Cinquant’anni fa uno dei delitti peggiori che continuano a macchiare la storia del “bel paese”, l’assassinio dell’ultimo grande poeta ed intellettuale italiano.
Era la mattina del 2 novembre 1975. Una signora esce di casa per andare a lavoro alle prime luci dell’alba e vede vicino casa sua una massa nera gettata per terra.
Avvicinandosi pensando che sua della spazzatura lasciata lì per strada si accorge subito che si tratta di ben’altro. È il cadavere di Pier Paolo Pasolini, assassinato brutalmente la notte prima e lasciato a marcire all’Idroscalo di Ostia.
Poeta, romanziere, dialoghista, sceneggiatore, critico, regista? Sul passaporto c’è scritto semplicemente scrittore. Oggi 2 novembre si ricordano i cinquiant’anni dalla scomparsa dell’ultimo grande poeta ed intellettuale italiano, Pasolini.
Un artista poliendrico, difatti grandissimo poeta e romanziere poi anche regista dagli anni ’60, dopo il suo debutto con Accattone, iconico capolavoro che racconta la vita di strada attraverso la periferia romana. Un film che secondo il leitmotiv pasoliniano fece scandolo e fu anche rivoluzionario per il cinema italiano, dando vita ad una nuova forma di neorealismo che Pasolini stesso definiva semplicemente “realismo”, ispirato alla poesia e che negava moralismo e perbenismo pur mantenendo il modello verista.
Il santo infame e il poeta corsaro
Da sempre figura scandalosa, irriverente ed anti-convenzionale, Pasolini è stato da sempre infatuato nei confronti dello scandolo e della contraddizione diventando col tempo un mito di contraddizioni. Le stesse contraddizioni e dichiarazioni che lo resero di fatto poeta corsaro. Un uomo che ha abiurato le sue ideologie, le sue idee, le sue stesse opere in concomitanza del passare dei tempi e dell’avanzare incessante della “nuova preistoria”, così definita da lui stesso. Un nuovo mondo senza futuro che avrebbe chiuso l’orizzonte, normalizzato la libertà sotto concessione e che si sarebbe inevitabilmente omologato al potere dei consumi, al modello capitalista e alla cultura di massa cancellando l’autenticità, le origini e la primitività. Ad oggi, mai parole furono piu’ profetiche.
A sentir parlare Pasolini sembra quasi venisse dal futuro e invece quelle erano semplicemente le parole di uno che sapeva afferrare la contemporaneità e capire la realtà come nessun altro, tanto da sembrare piu’ avanti coi tempi che al passo. Un antropologo a 360 gradi, eclettico e che forse, sapeva troppo. Pasolini fu sempre perseguitato dal mondo che lo circondava, a partire dall’espulsione dal PCI nel 1949 passando poi ai boicottaggi nei confronti dei suoi film fino alla tragica e per molti inevitabile fine.
Una fine drammatica e masochista, in linea con la vita che condusse Pasolini, una fine da martire che si sacrificò in nome della verità eppure senza successo. La stessa vicinanza alla figura del Cristo in croce fu un altro parallelismo che caratterizzò il personaggio Pasolini e la sua poetica, tanto che l’ultima immagine che ci rimane del poeta, ricoperto di stracci col corpo martoriato, magro e lasciato in balia di se stesso, non puo’ che ricordarci un martirio.

L’intellettuale che sapeva troppo e che fu eliminato. Sin da subito il verdetto iniziale riguardo l’omicidio che vide incolpato unicamente Giuseppe Pelosi sembro’ sbrigativo ed implausibile; non poteva esser stato solo lui. E allora il mistero, la verità che non venne mai a galla, neanche quando furono riprese le indagini in seguito alla ritrattazione dello stesso Pelosi. “Lo so, ma non ho le prove, non ho nemmeno gli indizi”, diceva Pasolini al Corriere della Sera nel 1974 riguardo le stragi e i complotti dietro la strategia di tensione degli anni di piombo e dietro gli scandali petroliferi italiani.
Proprio in quel periodo stava girando il suo ultimo film, nonché il piu’ criticato, discusso e censurato, Salò o le 120 giornate di Sodoma. Film che metteva in scena una ricostruzione fittizia del regime autoritario instaurato da Mussolini a Salò, sul lago di Garda, in seguito alla liberazione da parte delle SS, anche se in realtà il film parla anche dell’incombere del nuovo potere, violento e corrotto, capace di mercificare e manipolare il popolo con una società senza valori, piatta ed annientata dalla logica capitalista.

Il cinema di poesia
Oltre che realismo, Pasolini ha sempre definito il suo un cinema di poesia, fatto piu’ di stile e forma. Un cinema fatto di opposti e che come la sua tradizione letteraria rirpendeva il discorso libero indiretto, sul grande schermo tradotto nella tecnica della soggettiva libera indiretta che fondeva il punto di vista dell’autore col protagonista. Da sempre affascinato dagli ultimi, da chi sta ai margini, Pasolini ha voluto raccontare la vita di periferia e della classe operaia in contrapposizione alla realtà borghese, raccontando la decadenza morale e sociale dell’umanità in film come Mamma Roma o La ricotta, che vide persino l’iconica partecipazione del maestro Orson Welles.
Nel 1963 Pasolini fece uno dei film più belli sulla vita di Gesù, Il vangelo secondo Matteo, dove la sceneggiatura è il testo stesso del vangelo di Matteo. Non molto dopo PPP, in contemporanea ad un lavoro documentaristico magistrale con documentari come Comizi d’amore, virò verso uno stile piu’ surreale pur sempre raccontando la metamoforsi e l’occidentalizzazione italiana che andava di pari passo con un declino intellettuale e morale, una perdita totale della retta via verso un futuro inesistente. Un popolo senza meta, conformato e disunito. A questo periodo appartiene il capolavoro Uccellacci e uccellini con il mitico Totò nel suo ruolo più radicale e la musa ispiratrice di Pasolini, il giovane Ninetto Davoli col quale ebbe un sodalizio di una vita.
In seguito vi fu la trilogia della vita, abiurata poi nella parte finale della sua vita. Proprio in quel periodo Pasolini iniziò a scrivere Petrolio, romanzo rimasto incompiuto e pubblicato poi postumo nel 1992. Un romanzo attraverso il quale lo scrittore voleva denunciare gli scandali dell’enel. Contemporaneamente girò la sua ultima opera, per l’appunto, Salò.
Nonostante la tragica fine che dopo cinquant’anni rimane ancora avvolta in una nebbia di scandalo tutto italiano, l’eredità di Pasolini vive nelle sue parole e nelle sue opere, come nella poesia così come nel cinema e nel suo immenso catalogo artistico. Un artista e pensatore che tutt’oggi rimane incompreso, eppure sembrava aver predetto tutto. Persino nella sua ultima intervista, rilasciata poche ore prima dell’omicidio a Furio Colombo, riuscì a essere profetico. Siamo tutti in pericolo.
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