The Long Walk racconta la brutalità della guerra, in una gara in cui la forza della solidarietà si dimostra più forte della volontà individuale.
Pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman, The Long Walk è un romanzo scritto da Stephen King nel 1979. A distanza di quasi 30 anni Lionsgate ha deciso di farne un film affidandone la regia a Francis Lawrence, non proprio l’ultimo arrivato se parliamo di opere distopiche. Il regista americano è infatti colui che ha diretto gran parte dei film della saga di Hunger Games – compreso L’alba sulla mietitura, in uscita a novembre di quest’anno. Il risultato è un adattamento che riprende lo spirito del romanzo ma che riesce a mettere in luce tematiche più attuali, o che forse non hanno mai smesso di esserlo.
Portato in Italia da Adler Entertainment, il film è uscito nelle sale il 23 aprile. Questa la nostra recensione.
The Long Walk, la trama
In una versione alternativa degli Stati Uniti, divenuti una dittatura militare, una competizione annuale vede 50 ragazzi (uno per stato) partecipare ad una marcia in cui l’ultimo rimasto riceve una grande somma di denaro e la possibilità di vedere esaudito un suo desiderio. La Lunga Marcia viene trasmessa in diretta nazionale per spronare l’intera popolazione al sacrificio e all’etica del lavoro, al fine di combattere una grave crisi economica.
La gara funziona così: bisogna mantenere una velocità costante di almeno 3 miglia orarie; chi rallenta riceve un avvertimento. Al terzo avvertimento, lo sfidante viene giustiziato. Ai partecipanti vengono fornite provviste e razioni, ma non è concesso interrompere la marcia per nessuna ragione, perfino per espellere i propri bisogni. L’intero gruppo di partecipanti è supervisionato durante tutta la durata da un gruppo di militari, a capo dei quali c’è una figura misteriosa, il Maggiore (Mark Hamill).
Fra i partecipanti all’edizione raccontata figurano, tra gli altri, Raymond Garraty (Cooper Hoffman), Peter McVries (David Jonsson), Arthur Baker (Tut Nyuot) ed Hank Olson (Ben Wang). I quattro ragazzi affronteranno la Lunga Marcia facendosi forza l’un l’altro, facendo i conti con la difficoltà di essere solidali in una competizione in cui ci può essere un solo vincitore.
Il sogno americano e la metafora della guerra
Quando King scrisse il romanzo, era da poco terminata la guerra del Vietnam. Un conflitto in cui migliaia di giovani persero la vita per una guerra che in molti reputavano sbagliata. Coloro che tornarono in patria vennero celebrati come eroi, ma segnati per sempre a causa delle atrocità a cui dovettero assistere. Il parallelismo con la Lunga Marcia appare quindi evidente: un gruppo di giovani che devono fungere da esempio per il resto della popolazione, mettendo in gioco le loro vite con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni. Il film riprende questa metafora, che appare oggi ancora attuale: la spettacolarizzazione e normalizzazione della violenza, la necessità di un conflitto per unificare il popolo.
Tuttavia, affianco a questa critica sociale ce n’è un’altra, simile ma diversa, più individuale: l’utopia del sogno americano. L’idea che chiunque possa migliorare le proprie condizioni di vita attraverso la forza di volontà e il duro lavoro. Ovviamente, a patto di voltarsi dall’altra parte quando gli altri vengono schiacciati dallo stesso sistema che ti sta facendo risollevare. Una freddezza ed un distacco che non tutti possiedono; come ammette McVries in uno scambio col Garraty, “non voglio battere gli altri così tanto [da poter vincere]”.
Ma Lawrence suggerisce che forse, per poter affrontare tutto questo, esiste un’arma che nessun regime è in grado di neutralizzare: la solidarietà. Aiutarsi e supportarsi a vicenda come resistenza ad un sistema che celebra la volontà del singolo, l’eccellenza individuale. Una forza in grado di contrastare perfino l’odio o il desiderio di vendetta.

Una storia intima con pennellate di colore
La versione distopica degli Stati Uniti viene in realtà appena accennata. Non è protagonista, ma resta sullo sfondo come elemento necessario allo svolgersi degli eventi. In questo senso, le differenze con Hunger Games sono evidenti. Lawrence qui racconta una storia molto più intima, fatta prima di tutto di drammi personali, della lotta con il proprio vissuto e del bagaglio che ognuno porta con sé. Non è una storia di ribellione, ma un’indagine sulla natura dell’uomo, dei suoi desideri e dei suoi bisogni. Per questo il regista spoglia il film di tutto ciò che non è funzionale all’espressione del dramma interiore.
In un racconto ridotto all’osso, anche la caratterizzazione dei personaggi non fa eccezione. Tutte le figure che il film decide di raccontare rappresentano un archetipo, un diverso modo di affrontare la vita. Proprio per queste ragioni, le pennellate con cui questi archetipi vengono raccontante sono poche, ma decisive. La caduta dei vari partecipanti non colpisce perché ci si affeziona a personaggi particolarmente sfaccettati, ma perché ne comprendiamo le ragioni e i desideri.
The Long Walk, la regia
Lawrence, lo abbiamo detto, lavora in quest’opera per sottrazione. Ecco quindi che il racconto è lineare, interrotto da sporadici flashback, e a tratti prevedibile. Nessun colpo di scena, nessuna sorpresa. La camera da presa è centrata sui personaggi, sui loro volti e sulla loro sofferenza. Il resto è un deserto di cui il film si preoccupa di mostrarne la desolazione con alcune inquadrature che ci mostrano un America svuotata. C’è la violenza, c’è la brutalità, ci sono i carri armati ed il clima è quello di un film di guerra senza però che venga consumato un conflitto nel senso classico del genere.
L’alternarsi delle varie fasi della giornata – ed il passare dei giorni – è scandito in modo chiaro grazie ad una fotografia in grado di non ripetersi mai, nonostante il soggetto resti sempre lo stesso. Forse proprio in questo risiede uno dei pochi difetti del film: la mancanza di situazioni diversificate risulta in una ripetitività che, nonostante i vari stratagemmi utilizzati per evitarlo, finisce necessariamente per connotare l’opera.

Conclusioni
The Long Walk è un film la cui visione risulta impegnativa per due ragioni. La prima, positiva, è rappresentata dal racconto di un dramma denso di tensione emotiva, in grado di tenere alta l’attenzione dello spettatore. La seconda, meno felice, è data dalla ripetitività che a volte può risultare un po’ difficile da sopportare. La percezione è quella di un film volutamente opprimente per lo spettatore, costretto a sopportare una visione pesante per farsi carico di un bagaglio emotivo affine a quello dei partecipanti alla Lunga Marcia.
La decisione di modificare il finale dell’opera originale rappresenta una scelta coraggiosa ma ben ponderata, in grado di potenziare il messaggio di critica a cui il The Long Walk non smette mai di fare riferimento. Si tratta forse di una delle trasposizioni migliori di un romanzo di Stephen King, nella quale traspare chiaramente lo spirito del romanzo ed il messaggio, sempre presente nelle opere dello scrittore, che “i mostri sono reali, e anche i fantasmi lo sono. Vivono dentro di noi, e a volte, vincono.”