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Le polemiche su Lupita Nyong’o nell’Odissea di Nolan? Erano fuori luogo prima e lo sono ancora di più dopo aver visto il film

Le polemiche su Lupita Nyong’o nell’Odissea di Christopher Nolan erano già fuori luogo prima del film. Dopo la visione, lo sono ancora di più.

Negli ultimi anni il rapporto tra cinema e discussione online è cambiato profondamente. Sempre più spesso un film viene giudicato prima ancora di essere visto, sulla base di un’immagine, di una scelta di casting o di una dichiarazione. Il dibattito nasce prima dell’opera e, a volte finisce per oscurarla completamente. E’ successo anche con L’Odissea di Christopher Nolan, uno dei film più ambiziosi della sua carriera e una delle riletture più attese di un’opera fondamentale della letteratura occidentale.

Prima ancora di entrare in sala, però, una parte del pubblico aveva già scelto quale sarebbe stato il principale motivi di discussione (o uno dei motivi): la presenza di Lupita Nyong’o nel doppio ruolo di Elena di Troia e di sua sorella Clitennestra. Una polemica che, ancora una volta, ha rischiato di spostare l’attenzione dal film alla sua superficie. E dopo aver visto l’adattamento dell’opera di Omero firmato Nolan, appare ancora più evidente quanto quel dibattito fosse distante dal vero cuore del progetto del regista di Oppenheimer. 

Lupita Nyong’o come Elena Di Troia (e sua sorella Clitennestra) è una polemica nata ancora prima del film

Ci sono polemiche che nascono dopo l’uscita di un film. Altre, invece, arrivano molto prima, quando il pubblico non ha ancora avuto modo di confrontarsi con l’opera. È quello che è successo con L’Odissea di Christopher Nolan. Prima ancora dell’arrivo nelle sale, una parte del dibattito online aveva già trovato il proprio bersaglio: il casting di Lupita Nyong’o nei panni di Elena di Troia e Clitennestra. Non si discuteva della regia, dell’ambizione del progetto o della qualità del film, ma esclusivamente di una scelta di casting.
Sui social si è parlato subito di “blackwashing“. C’è chi ha citato il celebre epiteto omerico di Elena dalle “bianche braccia”, chi ha accusato Nolan di aver tradito il testo originale e chi ha trasformato una decisione artistica in una battaglia ideologica. Il problema è che quelle critiche sono arrivate prima ancora che il film potesse essere giudicato. Dopo aver visto L’Odissea, quella sensazione non fa che rafforzarsi: la polemica era fuori luogo prima e lo è ancora di più oggi.

La presenza di Lupita Nyong’o è un dettaglio che non definisce un film di quasi tre ore

Dopo la visione dell’Odissea di Nolan, si può constatare che ci si ritrova davanti un film imponente. Con una durata di quasi tre ore, Christopher Nolan costruisce un viaggio epico che mette al centro Odisseo, il suo ritorno a Itaca e una riflessione sul destino, sulla guerra e sulla natura dell’uomo. All’interno di un racconto così ampio, Lupita Nyong’o compare soltanto per pochi minuti. La sua presenza è breve, elegante e perfettamente funzionale alla narrazione. Questo non significa che il suo ruolo non abbia importanza, ma semplicemente che il peso della sua presenza all’interno dell’opera è molto limitato.
Ed è proprio questo il punto. È difficile sostenere che la qualità di un film di quasi tre ore possa dipendere da una scelta di casting che occupa una parte così piccola del racconto. Durante la visione, infatti, quella discussione che per mesi ha dominato i social perde rapidamente rilevanza. L’attenzione viene catturata dalla regia di Nolan, dalle immagini, dalla costruzione del mondo narrativo e dal modo in cui il regista interpreta uno dei testi più importanti della storia della letteratura. Il film funziona o non funziona per motivi completamente diversi.

Prima di tutto c’è il talento (e si deve guardare quello)

In molte discussioni sul casting si dimentica un elemento fondamentale: prima ancora dell’aspetto fisico, un attore viene scelto per ciò che è in grado di trasmettere. In questo caso, si sta parlando di Lupita Nyong’o e Lupita Nyong’o non è un’interprete qualsiasi. È una delle attrici più talentuose della sua generazione, vincitrice del Premio Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista per 12 Anni Schiavo. Nel corso della sua carriera ha dimostrato una grande versatilità, passando da produzioni d’autore a grandi film commerciali con interpretazioni sempre riconoscibili, come in Us, Black Panther e A Quiet Place: Day One.
Il suo valore artistico non dovrebbe mai essere messo in secondo piano rispetto al colore della sua pelle. Si può discutere una scelta di casting, naturalmente. Fa parte del confronto critico e si è liberi di non approvare un casting e vedere un altro al posto dell’attore o dell’attrice di turno. Ma ridurre un’attrice del suo livello esclusivamente alla sua etnia significa ignorare proprio l’aspetto più importante del cinema: la capacità di dare vita a un personaggio.

