Funeralopolis: lapidi che camminano

Funeralopolis: lapidi che camminano

Funeralopolis – A Suburban Portrait racconta una storia forse già vista, ma ogni singola cosa che accade è tanto umano quanto alienante.

Avete mai pensato di stare per morire, senza poter fare minimamente nulla per cercare di impedirlo? Avete mai provato la sensazione di essere vicini ad una fine che sapete già potrebbe non arrivare? Sperare che succeda qualcosa di questo genere, ma pensando che forse il tempo non è stato abbastanza. Tutto questo è l’incredibile ed emozionante Funeralopolis – A Suburban Portrait, il film-documentario in bianco e nero del 2017 di Alessandro Redaelli.

Un film che riesce ad inquadrare senza mai giudicare un intero stile di vita ed una specificità personale. Un film che riesce anche ad andare oltre alla semplice analisi sul consumo e l’abuso di stupefacenti e si rivolge a tutti, senza esclusioni. Un film sulla vita e sulla morte, che poi, forse, sono la stessa cosa. Noi tutti già camminiamo in un enorme cimitero e siamo solamente lapidi, che aspettano di sapere quale sarà il numero alla fine.

Funeralopolis

Il film segue le storie di Vash e Felce – nomi d’arte rispettivamente di Lorenzo Passera ed Andrea Piva – due ragazzi alla Steven Prince, sulla ventina di anni, che vivono nella periferia di Milano ed insieme hanno una band hardcore rap-punk-metal. Per tutto il film li seguiamo nelle loro avventure quotidiane che vanno dal farsi di eroina, consumare una dose di MD, fumare, ascoltare musica e parlare all’infinito, proprio come persone normali, e niente più.

Il film è diretto da Redaelli e la sceneggiatura – una struttura narrativa per lo svolgersi delle imprevidibili azioni dei protagonisti – è scritta da quest’ultimo insieme a Ruggero Melis e Daniele Fagone. La pellicola è stata distribuita da 01 Distribution in collaborazione con Rai Cinema ed è stato prodotto da Filmnoize e K48. Il film è attualmente disponibile per l’acquisto in DVD e Blu-Ray e, dal 12 luglio, è presente sul canale di Prime Video di IWONDERFULL.

Ritratto urbano

Il progetto è nato dalla mente dell’allora 23enne Redaelli quando i due protagonisti si rivolsero a lui per girare un videoclip musicale di una loro nuova canzone. Il regista fu talmente ammaliato dai due e dal loro stile di vita che gli propose di seguirli e riprenderli quasi costantemente in un documentario d’osservazione. Redaelli fece quasi un’anno e mezzo di riprese e presentò poi il film ultimato come tesi di laurea per l’accademia di cinema.

La cosa che più di tutte ci fa guardare un qualcosa che non rappresenta nulla di effettivamente straordinario è proprio questa totale assenza di spettacolarizzazione. La semplicità della narrazione ci restituisce tutta la pesantezza delle azioni “ordinarie” delle persone che le compiono. Il ritmo ci avvolge intensamente e tutto sembra fermo, anche quanto tutto è in moto. Non c’è censura, le scene sono lunghe e continue. Nulla è più vero della realtà.

 

Funeralopolis

Una chiave per il cervello

Sarebbe inutile stare qui a parlare di questo film senza neanche menzionare la parola droga, anzi, forse il terzo protagonista della pellicola è proprio lei – il quarto, se consideriamo anche l’onnipresente ma invisibile regista. Il male di tutti i mali o il bene supremo. Nulla nel film si esprime con un giudizio, niente parla di quello che si dovrebbe o non si dovrebbe fare. C’è una allucinante sospensione dell’incanto.

E c’è un disagio generazionale. Si sente, si vive. E non è nulla di troppo lontano da quello che persone più “normali” – scusate il termine – provano tutti i giorni. Rebel without a cause, come il film. Siamo ribelli e non sappiamo perché, o forse sì, ma chissenefrega del perché. Siamo ribelli, punto. Possiamo solo passare il tempo a parlare di musica, avere intuizioni geniali e fare lunghi discorsi filosofici. Il tempo non esiste più, siamo fuori da tutto.

Non siamo mica cabarettisti

Non c’è niente da ridere qui, anche se qualche risata ci scappa. Non ci sono filtri, non ci sono lenti particolari. Tutto è come è, nulla è come dovrebbe essere. Ci sono gli ultimi e ci sono gli ultimissimi. Fare di tutto per arrivare a racimolare qualche soldo, magari in prestito, per potersi permettere anche solo delle sigarette. Un amore tossico – in tutti i sensi – con la vita e con sé stessi.

Non si gioca a fare i criminali e nessuno ci prova neanche. Così è. Che senso avrebbe? Viaggiamo tutti su un unico treno e la direzione è certa ma dubbia. Andiamo verso un luogo dal quale non c’è ritorno, alcuni ci arrivano prima, altri non sanno neanche di essere in cammino. Ma, alla fine, poco importa, di tutto, perchè c’è e ci sarà sempre un qualcosa che sopravvive anche a questo, a noi, a voi, a loro. L’arte, la musica, il cinema. E poi basta.