Il grande Lebowski dei Coen è una pellicola attuale, mostra le fragilità umane e il disastro della guerra. I personaggi sono vuoti, senza poesia, ma Drugo no
Il grande Lebowski (The Great Lebowski) è un colosso cinematografico creato dai famigerati fratelli Coen; già, si tratta di quei giganti di Ethan e Joel che sono – da sempre – un duo che ha un tale livello di confidenza da sembrare una persona sola.
Certamente, il fatto che si tratti di due fratelli aiuta a creare un rapporto di collaborazione e creatività massima ma non è solo questo perché, la verità, è che si tratta di due menti tra le più visionarie della storia del cinema mondiale.
Il grande Lebowski è un film corale composto da un cast perfetto che vede proprio il protagonista: il Drugo, Jeffrey Lebowski in quel magnifico Jeff Bridges che riesce a costruire un personaggio nichilista che incarna la voce di quella generazione che non riesce a superare la guerra in Vietnam.
Proprio la guerra del Vietnam, grande errore statunitense, grandissima ferita aperta nella storia della terra della libertà; proprio il Vietnam riecheggia spesso nella narrazione, di sfuggita e quasi a non volergli dare troppo peso, ma c’è eccome!
Un cast stellare, guidato dai fratelli Coen per mostrare ogni lato umano

È nelle parole dell’amico storico del protagonista, di quel Walter Sobchak (interpretato dal divino John Goodman) che ha combattuto e che è uno di quei veterani apparentemente sani ma che, in realtà, è devastato.
Distrutto a livello mentale e i fratelli Coen dipingono un Walter che non ha superato il napalm, arma usata per la prima volta proprio in questo conflitto, e che è ancora lì nella fitta vegetazione asiatica a combattere i vietcong.
Ma non ci sono solo drugo e Walter, c’è un terzo membro fisso della cricca, ovvero Theodore Donald Kerabatsos, “Donny”, che è un etereo Steve Buscemi; già perché – molte volte, Donny non sembra essere percepito, è quella parte della società americana che non urla, non imbraccia le armi e non protesta.
Donny è quella parte sana della società statunitense che vorrebbe giocare a bowling con i propri migliori amici e star bene, evitando di fare deliberatamente del male al prossimo.
Ma Il grande Lebowski è anche altro: è critica sociale del povero (la maggioranza) che combatte contro un sistema controllato dai ricchi e questi ricchi si rivelano, troppo spesso, dispotici e manipolatori.
I fratelli Coen ci mostrano tutto ed il suo contrario in un’opera corale perfettamente orchestrata
Perché, in realtà, i Lebowski sono due in questo film ma se uno di essi è Drugo, dall’altra parte c’è il magnate Lebowski che ottiene sempre quello che vuole o, almeno, è ciò che vorrebbe far credere.
I fratelli Coen non sono alla loro prima esperienza alla regia ma, soprattutto, sono e saranno – dopo questo film – proiettati moltissime volte alla critica sociale e classista; lo fanno puntando il dito sulla società americana perché è quella che conoscono meglio ma, in realtà, potrebbe essere esteso a qualsiasi contesto politico.
Il grande Lebowski è proprio per questi motivi – e non solo – un film perfetto. Nel cast appaiono anche la figlia dell’omonimo magnate Maude (che è Julianne Moore) e che cerca di salvare il padre ed il patrimonio della sua famiglia dalle avide mani dell’amante del padre (la giovanissima e procace Bunny (Tara Reid) e nei 117 minuti del film sarà possibile vedere anche una delle performances del magnifico Philip Seymour Hoffman e una stravagante interpretazione di John Turturro.
Insomma, sono passati 27 anni eppure si tratta di un film attuale e godibile anche ora!