Dopo oltre settant’anni, Viaggio a Tokyo di Yasujirō Ozu può ancora insegnarci a comprendere noi stessi e il tempo presente.
È possibile ritrovare noi stessi in un film del 1953? Viaggio a Tokyo di Yasujirō Ozu, nel suo processo di scomposizione e rappresentazione del quotidiano, si pone come una lente d’ingrandimento all’ordinarietà della vita di tutti i giorni, tra dimensione domestica e sociale, attraverso l’utilizzo di dialoghi essenziali, la messa in scena dei gesti e delle azioni più comuni e abituali, e una composizione pittorica delle immagini che permette allo spettatore di sentirsi parte integrante dei contesti rappresentati, come una spia invisibile nella vita privata dei personaggi.
Viaggio a Tokyo è il racconto del non racconto. Come se, tramite una macchina del tempo, riuscissimo ad entrare nelle mura domestiche di una comune famiglia giapponese degli anni ’50. Ozu è magistrale nel rappresentare la realtà, il contenuto di verità che sovrasta la forma cinematografica, tanto da dimenticarci di star guardando un film.
Wim Wenders descrive il cinema di Ozu come la cosa più simile al paradiso. Lo omaggia più volte all’interno del suo cinema, come nel caso della sua ultima fatica Perfect Days (2023). Definizione legittima e condivisibile, quella di Wenders, sebbene si possa affiancare a ciò, l’idea che il cinema di Ozu sia in realtà la cosa più simile al mondo e alla vita delle persone comuni; senza dubbio, attraverso una rappresentazione scrupolosa e capacità impeccabile di intercettazione dell’ordinario, che rendono il regista nipponico uno dei più grandi esponenti del cinema di verità orientale.
I dialoghi: la realtà nell’ordinarietà delle parole
In Viaggio a Tokyo, i dialoghi non sono mai uno strumento utile allo svolgimento della trama. Ozu, tramite i suoi personaggi, rappresenta una realtà condivisibile e perfettamente immedesimabile. Lo svolgimento narrativo non occupa un posto in primo piano, ma è l’aspetto psicologico dei personaggi a richiedere risonanza, i rapporti che intercorrono tra i diversi membri del nucleo familiare e i temi estrapolabili dai dialoghi essenziali di questi ultimi.
I dialoghi, in Viaggio a Tokyo, sono il mezzo con cui il regista riesce a parlare della paura della morte e della solitudine, della limitatezza del tempo degli uomini nella società contemporanea, delle differenze generazionali, del valore dell’amore e della vicinanza.
Questi dialoghi sono quelli più comuni di una cena in famiglia, di una passeggiata in città o di una chiacchierata nel salone di casa davanti ad una tazza di tè. Sono i dialoghi della nostra vita di tutti i giorni, quelli con cui ci interfacciamo quotidianamente con le altre persone. Ozu riesce ad intercettare questa normalità nelle parole dei suoi personaggi e ne riesce ad estrapolare un senso che trascende il tempo e la distanza geografica, permettendo una perfetta attualizzazione ai nostri tempi.
Infatti, i dialoghi di Viaggio a Tokyo sono una forma di scrittura senza tempo e, tramite essi, è possibile ritrovare aspetti e caratteristiche della propria ritualità quotidiana, come le discussioni tra genitori e figli, il parlare di relazioni con una persona anziana e matura, oppure ritrovarsi davanti al bancone di un bar a lamentarsi della fatica del lavoro e della vita.
I gesti: la realtà nell’ordinarietà delle azioni
Il già citato racconto del non racconto avviene anche attraverso la messa in scena delle azioni e dei gesti dei personaggi. Si può raccontare qualcosa attraverso una donna che pulisce la casa in attesa di ospiti? È possibile fare cinema attraverso una nonna che guarda suo nipote giocare con le erbacce in un prato? Si può parlare della vita e del mondo tramite due anziani che vedono una metropoli per la prima volta in vita loro? In Viaggio a Tokyo, Ozu mostra come questo sia possibile e lo fa mettendo tutto ciò in primo piano.
L’intera opera ruota attorno alla normalità e alla semplicità dei gesti comuni. È come se il regista non fosse intenzionato a stupire lo spettatore con eventi inaspettati o improvvisi, ma volesse semplicemente fargli capire di essere il protagonista stesso del film. Lo stupore sta proprio lì, ossia rendersi conto di quanto sia semplice ritrovare sé stessi e la propria quotidianità, anche in un film di oltre settant’anni fa.
Ozu, involontariamente. parla anche di noi, della nostra contemporaneità, delle semplici e normali azioni che svolgiamo giornalmente dentro casa; lo fa dall’inizio alla fine del film, senza badare a sorprendere lo spettatore con effetti speciali o colpi di scena imprevedibili, ma semplicemente rappresentando in maniera nitida la realtà più comune, la vita di ogni giorno di una famiglia di lavoratori della classe media.
Tramite i gesti più semplici, Ozu spiega la società dell’epoca, gli stati d’animo attraverso uno sguardo assorto o un’espressione pensierosa e i rapporti interpersonali attraverso un’attenzione quasi maniacale verso quelle che potrebbero sembrare le più scontate azioni, come donare dei soldi, offrire una bevanda calda o accompagnare una persona a fare una passeggiata.
L’immagine: la realtà nell’ordinarietà dell’ambiente domestico
In Viaggio a Tokyo, la macchina da presa è sempre fissa, eccetto per una singola scena. Il celebre Tatami Shot, la tecnica di ripresa distintiva di Ozu, inquadra le scene come se a visualizzarle fosse una persona seduta su un tatami, ossia la tradizionale copertura del pavimento giapponese. Già da qui, comprendiamo come Ozu ci dica quasi di accomodarci all’interno dell’abitazione dei suoi protagonisti e di gustarci ciò che avviene durante il corso della loro giornata.
Le immagini, caratterizzate da una composizione quasi pittorica e da un’attenzione scrupolosa per i dettagli, riescono a catturare tutto ciò che avviene all’interno delle stanze delle abitazioni, anche da più angolazioni, riuscendo a mostrare allo spettatore la completezza degli elementi e delle azioni svolte dai personaggi.
Lo spettatore, allo stesso tempo, riesce a vedere sia il pavimento che il soffitto e l’immagine è la perfetta sintesi dell’attimo rappresentato, senza che sia tralasciato mai nulla e senza che si perda mai quell’essenzialità che Ozu cerca di intercettare costantemente durante tutta l’opera.
Dialogo, azione ed immagine sono i tre elementi che uniti danno vita alla più concreta rappresentazione della realtà. Viaggio a Tokyo di Ozu è la sintesi perfetta di come il cinema sia in grado di parlare di tutti noi, anche a distanza di decenni. La normalità, per il regista, risiede nelle parole scambiate prima di andare a dormire, nelle riflessioni sulla vita dopo la morte di una persona cara, nella visione di un’alba come presagio di una giornata di sole.