Dallo strepitoso romanzo horror di Stephen King del 1986, nasce un personaggio che non ha eguali nell’unione tra realtà e terrore. Questo è l’It di Tim Curry, dall’omonima miniserie del 1990.
A distanza di oltre trent’anni, la miniserie It targata Tommy Lee Wallace lascia ancora sgomenti. Tante sono le “vecchie” pellicole che inquietano e raccapricciano, ma questo It è un caso a parte. A dimostrazione che le incarnazione tecnologiche superiori, ad esempio il riadattamento del 2017 con protagonista Bill Skarsgard, non hanno molto di più da dire.
Non si parla di nostalgia: a volte basta solo lo sguardo per terrorizzare il pubblico, e Tim Curry per la formidabile interpretazione di Pennywise ha sconfitto qualsiasi intelligenza artificiale. King stesso ne rimase affascinato.
Il personaggio di Pennywise
Ma perché parliamo di questo essere e gli diamo ancora questo grande valore? Nel romanzo, così come nella miniserie del 1990, Pennywise viene rappresentato come un essere mutaforma che abita le fogne della città di Derry, nel Maine, cibandosi dei suoi abitanti assumendo la forma di ciò che li spaventa di più. Le sue prede predilette sono i bambini, e un giorno King affermò che ciò che li spaventa di più sono proprio ciò che li attira di più, ovvero i pagliacci.
Un pagliaccio però che non ha un sesso specifico, e questo lo rende ancora più inquietante. Ecco perché It: né maschio né femmina. Geniale qui la scelta di Stephen King di nominarlo sia It che Pennywise. In questo caso, tradotto dall’inglese è una scelta molto più sottile di quanto sembri. Penny-wise è parte dell’espressione idiomatica “penny-wise, pound-foolish“, che significa: “attento ai centesimi ma stupido con le sterline“. Ovvero apparentemente furbo nelle piccole cose, ma miope e dannoso nel quadro generale. Una figura che sembra innocua, persino intelligente, ma in realtà è profondamente sbagliata.
Pennywise è l’incarnazione della paura stessa: il clown si ciba non solo della carne, ma dei sentimenti stessi delle sue prede. Generatore di traumi che i protagonisti, all’inizio bambini, dovranno affrontare anche in età adulta, sempre contro lo stesso sadico nemico.
Tim Curry, una semplicità raccapricciante
La figura di Pennywise non rivela un personaggio immediatamente mostruoso, ma al contrario sembra un adulto vestito da intrattenitore per far divertire alle feste di compleanno. Si comporta come qualcuno che vuole farsi amare. A noi che non viviamo l’esperienza tuttavia balza subito all’occhio la sua instabilità. Una gentilezza forzata ma che porta i protagonisti a fidarsi.
Come detto in precedenza, l’interpretazione di Tim Curry conferma il personaggio un’icona immortale del genere horror. La voce passa dallo stridulo e cantilenante a improvvisamente cupa e malvagia. Lo sguardo mostra due occhi sempre spalancati, quasi senza pupille e perennemente immobili. I movimenti del corpo sono tutto tranne che naturali, con posture rigide e scomposte.
Insomma, Curry non interpreta un mostro che finge di essere un clown, ma un astuto e perverso predatore che finge di essere un umano. Un’inversione del personaggio che noi di solito chiamiamo “cattivo”: non c’è nessuna volontà di sembrare per raggiungere uno scopo, solo quella di voler terrorizzare il più possibile. Questo è ciò che mette più inquietudine.
La semplicità nell’incutere terrore è ciò che mette ancora più terrore. Non c’è alcuna trasformazione spettacolare, come quelle che vediamo spesso negli horror di oggi. Non c’è alcuna scena particolarmente movimentata che si conclude con la deformazione del personaggio prima di un attacco.
L’attesa che Pennywise coltiva con cura durante la caccia è estenuante, sia per i protagonisti che per noi spettatori. La paura non viene mai palesata, ma più che altro suggerita da un volto semplicemente agghiacciante.
Perché fa più effetto oggi
Uno dei cambiamenti più evidenti del cinema horror è la ricerca di un terrore inesistente. Da molti anni ormai assistiamo a trame o scene fantasiose e spettacolari per incutere suggestioni e paure forti, ma che sappiamo tutti andranno a morire con la fine del film.
Questo è il motivo per cui It in qualche modo ha più effetto oggi rispetto a trent’anni fa. Siamo più abituati a stupirci che a soffrire davanti allo schermo. Pennywise riporta sulla terra, quella vera. Potrebbe apparire da dietro qualsiasi siepe, attirarci con il suo vestito ridicolo. È incomprensibilmente disturbante non perché sembra un demone, ma perché sembra un uomo che trama qualcosa.
Sembra assurdo, ma un abbassamento di movimenti e scene spericolate riescono ad emozionare di più. Proprio l’attenuarsi del tono di voce è ciò che genera più incomprensione e paura. Nel corso delle sue apparizione Curry sussurra per attrarre una fiducia che nel corso del film viene ripetutamente tradita. Un mostro che non insegue nei sogni, ma che ti sorride prima di scagliartisi addosso.
“Uccidermi? Hah! Uccidermi. Non siate ridicoli. Chi volete uccidere? Io sono eterno. Sono immortale.”
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