Per la rubrica settimanale Il cinema di Ingmar Bergman, oggi parliamo di Verso la gioia, un film di transizione che tratta temi come la perdita e il rimpianto.
Verso la gioia è un film del 1950, dove un giovane Bergman anticipa uno dei suoi pensieri più solidi: l’amore non basta. Il film osserva la coppia formata fa Stig e Marta e l’evolversi del loro rapporto, dall’entusiasmo iniziale, all’inizio della crisi, al silenzio buio e doloroso della perdita.
Illusione
Nei film di Bergman, l’amore appare spesso come un’illusione, il matrimonio come una gabbia – o peggio, un banco di prova destinato al fallimento – e la gioia come qualcosa di irraggiungibile, che si manifesta solo in un istante rubato o in un’eco lontana, destinata a svanire.
Il regista, all’inizio delle riprese non aveva ancora trentadue anni, eppure Verso la gioia è uno dei suoi film più autobiografici. La storia di due violinisti: Stig, musicista ambizioso e frustrato, e Marta, la compagna sensibile ma meno apprezzata, è un dipinto intimo sulla fragilità delle relazione e sulla tensione tra la vocazione personale e il legame affettivo. La loro è una coppia fortemente reale, e per questo imperfetta: si amano, si feriscono, si separano e alla fine si ritrovano, non proprio come ci si aspetta da un film d’amore, ma si sa, Bergman non è mai andato d’accordo con le convenzioni.
Matrimonio e disaccordo
Il regista svedese non è interessato a raccontarci la parabola sentimentale della coppia perfetta, non lo ha mai fatto, nemmeno durante i primi film di gioventù. A lui interessa invece osservare la distanza emotiva profonda, tra ciò che desideriamo e ciò che sappiamo effettivamente donare. Stig ama Marta, ma sicuramente non abbastanza per metterla al centro della sua vita. Marta ama Stig, ma è inquieta e spesso rassegnata.
Quando la tragedia irrompe è già troppo tardi: l’armonia si è già spezzata da tempo, quel che resta è il ricordo di un amore che si manifesta solo dopo la morte. Un film onesto, vulnerabile; Stig riprende a suonare dopo aver perso Marta, come se volesse rimanere in contatto con lei, con ciò che è stato, con quella parte di lui a cui non ha saputo voler bene.
Bergman ci mette sempre di fronte a realtà scomode, ci invita a guardare dentro le nostre crepe affettive, ci racconta come la gioia, l’amore e il matrimonio siano degli spettri talvolta inafferrabili. Forse, la gioia più autentica (se esiste) sta proprio nel coraggio di amare, nonostante tutto.