Con Amata, Elisa Amoruso firma un’opera che ambisce a inserirsi nel solco del melodramma moderno, provando a raccontare una maternità desiderata, rifiutata e idealizzata. Il film, interpretato da Tecla Insolia e Miriam Leone, vuole raccontare due donne agli antipodi.
Elisa Amoruso torna dietro la macchina da presa dopo aver diretto documentari e pellicole di successo come Maledetta primavera. Con Amata vuole raccontare un dramma intimo e sociale, un argomento che spesso divide: quello della maternità. Presentato alle Giornate Degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2025, il film, tratto dal romanzo omonimo di Ilaria Bernardini (collabora anche alla sceneggiatura), affronta con coraggio il tema divisivo della maternità nelle sue molteplici sfaccettature. La pellicola è ora disponibile a noleggio su PrimeVideo.
L’intenzione è chiara e sopratutto necessaria, ma la pellicola finisce per perdersi in una scrittura retorica e didascalica. Il film si muove su due binari narrativi e racconta le storie di due donne alle prese con la maternità con un montaggio alternato. Da una parte abbiamo Nunzia, interpretata da Tecla Insolia, una giovane ragazza di 19 anni che rimane incinta e affronta una gravidanza non voluta. Dall’altra abbiamo Maddalena, interpretata da Miriam Leone, che si trova ad affrontare il terzo aborto e decide, non in maniera troppo convinta, di scegliere la via dell’adozione. Due esperienza di maternità opposte, due vite diverse, due binari che non si incontrano mai ma che si perdono in dialoghi didascalici, che forse stanno meglio su un libro.
Una struttura speculare
Il montaggio alternato non crea neanche per un attimo un minimo di tensione narrativa. Le due linee narrative, vogliono presentarsi come due saggi sulla maternità, utilizzando anche la psicanalisi nella storia di Maddalena. Le scene sembrano costruite perché devono dimostrare e giustificare qualcosa e non perché vogliano effettivamente raccontare temi la maternità, la scelta dell’aborto, i medici antiabortisti, la scelta dell’essere madre o le scelte di una donna sul proprio corpo. La pellicola ha provato ad affrontare mille temi ma nessuno è stato approfondito realmente. Il risultato di dialoghi didascalici è una scrittura che fatica a trovare naturalezza, i personaggi parlano per frasi fatte e lo spettatore spesso perde quello che vogliono dire. Non si riesce a trasmettere una vera e proprio emozione, se non per alcune scene, la regia sembra un’imposizione più che un accompagnare lo spettatore verso una riflessione. Quello che manca è un vero e proprio conflitto, i personaggi sono costruiti per simbolismi. Nunzia incarna il rifiuto, la paura di essere ingabbiata, mentre Maddalena rappresenta l’attesa e la perdita. Entrambe, però, rimangono solo dei concetti.
Si premia sicuramente il provare a voler raccontare una storia necessaria, un tema importante e fondamentale come quello della libera scelta di una donna sul proprio corpo.
Regia e interpretazioni
Amoruso opta per una regia che va spesso sui primi piani, camere a mano che vogliono dare un registro intimo e provano a far avvicinare lo spettatore alla materia trattata. Il dolore spesso non esplode, o se esplode è fuori inquadratura e questo risulta perfettamente coerente con l’intimità della materia trattata. La sceneggiatura invece diventa pesante e non riesce a sostenere una regia che vuole essere intima, spesso depotenziando scene che potevano essere di forte impatto emotivo.
Quello che convince veramente in Amata è l’interpretazione di Tecla Insolia, che dimostrando nuovamente il suo immenso talento, riesce a raccontare il dolore e ad emozionare nelle sue scene. L’intimità del film si trova proprio nelle sue scene, come quella in cui non sa come calmare la bambina, attraverso una messa in scena dell’inadeguatezza, risulta perfettamente credibile in una pellicola costruita da frasi fatte. Le interpretazioni di Miriam Leone e Stefano Accorsi risultano spesso deboli e si perdono nell’estrema finzione, non riuscendo ad allontanarsi dal didascalico.
Un film necessario ma che non si impone.
Amata è un film che poteva essere essenziale per il cinema italiano, racconta di un tema che spesso risulta tabù e di cui ancora si fa fatica a parlare nel panorama cinematografico. La volontà di parlare di aborto, di frustrazione e di qualcuno che sceglie per noi è un gesto fondamentale e che vuole far aprire gli occhi. Tuttavia, la sceneggiatura rimane un manifesto. Il problema è che non osa davvero raccontare la complessità morale, non sporca davvero i suoi personaggi e non accetta il rischio di raccontare, spesso rimane solo giustificazione.
Amata resta un’opera sentita ma irrisolta più forte nelle intenzioni che nella scelta drammaturgia lasciando i personaggi vivere come tesi e non come umani.
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