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Dal romanzo al film: Il grande Gatsby con Leonardo DiCaprio

Leonardo DiCaprio è Gatsby nella versione di Luhrmann. Tiene lo schermo ma il film manca di quella nostalgia e desolazione che il lusso non può sanare

Quando nel 2013 uscì nelle sale cinematografiche The Great Gatsby (Il grande Gatsby in italiano) ci fu un bel po’ di attenzione mediatica anche perché nessuno avrebbe potuto contraddire la scelta del regista – Baz Luhrmann – nello scegliere Leonardo DiCaprio nel ruolo, proprio, del personaggio chiave della narrazione.

Luhrmann aveva già scelto Leonardo tempo addietro quando lo scelse come suo Romeo (in una chiave narrativa davvero diversa dall’ambientazione scelta da Shakespeare) ma non toppa, almeno non per mio gusto personale e considerando che avevo proprio l’età giusta per innamorarmi – ogni volta – sullo schermo televisivo e cinematografico.

Il film del regista australiano, rispetto alla versione resa celebre dal romanzo omonimo di Francis Scott Fitzgerald, presenta una narrazione molto aderente ma esplode in una serie di feste con quell’inconfondibile, ma a volte eccessivo, mix tra presente e passato che rende tutto un po’ troppo distante.

Cosa c’è di di simile e di differente ne Il grande Gatsby con Leonardo DiCaprio?

Nel film Tobey Maguire è la voce narrante nel film, è quel Nick Carraway che rimane sempre un po’ estraneo ai fatti ma, comunque completamente immerso: è la voce che mostra senza giudizio, è il ragazzo che ancora crede nella vita, che non è stato del tutto devastato dalla guerra e che vive di giusto e di sbagliato. Mentre gli altri personaggi sono semplicemente arrivisti, dediti al divertimento fine a se stesso e che, invece, sono il perfetto prodotto della devastazione (che ha frammentato i corpi e gli animi) della guerra.

Già perché Fitzgerald scrive proprio di questo anche se lo fa alla sua maniera: descrive l’America che ha voglia di dimenticare e che, al contempo, si annebbia i sensi con alcol e feste roboanti in modo da poter dimenticare e vivere… ma a quale prezzo?

Come verrà descritto abilmente nel romanzo, e anche nel film, al prezzo persino della propria anima. E qui entra in scena Gatsby. Il giovane e bel Gatsby appare in città senza avere un passato: ricco, anzi sfacciatamente ricco, e circondato solo da persone che vogliono godere della sua ricchezza. E Gatsby le accontenta anche perché resta un uomo, apparentemente, solo.

Avrà solo un vero amico, almeno quel che più gli si avvicina, e sarà proprio Carraway. Proprio Nick presenterà Gatsby a Daisy (nel film Carey Mulligan). Soltanto in seguito si scoprirà che i due già si conoscevano: Gatsby all’epoca era povero e Daisy lo aveva rifiutato proprio perché non riusciva a pensarsi in una vita da miserabile. Ora è sposata con Tom (nel film Joel Edgerton) ma la loro vita apparirà – pian piano – sempre meno felice e Tom si scoprirà avere una storia con tale Mirtle Wilson (nel film Isla Fisher).

Insomma, Nick si trova tra due triangoli amorosi: il primo che vedrà Gatsby cercare, in tutti i modi ed inutilmente, Daisy verso di sé mentre la stessa viene tradita da Tom. Morale della fiaba, o meglio del dramma? Daisy investe e uccide Mirtle per sbaglio – guidando la macchina di Gatsby, e lui si addosserà la colpa.

Cosa però viene meno nel film? La magia della narrazione, la tensione che si percepisce nel concetto di tempo e quello spasmodico desiderio di lusso che si percepisce nel romanzo purtroppo non si comprendono appieno nel film che sembra davvero troppo e tutto questo troppo distrae e riempie più che far notare i vuoti. perché di vuoti nell’idea originale ce n’erano e molti e sono, proprio, quei vuoti nati in conseguenza della guerra, generati da persone che credono di essere vive ma che, in fondo, sono rimaste al tempo, ormai lontano, del prima e – quel prima – non sarebbe mai più potuto tornare.