesimo film del regista italo-turco Ferzan Özpetek, continua a dominare il botteghino nazionale. Secondo Cinetel, nella stagione corrente, il film è in testa con oltre 14 milioni di euro di incassi e quasi 2 milioni di biglietti venduti, secondo solo a Io sono la fine del mondo di Angelo Duro, uscito il 9 gennaio.

Il cast pullula di grandi nomi, 18 tra le attrici più note del panorama contemporaneo, molte già muse di Özpetek: Luisa Ranieri (È stata la mano di Dio e Modì, tre giorni sulle ali della follia), Jasmine Trinca (La dea fortuna e Supereroi), Anna Ferzetti (Le fate ignoranti – la serie), Kasia Smutniak (Perfetti Sconosciuti), Nicole Grimaudo, Milena Mancini, Sara Bosi, Loredana Cannata, Paola Minaccioni (Mine Vaganti e Allacciate le cinture), Elena Sofia Ricci (Che Dio ci aiuti e I Cesaroni), Lunetta Savino, e alcuni nuovi arrivi: Geppi Cucciari, Vanessa Scalera (Qui non è Hollywood!), Carla Signoris,  Mara Venier, Giselda Volodi, Milena Vukotic, Aurora Giovinazzo (Freaks out); tra gli uomini: Stefano Accorsi (L’ulimo bacio e Il treno dei bambini), Vinicio Marchioni (C’è Ancora Domani), Carmine Recano (Mare Fuori) ed Edoardo Purgatori.

Diamanti: la trama

Roma, anni ’70. Alberta e Gabriella Canova (Luisa Ranieri e Jasmine Trinca) gestiscono una sartoria specializzata in costumi per lo spettacolo. La boutique è ricca di personalità, tutte al femminile, come formichine stipate tra le mura di questa villa, tra le stoffe e i merletti. Un giorno, in sartoria, si presenta Bianca Vega (Vanessa Scalera), una costumista già premio Oscar, che deve realizzare i costumi per una grande produzione cinematografica. Il lavoro che metterà alla prova le sarte e si rivelerà occasione per dimostrare la potenza dell’unione tra donne, che, da sole sembra non valgano tanto, ma insieme sono in grado di far davvero la differenza.

Diamanti di Ferzan Özpetek, la recensione, su Almanacco Cinema

Cosa non funziona in “Diamanti”

La sartoria Canova è un microcosmo di figure femminili, donne diverse, con problemi diversi, che si uniscono in una grande storia di solidarietà, resilienza e potere femminile. Ferzan Özpetek non si tradisce e porta sullo schermo un’altra storia corale, tra drammi familiari e relazionali.

Ma chi definisce Diamanti il miglior film del regista sa, in cuor suo, che ciò non è del tutto vero. A prescindere dal gusto personale, il film ha un evidente punto debole: la sceneggiatura, firmata da Elisa Casseri, Carlotta Corradi e dallo stesso Özpetek.

La narrazione è metacinematografica e si sviluppa su due livelli: il reale e la finzione. La finzione, che è livello narrativo principale, racconta la sartoria nella Roma degli anni ’70; a questo si aggiungono, di tanto in tanto, le scene del reale con il regista che dialoga con le attrici sul set, presenta il film e tutte insieme leggono il copione. Questi intramezzi metanarrativi sono però troppo forzati, ambiscono alla spontaneità ma risultano molto finti, interrompono il flusso narrativo della finzione e risultano invadenti spezzando il ritmo del racconto.

La sceneggiatura pecca di superficialità, i dialoghi sono a volte banali e troppo spesso si ricorre agli spiegoni. I personaggi sono carichi di bagaglio emotivo, ma non gli viene dato il tempo per esprimerlo e molto spesso le grandi interpretazioni delle attrici si scontrano con dei personaggi un po’ frivoli, che non hanno il tempo di distendersi e farsi conoscere allo spettatore. Forse il tempo della narrazione si sarebbe potuto gestire molto meglio, evitando gli intramezzi metacinematografici che, oltre essere fine a se stessi, hanno tolto tempo prezioso ai percorsi narrativi dei singoli personaggi e alle vicende della storia.

I personaggi principali, Alberta e Gabriella (Luisa Ranieri e Jasmine Trinca), gestiscono insieme la sartoria e ognuna a modo suo combatte con i fantasmi del passato. Alberta, autoritaria e sempre nervosa, vive con la rabbia e il dolore dell’abbandono dopo una storia d’amore finita improvvisamente quindici anni prima. Gabriella, invece, vive il doloroso lutto di sua figlia che ancora non riesce ad accettare. Le due sono sorelle e il loro rapporto sembra in crisi, sembrano aver passato un’infanzia turbolenta ma non si fa troppo cenno a questa, ogni tanto qualche riferimento che però non aiuta alla costruzione del background dei personaggi, anzi, aggiunge elementi ai quali non si riesce a dare un senso coeso.

