Le città di pianura, la recensione

Le città di pianura, la recensione

Le città di pianura è una lettera d’amore alla provincia, ai confini delle metropoli, a chi sta dietro la nebbia. Ai balordi che bevono, amano e vivono la vita.

“Bambini, state lontani da quei buona a nulla laggiù, quelli bevono tutto il giorno e non lavorano neanche”: un cliché di cui chiunque ha sentito parlare. Le solite mosche da bar, uomini soli, lupi della notte che vagano in cerca di qualcosa, un qualcosa che probabilmente non scopriranno mai.

Il talento cristallino di Francesco Sossai col suo secondo lungometraggio, Le città di pianura, romanticizza quella categoria di emarginati e riesce a creare un ponte tra la generazione baby boomer, figlia di tradizioni e valori morti (e che loro non hanno mai rispettato) alla Generazione Z italiana, la piu’ discussa e ad afflitta dal peso dei tempi moderni.

Una lettera d’amore sottoforma di Bud movie a quel modo di vivere la vita, come si suol dire alla giornata. Una lettera aperta alla provincia, quelle terre di nessuno, sconosciute e per tanto bistrattate che oggi sembrano paradisi rarefatti e remoti, quasi di un altro pianeta ormai.

La trama

Doriano e Carlobianchi, interpretati rispettivamente da Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano sono due amici di lunga data, cinquantenni e nomadi di vita. A tutti gli effetti sembrano due figure fuori dal tempo che vivono in maniera sregolata, due veri e propri beatnik. Una sera sono in giro in una delle loro solite scorribande in giro per bar a bere e a mangiare noccioline mentre aspettano il ritorno di Genio, Andrea Pennacchi, partito per Buenos Aires prima della grande crisi del 2008 e di ritorno la mattina seguente.

I due però non riescono proprio a “bere l’ultima” e si trascinano in un odissea provinciale alla ricerca del bicchiere di staffa fino a finire per imbattersi in Giulio, interpretato da Filippo Scotti, un giovane universitario assorto che sembra distante non solo di generazioni ma anni luce da loro. Giulio finisce poi per farsi convincere dai due che se lo portano insieme a loro anche dopo che sbagliano l’areoporto dove sarebbe dovuto atterrare Genio la mattina dopo.

Insostenibile leggerezza

A cesare quel che è di cesare, un film così in Italia non lo si vedeva da un bel po’ e non potevamo essere piu’ contenti. Le città di pianura è il secondo lungometraggio dell’ insospettabile Francesco Sossai che già si era inserito nel panorama indipendente italiano con la sua opera prima Altri cannibali e che ora si conferma come una delle voci di un nuovo cinema italiano. Il regista torna per raccontare una storia fuori dal comune ma che per chi vive la provincia è solo ordinaria follia.

È quasi difficile parlare de Le città di pianura. Una gemma assoluta che racconta i margini dell’Italia, le poche terre rimaste pure e testimonianze di una vita estinta. Due tipi fuori dal tempo come Carlobianchi e Doriano, due veri e propri personaggi, che bevono fino allo sfinimento, parlano in veneto e sono brutti! (detto nel senso piu’ positivo del termine). Due imperfetti ed anti convenzionali che vivono in maniera selvaggia tra la sregolatezza di chi non gliene frega niente e la saggezza di chi ha visto l’Italia cambiare.

Per questo l’incontro con Giulio, o meglio, Julio come lo chiamano i due risulta impattante e di contrasto. Giulio è un archetipo moderno di cio’ che le ultime generazioni millenial e Z sono realmente. Ragazzi confusi, afflitti da un insostenibile leggerezza ed incerti nel cogliere le vere opportunità in un mondo sempre piu’ invivibile e col diavolo moderno della FOMO. L’alchimia che si forma è magica, sia tra gli attori che tra i personaggi a livello di scrittura, e Sossai inquadra perfettamente la modernità facendola scontrare col passato, con le false promesse alla classe operaia, la libertà di una generazione che si prendeva meno seriamente e che quell’insostenibile leggerezza l’ha accolta.

Il bicchiere della staffa

“L’ultima”, l’unica cosa che sfugga alla teoria dell’unità marginale decrescente, secondo la quale il grado di consumazione di un bene diminuisce in rapporto alla quantità consumata. L’ultimo bicchiere prima di dileguarsi e tornare a casa, l’ultima birra o drink che si voglia.Un rito sacro, un concetto impraticambile ed inconcepile per Carlobianchi e Doriano, amici di una vita che non riescono proprio a dire basta. Non ce la fanno, è piu’ forte di loro. Allo stesso modo, non riescono a crescere, a cambiare vita. Due eterni Peter pan che pero’, a detta di Doriano, ormai sono troppo vecchi per crescere. Per questo l’addio di Genio che ha mollato tutto per l’esotismo sconosciuto e per salvarsi dalla finanza gli fa così male.

E per questo invece fa bene al cuore vedere l’arco di Giulio e il suo coinvolgimento nelle pazzie di Carlobianchi e Doriano, una prospettiva opposta ed estinta ma che si completa con quella del ragazzo. Un misto tra i bud movie di fine anni ’80 ed inizio ’90 e le commedie on the road che sa di un unicum moderno tutto italiano e soprattutto provinciale.

Le città di pianura

Il fatto piu’ curioso che rende ancora di piu’ questo film un’opera d’amore sincera e speciale è la distribuzione. Il film è stato proiettato dal 25 Settembre nella prima settimana unicamente nelle sale del Triveneto e solo dopo, dal 2 Ottobre, a livello nazionale. Una pratica che dimostra gli intenti del film e la specialità de Le città di pianura. Il film, intanto, mostra solo quello, ed è un bene. Le distese dell’immensa pianura padana, lande desolate, strade e bar tra le provincie di Treviso e Padova.

Un atmosfera magica circonda questo film che ci ricorda come queste terre e queste zone siano le ultime prove, gli ultimi baluardi di una civiltà diversa, pre consumistica e pre secondo millennio. La scena piu’ toccante probabilmente è proprio quella dove i tre protagonisti raggiungo un’antica villa ed entrano spacciandosi come i tre architetti che avrebbero dovuto occuparsi del nuovo progetto dell’autostrada a discapito del terreno di pianura, facendo entare anche il pubblico in contatto della realtà globalizzante.

A dirla tutta infatti, il quarto protagonista sono proprio le città di pianura. Quelle terre senza tempo ormai vittime di un processo inevitabile, ineluttabile. Un lungo processo, figlio di quel progresso spacciato per sviluppo che ha finito per inglobare tutto e che ha distrutto le piccole culture che riescono ancora a vivere e a contare qualcosa grazie all’arte e grazie al cinema.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★