Viggo Mortensen interpreta un uomo duro, un russo pluridecorato dall’inchiostro dei tatuaggi sul proprio corpo: una tavola vivente di una vita violenza
La promessa dell’assassino (titolo originale Eastern Promises) è un film diretto da David Cronenberg e si colloca in quel filone cinematografico che abbraccia il filone gangster, noir e certamente drammatico. Cosa porta a definirlo innanzitutto drammatico? L’incipit è ciò che innesca la trama. Tutto parte da un’ostetrica che trova, per caso, un diario di una giovane paziente, incinta, che arriverà in ospedale in condizioni molto gravi e, dando alla luce la sua bambina, muore in ospedale.
La bambina rischia i servizi sociali e per questo motivo l’ostetrica Anna Chitrova (interpretata da Naomi Watts) consegna il diario allo zio e alla madre (entrambi russi di prima generazione immigrati negli Stati Uniti d’America).
Ecco che, a questo punto, parte la prima sotto-trama che indaga sulla vita delle prime e delle seconde generazioni di immigrati negli USA e il loro livello di integrazione e di sentiment sociale. Anna vuole trovare dei parenti a cui consegnare la bambina e lo zio le chiede di non indagare perché è pericoloso.
Anna, da buona americana ormai lontana dalle dinamiche socio-culturali russe in America, si rivolge – a questo punto – ad un ristorante russo molto noto in città e va direttamente dal suo proprietario (tale Semen, interpretato dal tedesco Amin Mueller-Stahl) che appare immediatamente molto curioso.

I tatuaggi di Viggo Mortensen mostrano la violenza della mafia russa
A questo punto la maestria di Cronenberg si spinge verso la vita da gangster che la famiglia di Semen; al soldo del vecchio patriarca sovietico (in esilio negli Stati Uniti d’America) appaiono figure che sono un mix di grottesco e di violento come il figlio maggiore in cerca dell’approvazione paterna (Kirill, che è interpretato da Vincent Cassel) e dal suo braccio destro Nikolai Lužin (interpretato da Viggo Mortensen).
La mafia russa appare nella sua violenza: droga e prostituzione e si capisce, senza. che la trama sveli troppo, che Anna si è affidata a delle persone pericolose. Non farò lo spoiler di ciò che accadrà in seguito ma ciò che conta è che lo stesso Nilkolai si capirà essere molto diverso da ciò che appare e proverà ad aiutare la donna.
Si tratta di quel genere di film che colpiscono allo stomaco perché mostrano una vita dura e, purtroppo, più che verosimile ed è proprio questa sua componente di realismo che spiazza e tiene incollato lo spettatore allo schermo.
Il cast è perfetto, credibile e misurato. Dopotutto nella mafia russa un uomo si misura dai suoi tatuaggi perché quelli sono frutto della sua pericolosità e perché – di norma – vengono fatti in carcere ed ognuno di essi simboleggia un fatto di sangue.
Un film estremamente interessante sia per le tematiche trattate ma anche per la scelta dei due protagonisti dove – per la complessità del suo personaggio – spicca proprio Mortensen per aver costruito un personaggio dalle mille facce; un personaggio che lascia intendere ma non dice, un personaggio che agisce, gentile e brutale. L’attore newyorkese non è nuovo a queste interpretazioni imponenti: basti pensare al suo Tony Lip in Green Book, al suo Aragorn in The Lord of the Rings ecc.