Il regista messicano Guillermo del Toro, in una lunga chiacchierata per Variety insieme a Bradley Cooper, ha raccontato gioie e difficoltà del suo mestiere.
Quando pensiamo a un autore come Guillermo del Toro, che ha all’attivo alcuni dei film più innovativi degli ultimi anni (pensiamo a Il labirinto del fauno o a The Shape of Water), l’impulso è quello di descriverlo con aggettivi come “visionario”, “genio”, “illuminato”. Eppure, come ci tiene a sottolineare lui stesso: “Non è che tu sia sdraiato su una poltrona mentre qualcuno ti imbocca con l’uva e tu dici- Vedo un castello”.
Insomma, ogni immagine, ogni battuta, ogni atmosfera evocata non è la conseguenza di una scintilla improvvisa e imprevista, ma il frutto di un lavoro duro e talvolta anche noioso che il cineasta si trova ad affrontare. Non è casuale che per realizzare un film come Frankenstein, pur con il suo nome, ha dovuto aspettare decenni prima di avere l’appoggio totale di una casa di produzione (nella fattispecie Netflix).
Nel corso di un incontro per Variety, Guillermo del Toro e Bradley Cooper, che si è ormai lanciato nella sua carriera da regista, si sono confrontati sui loro ultimi progetti, su quanto è importante il casting degli attori, e sulla loro esperienza dietro la macchina da presa.
Guillermo del Toro: “L’ho scritto per lui”
I due registi hanno parlato, innanzitutto, di quanto è stato importante per film come Frankenstein e Is This Thing On? (ultima fatica di Bradley Cooper) pensare i film per gli attori che li avrebbero interpretati.
Nel caso di Del Toro fondamentale è stata la scelta di Oscar Isaac: “Quando leggi il libro, Victor è uno studente giovane e brillante. Ma mi affascinava l’idea di una persona sulla trentina rimasta bloccata nell’adolescenza. Per me il senso del personaggio è che, dopo la morte della madre quando era bambino, è cresciuto intellettualmente, è cresciuto socialmente, ma ha smesso di crescere emotivamente. Inoltre, volevo che Oscar non appartenesse del tutto alla famiglia di suo padre; volevo che fosse guardato con sospetto perché aveva la pelle più scura, i capelli ribelli e questo temperamento focoso. L’ho scritto per lui”.

Anche Cooper, che è entrato nel progetto del film dopo che era stato già sviluppato da Will Arnett e Mark Chappell, ha dichiarato: “L’ho riscritto. E, un po’ come te, l’ho scritto pensando a Will Arnett e Laura Dern e al momento della vita in cui si trovano”.
Creatività e scelte stilistiche
Cooper ha ammesso di essere stato anche operatore per Is This Thing On?: “In effetti ho finito per operare la macchina da presa per la maggior parte delle riprese, e questo ha creato con gli attori un ambiente speciale. Riuscivo a mantenere il flusso. Urlavo battute o chiedevo loro di esplorare qualcosa”.
Del Toro, allora, ha citato David O. Russell, regista che Cooper conosce molto bene (hanno collaborato in Il lato positivo, American Hustle e Joy), e da cui ammette di aver imparato molto: “Ho imparato tantissimo da lui. Mi ha aperto gli orizzonti su cosa possa essere un ambiente creativo su un set. Ho fatto mia quella maniera di fare cinema”.
Il regista messicano, infine, allontanando da sé l’immagine di “visionario”, ribadisce che quello del regista è un lavoro fatto di scelte di precisione. A tal proposito ha ricordato di un incidente di percorso avvenuto sul set con Jacob Elordi: “Un solo dettaglio può cambiare tutto, e bisogna saper riconoscere questi incidenti. Avevo ordinato delle iridi sovradimensionate per Jacob Elordi, per rendere i suoi occhi più animaleschi. Sono lenti sclerali: grandi e difficili da portare. Ne ha messa una, ma l’altra gli faceva male, e mi ha detto – Non riesco a mettere entrambe le lenti. Facciamolo in digitale- E io ho risposto – No, teniamo due occhi di dimensioni diverse: l’occhio più grande rifletterà la luce, e lo userò per mostrare quando è arrabbiato”.