Good Boy contiene nella sua premessa la quasi interezza del film stesso, ma offre spunti finali insoliti e che rivalutano l’interpretazione del genere.
Discoteca, pasticca, sigaretta. Altra discoteca. Drink su drink su drink. Amici e ragazze. Altra discoteca. Cocaina, vomito. Strada. Macchina. Luce. Questo è il rocambolesco e dinamico e divertente – ma neanche troppo – e divertito inizio di Good Boy, pellicola del 2025 diretta da Jan Komasa ed uscita nelle sale italiane lo scorso 5 marzo.
Attenzione a non confondersi perchè, di film con il titolo Good Boy ce ne sono stati molti negli ultimi anni. Dal Good Boy di Viljar Boe del 2022 al più recente e migliore Good Boy di Ben Leonberg, per ora senza distribuzione italiana se non per l’home video. In ogni caso, il nostro Good Boy – distirbuito anche come Heel – non rientra nelle specificità degli altri e si perde proprio quando prova a personalizzare la sua ideologia.
Good Boy
Good Boy inizia con il ventenne Tommy – uno splendido Anson Boon premiato anche alla Festa del Cinema di Roma 2026 – che, dopo una sua solita serata di quotidiane follie notturne, viene tramortito ed imprigionato. Tommy si risveglierà incatenato nello scantinato della villa di una particolare famiglia, che vive all’infuori dei centri urbani e distanti eoni di tempo dal normale corso della società.
La famiglia, composta dalla moglie Kathryn, dal marito Chris e dal figlio Jonathan – rispettivamente Andrea Riseborough, Stephen Graham e Kit Rakusen – proverà apparentemente a colmare le lacune educative del sistema che ha cresciuto Tommy, instaurando un rapporto che va ben oltre quello tra carcerato e carcerieri, intersecandosi anche con il passato della famiglia stessa.
Bravo ragazzo
Good Boy, come detto in apertura, è diretto da Jan Komasa, che si trova qui alla prima esperienza con un film in lingua inglese, insieme all’altro film che ha girato lo scorso anno, ovvero, Anniversary. E, nonostante avere attori di questo livello può solo che migliorare il risultato finale, l’attenzione, in un film ambientato quasi unicamente in un unico spazio, ricade principalmente su di loro.
Per quanto tutti riescano a portare qualcosa di unico, il cast porta con sè anche aspettative che si perdono in un agglomerato non meglio definito. Questo perchè, per quanto la sceneggiatura sia fedele al racconto finale, la sua messa in scena disperde tutto quello su cui lavorano nella prima parte di film. Il cast, inevitabilmente, li segue.

Le catene familiari
Il problema principale è sicuramente che l’intento della scrittura e il suo adattamento scenico sembrano seguire due percorsi più o meno paralleli ma che non si toccano mai. La conseguenza diretta di questo bizzarro processo involontario comprette, in parte, qualsiasi domanda tematica il film ci ponga, perchè, quello che manca è il tono.
È difficile riuscire ad inquadrare Good Boy in qualche schema di genere e, se questo può sembrare una cosa positiva, qui non lo è per niente. Non è un thriller, non è una commedia, non è un horror, non è un dramma puro. RImane confinato a dei limiti, come fossero catene, e non riesce mai ad uscirne e, comunque, rimane assolutamente non chiaro nella sua direzione.
Uno scantinato pubblico
L’artificialità nel suo commento sociale risponde ai problemi evidenti della storia stessa. Ci sono dei misteri narrativi che non vengono mai spiegati e che non servono assolutamente a nient’altro se non per essere fini a sè stessi. A tratti, sembra un film incompleto. A tratti, sembra troppo vago per essere definito. Invece, a tratti, è un’ottima commedia nera, ma solo a tratti.
Qualsiasi critica deve poi scontrarsi con il quadro generale del film. E non si può certo dire che non siano presenti elementi tanto essenziali quanto determinanti nella riuscita finale dell’opera. Purtroppo, Good Boy cerca appartenenza identitaria mascherando la violenza e soffocando le risate, ma questo non è assolutamente possibile in un mondo come il nostro e tantomeno in un mondo come quello di Good Boy.