Nolan racconta la sua visione dell’Odissea

Uno degli errori più frequenti in queste discussioni è confondere un adattamento con una copia. Christopher Nolan non ha mai realizzato cinema in questo modo (forse, nessuno lo ha mai fatto). La sua filmografia è sempre stata caratterizzata da una forte impronta personale e anche con L’Odissea il regista non cerca una semplice riproduzione del poema di Omero. Questa è la sua interpretazione. Se si desidera una fedeltà totale al testo, una ricostruzione precisa dell’epoca e una rappresentazione puramente filologica del mondo omerico, probabilmente il mezzo più adatto sarebbe un documentario.
Il cinema, invece, funziona diversamente. Ogni regista interpreta, modifica, sceglie cosa mettere in primo piano e cosa lasciare sullo sfondo. È successo con Frankenstein, con Dracula, con Shakespeare e con moltissime altre opere considerate intoccabili. Un adattamento non deve necessariamente essere identico all’originale per rispettarlo, ma deve essere capace di conservarne lo spirito (è la cosa più importante). Ed è proprio questo che conta nell’opera di Nolan: il viaggio, il desiderio di tornare a casa, il peso delle proprie scelte, il rapporto tra uomo e destino e la fragilità dell’essere umano.

Il dibattito sul “blackwashing”

Negli ultimi anni il termine “blackwashing” è diventato sempre più presente nelle discussioni sul cinema e sulle serie televisive. È successo con Halle Bailey ne La Sirenetta, con alcuni cambiamenti etnici nella saga de Il Trono di Spade e con la rappresentazione multietnica proposta da Bridgerton. Sono casi diversi tra loro, ma accomunati dallo stesso tipo di reazione: una parte del pubblico giudica la scelta prima ancora di vedere il risultato finale.
Questo non significa che ogni scelta debba essere automaticamente accettata. Il confronto è fondamentale e il pubblico ha il diritto di discutere gli adattamenti. Ma ogni caso dovrebbe essere analizzato singolarmente. Non tutti i personaggi hanno lo stesso peso storico, non tutte le opere hanno lo stesso approccio e non tutte le modifiche rispondono alle medesime motivazioni. Trasformare tutto in uno slogan rischia di semplificare una questione molto più complessa.

Anche Hollywood ha conosciuto il fenomeno opposto

Per molti decenni il cinema ha conosciuto soprattutto il fenomeno opposto: il whitewashing. Hollywood ha spesso affidato a interpreti bianchi ruoli appartenenti ad altre etnie, suscitando numerose critiche. È successo con Scarlett Johansson in Ghost in the Shell, con Tilda Swinton nel ruolo dell’Antico in Doctor Strange e con Jake Gyllenhaal protagonista di Prince of Persia.
Ancora più grave è stato il fenomeno del blackface, una pratica oggi unanimemente condannata, nella quale attori bianchi si truccavano per interpretare personaggi afrodiscendenti attraverso rappresentazioni caricaturali e offensive. Sono situazioni diverse e con un peso storico differente, ma ricordano quanto il rapporto tra identità, rappresentazione e casting sia sempre stato complesso. Per questo motivo ogni discussione dovrebbe evitare semplificazioni e concentrarsi sul contesto dell’opera.

Il film merita di essere giudicato per quello che racconta, non per Lupita Nyong’o

Dopo aver visto L’Odissea, una cosa appare piuttosto evidente: le polemiche sul casting di Lupita Nyong’o erano fuori luogo prima dell’uscita del film e lo sono ancora di più dopo la visione. Non perché ogni scelta artistica debba essere accettata senza discuterla, ma perché il film dimostra chiaramente che quella decisione non incide sulla qualità complessiva dell’opera. Si può apprezzare oppure no la visione di Christopher Nolan. Si possono preferire adattamenti più fedeli o considerare alcune libertà narrative discutibili. Ma ridurre un film di quasi tre ore al colore della pelle di un’attrice che compare per pochi minuti significa perdere completamente di vista tutto il resto.

Ed è proprio questo il limite di molte discussioni nate online negli ultimi anni. Si tende a giudicare un film da un’immagine, da un annuncio di casting o da una scelta isolata, dimenticando che il cinema è un linguaggio molto più complesso. Un’opera deve essere valutata nel suo insieme. L’Odissea di Christopher Nolan può piacere oppure no. Può convincere oppure lasciare qualche dubbio. Può essere apprezzato e allo stesso tempo, notare dei difetti. Ma una cosa è certa: il film dimostra che Lupita Nyong’o non è mai stata il problema. Perché il cinema, alla fine, si giudica solo quando le luci della sala si spengono. O, ancora meglio, dopo aver trovato il coraggio di dare una possibilità alla pellicola di turno e di entrare in sala a vederla e vivere l’esperienza di visione di tale pellicola.