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cinema orientale

Cinema orientale: 5 titoli per iniziare a scoprirlo

Il cinema orientale per decenni è stato poco considerato dal pubblico occidentale, tanto che i titoli che venivano distribuiti in Europa erano pochissimi.

Ancora oggi, purtroppo, il cinema asiatico è considerato quasi un tabù e viene tenuto in disparte, dando così priorità ai film americani ed europei. Ciò nonostante, il cinema occidentale nel corso del ‘900 ha sempre attinto a piene mani dai film di Hong Kong o dalle pellicole giapponesi.

Al giorno d’oggi esistono per fortuna diverse realtà e vari festival cinematografici dedicati a questo tipo di cinema. Uno su tutti il Far East Film Festival di Udine.

Se siete interessati a scoprire questo mondo o se siete semplicemente curiosi, ecco a voi 5 titoli per iniziare.

13 assassini (Takashi Miike, 2010)

Non si può parlare di cinema orientale senza parlare di samurai. Ora, senza scomodare il maestro assoluto Akira Kurosawa (I sette samurai, La sfida del samurai, Sanjuro), anche quel matto di Miike ha fatto la sua parte per quanto riguarda il genere. Miike è uno dei registi più assurdi, più originali e più prolifici (ha all’attivo oltre 100 film) della Storia del cinema.

13 assassini racconta una storia tutto sommato semplice: un crudele signore feudale prende il potere con la violenza e inizia a seminare il terrore. Un gruppo di samurai decide di organizzare un piano per ucciderlo, l’unico problema sono le 200 guardie del corpo non previste. Un film veramente eccezionale, nelle 2 ore di durata abbiamo la prima ora in cui assistiamo al reclutamento dei samurai e all’organizzazione dell’attentato mentre nella seconda ora assistiamo allo scontro. Azione a volontà, sangue a fiumi ed epica in ogni fotogramma. Imperdibile.

Rashomon (Akira Kurosawa, 1950): una pietra miliare del cinema orientale

Leone d’oro al Festival di Venezia e Oscar al miglior film straniero. Il film che ha fatto conoscere il cinema orientale in occidente. Un gruppo di persone assiste per caso a un omicidio e a uno stupro e quando vengono interrogati ognuno fornisce la versione dei fatti dal proprio punto di vista. Un capolavoro assoluto sulla relatività della verità e sull’assenza di una verità assoluta. Kurosawa ci regala un’idea che sarà ripresa migliaia di volte nella storia del cinema: il cosiddetto Effetto Rashomon, ovvero la rappresentazione di un fatto dai diversi punti di vista dei personaggi coinvolti.

Da vedere e rivedere all’infinito!

Bittersweet life (Kim Ji-Woon, 2004)

Questa volta ci spostiamo in Corea del Sud. Un capo mafia sospetta che la moglie lo tradisca, così decide di affiancarle la sua guardia del corpo per controllarla. Inutile dirlo, tra i due nascerà qualcosa e la caccia all’uomo avrà inizio. La trama può sembrare banale e già vista ma la messa in scena non lo è assolutamente. Le scena d’azione sono ottime e i personaggi funzionano alla grande.

Si nota molto l’influenza italoamericana in questa pellicola e infatti le citazioni a Scorsese, Tarantino e Sergio Leone sono innumerevoli. Questo contribuisce a realizzare delle sequenze di respiro decisamente epico che forniscono al film uno stile irreale e allo stesso tempo credibile e accettabile dal pubblico. Un film bellissimo.

Hana-Bi (Takeshi Kitano, 1997): il cinema orientale conquista Venezia

Forse il capolavoro di Kitano, Leone d’oro al Festival di Venezia. Un poliziotto cerca di sopravvivere tra una moglie gravemente malata e un collega che è stato ferito in una sparatoria in cui ci sarebbe dovuto essere anche lui. Ci troviamo di fronte a una pellicola meravigliosa, malinconica, ironica, riflessiva, con delle scene d’azione completamente surreali. Il regista riflette sulla vita e sulla condizione dell’essere umano. Egli interpreta il protagonista che altro non è che il suo alter ego, in tutte le sue forme e in tutte le sua azioni, anche le più eccessive e imprevedibili.

Il film ha una messa in scena unica e attribuibile solamente a Kitano, un comico che è riuscito a diventare un cineasta di una profondità spaventosa. Hana-Bi è la perfetta sintesi tra cinema di genere e cinema d’autore.

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Bullet in the head (John Woo, 1990)

John Woo è molto probabilmente il miglior regista di film d’azione della Storia del cinema e Bullet in the head è quasi sicuramente il suo miglior film. La trama ruota attorno alle vicende di tre amici a metà degli anni ’60 che entrano in conflitto con dei gangster e per salvarsi decidono di scappare in Vietnam durante la guerra. Dopo una terribile esperienza in un campo di prigionia il loro rapporto non sarà più lo stesso e ci saranno dei conti da regolare.

Descrivere Bullet in the head in poche righe è impossibile. Siamo di fronte a una pellicola che va vista necessariamente per comprendere a pieno il prodotto che ci viene presentato. Amicizia virile, sentimentalismo e sparatorie mozzafiato sono gli ingredienti perfetti per questo capolavoro incredibile. La cosa però che salta di più all’occhio sono le straordinarie coreografie delle scene d’azione. La pellicola ci presenta delle sequenze a dir poco perfette e girate magnificamente, pulite sia nella messa in scena che nei movimenti degli interpreti. Nessuno è più riuscito a replicare la sua regia, sebbene moltissimi ci abbiano provato e ci provino tutt’ora.