Diamanti di Ferzan Özpetek, la recensione, su Almanacco CinemaAnche tra gli altri personaggi, le sarte, ci sono storie diverse: mogli vittime della violenza dei loro mariti, madri in crisi con i loro figli, giovani manifestanti in fuga dalla giustizia, attrici in lotta fra loro, costumiste in crisi con i loro registi e loro stesse. La caratterizzazione dei personaggi delle sarte è interessante, ma comunque frettolosa. Alcune di loro sono molto stereotipate e ciò rende le loro storie poco incisive, nonostante nei dialoghi si facciano portavoce di temi importanti, come appunto la violenza domestica.

Il personaggio di Fausta (Geppi Cucciari), è la spalla comica più forte, ma troppo spesso le vengono date battute ai limiti del molesto che non sfociano nell’eccessivo volgare grazie alla sua interpretazione (Geppi Cucciari alla fine interpreta se stessa). La Sarta Nicoletta (Milena Mancini) affronta continue vessazioni dal marito, fino al giorno in cui si fa coraggio e reagisce. Il suo personaggio però si evolve in una rapidità ai limite del credibile e dopo di che viene abbandonato e declassato a secondario. Degni di nota sono invece i personaggi di Nina (Paola Minaccioni) e Silvana (Mara Venier) due figure materne vere e intense: la prima con un figlio che affronta un periodo di depressione, la seconda “madre d’anima” di chiunque all’interno della sartoria ne abbia bisogno.

In generale, sembra che le attrici, nelle loro splendide interpretazioni, si facciano carico di un’emotività che manca in sceneggiatura, non perchè vogliano cimentarsi in improvvisazioni, ma perchè quell’emotività non traspare dai dialoghi e dalle scelte narrative. Eppure, la carica emotiva del racconto è alta e si finisce per creare un disequilibrio tra le grandi capacità recitative del cast e la superficialità dei dialoghi.

Tante piccole realtà, alcune più approfondite, altre meno. Dialoghi retorici e “spiegoni” si alternano a momenti di silenzi prolungati e giochi di sguardi fin troppo lunghi (come quelli tra i personaggi di Luisa Ranieri e Carmine Recano, che a momenti ricordano i “primi piani intensi” alla Boris). Oppure gli eccessivi silenzi del personaggio di Jasmine Trinca ai quali si da una spiegazione tardiva e troppo frettolosa con un dialogo tra lei e il personaggio della sorella.

Ma il colpo di grazia a una trama già zoppicante arriva con l’epilogo, l’ultimo intermezzo metacinematografico. Il regista cammina nella villa, ormai il set vuoto, e sente le voci delle sue attici, un collage di battute estrapolate dal film che sembrano voler ripete (per l’ennesima volta) la morale della storia: “noi donne da sole con contiamo niente, ma insieme siamo tutto”.

Fino alla comparsa di Elena Sofia Ricci che, come fosse il fantasma di una diva d’altri tempi, si rivolge a Özpetek con un veloce monologo dove lo “ringrazia” per averle insegnato il senso del cinema. Così, sul finale Özpetek si auto-celebra spudoratamente e riporta su di sé tutta l’attenzione, rendendo quasi vano lo sforzo di dedicare il film alle protagoniste femminili.

Diamanti, Ozpetek e cast femminile

Ma non tutto è perduto

Nonostante queste debolezze nella narrazione, più di qualcosa però vale la visione del film. La fotografia di Gian Filippo Corticelli, per esempio, oppure le scenografie di Deniz Göktürk Kobanbay, ma anche gli impeccabili e magnifici costumi di Stefano Ciammitti (un costumista uomo, il colmo per un film che parla di una sartoria tutta al femminile). Il cast poi salva il film: le interpretazioni delle attrici, dalle protagoniste alle parti secondarie, sono magistrali.

Il film, infine, è visivamente bello, elegante e pulito. La sua estetica si sposa bene sia con l’immaginario Ozpeteckiano, da sempre cultore esteta, che con l’eleganza e la potenza femminile che vuole raccontare il film. Anche la scelta delle musiche, tra vecchi e nuovi brani di Mina, l’inedito di Giorgia e le musiche originali di Giuliano Taviani e Carmelo Travia, sono un accompagnamento perfetto alla narrazione.

Conclusione

C’è una battuta di Geppi Cucciari all’inizio del film, dove chiede al regista: “e cosa intendi farne di tutto questo vaginodromo?”. A posteriori, la risposta ideale sarebbe stata: dare spazio, tempo e profondità a queste donne e alle loro storie, senza interrompere il flusso narrativo con inutili panegirici al regista.

L’esperimento metacinematografico di Ferzan Özpetek può dirsi non ben riuscito, eppure le potenzialità c’erano tutte: un bravo regista che sa raccontare storie corali, un cast impeccabile e temi importanti che ancora oggi hanno tanto bisogno di essere raccontati.

Nonostante le mancanze, Diamanti resta un’opera interessante e visivamente affascinante, dove, malgrado le manie di protagonismo del regista, un cast di attrici eccezionali riesce comunque a brillare, come diamanti.

 

Diamanti, di Ferzan Özpetek è al cinema, ecco il trailer: