Werner Herzog e il vulcanologo Clive Oppenheimer intraprendono un viaggio globale alla scoperta di alcuni dei vulcani più mitici del mondo tra Corea del Nord, Etiopia, Islanda e nell’arcipelago di Vanuatu. Un viaggio all’inferno.
Documentario distribuito su Netflix a ottobre del 2016. Into the Inferno è rimasto decisamente sotto soglia rispetto alla bellezza che racconta e a come lo fa. Un viaggio per il mondo alla ricerca di ciò che ci ha ucciso e continua a uccidere. Ma che ci ha anche plasmati e senza i quali oggi non esisteremmo: i vulcani, tra le meraviglie naturali più spettacolari del nostro pianeta.
L’inferno esiste, davvero
Il titolo del documentario riporta a un tipo di luogo dove fuoco e fiamme dominano, ma con differenze. Si richiama a Dante, al “suo” inferno come viaggio, come discesa in un posto sconosciuto. Se però per Dante è luogo di punizione, per Herzog è pura contemplazione: non vi è morale né religione. L’inferno qui è un processo naturale che non punisce, esiste e basta.
Non un documentario, ma un viaggio
Into the Inferno non è un documentario di tipo informativo. Herzog non spiega cosa sono i vulcani per filo e per segno. Non racconta le varie tipologie presenti sul pianeta, non istruisce sulla loro pericolosità e su come comportarci in loro presenta. Non rassicura sulla loro forza distruttiva o mette dubbi sulla tranquillità apparente.
Il documentario, prima di qualsiasi altra cosa, racconta che i vulcani sono veri e propri esseri viventi, e ci accompagna in un viaggio ai limiti dell’assurdo, di tipo fisico e metafisico. In loro presenza nei millenni non si è plasmata solo la terra che calpestiamo, ma intere popolazioni, in ogni parte del mondo.
Il vulcano, spiega Herzog, è uno dei perni dell’ossessione umana per il caos e la distruzione del nostro pianeta. Culture e popoli li hanno eretti a Dei benevoli quanto spiegati, che per nostra colpa finiranno per ricoprirci di cenere e fiamme. Into the Inferno ha un pregio magnifico: non prova a dare risposte, ma come dice il vulcanologo Clive Hoppenheimer, non fa altro che contemplare l’abisso.
Non c’è verità oggettiva
Werner Herzog si dimostra un colosso non solo come regista, ma anche come narratore. Il genio tedesco propone il fine scientifico per tutta l’esperienza audiovisiva, ma aggiungendo molto di più. Un’analisi profonda che arriva ad una verità non oggettiva, piuttosto poetica e mistica. Herzog la chiama verità estatica.
Non c’è solo quello che è successo davvero, il fatto in sé riportato che ha causato conseguenze. In questo caso un’eruzione vulcanica. Ciò che Herzog celebra è l’esperienza di quell’evento naturale, ciò che ha significato davvero. Limitarsi ai fatti spesso nasconde la verità invece di mostrarla.
Una verità che in questo caso viene riportata nelle parole che racchiudono un pensiero, plasmando secoli di civiltà. I fatti scientifici così rimangono importanti, ma passano in secondo piano. Ciò che veramente conta è l’esperienza, con una narrazione che interpreta e mai neutra, piuttosto inquieta e ammaliata.
Il vulcano è un personaggio
I vulcani in questo viaggio non sono solo realtà naturali, ma entità vive, presenti. I vulcani respirano, osservano, ipnotizzano e distruggono. I figli dei vulcani, il fuoco, la lava e il fumo sono simboli di creazione e annientamento, sia a livello scientifico che culturale. Sono forze, spiega Herzog, che superano l’uomo con la loro indifferenza. La natura non è romantica né ostile. Vive la propria vita accanto a noi.
E poi c’è l’uomo, interprete inerme in costante contatto con la morte e l’abisso. Da chi vive queste esperienze per lavoro e ossessione a chi convive con questi mostri della natura senza sapere niente su di loro, tranne che un giorno distruggeranno il pianeta.
Un documentario ipnotico
Se osserviamo la parte formale del documentario, percepiamo quello che Herzog vuole dallo spettatore: non imparare, ma contemplare. Vuole farci vivere il suo viaggio non come una lezione di scienza, ma come un rito vero e proprio. Un vero stato di ipnosi e trance.
Le immagini sono lente, la musica è solenne e inquietante, a ritmo perfetto con il tono e il timbro della voce del regista. E il fine è molto semplice: non tutto può essere spiegato e l’uomo non può dirsi padrone onnipotente.