Anya Taylor-Joy sostiene che le donne non possano permettersi gli eccessi del “method acting”. E riaccende il dibattito dopo le parole di Daniel Day-Lewis.
Da tempo Hollywood discute sul modo in cui un attore dovrebbe approcciarsi alla recitazione. Recentemente si sono espressi sul “method acting” Kristen Stewart e Daniel Day-Lewis, sostenendo due visioni opposte sull’argomento. Ora entra nel dibattito anche la giovane star Anya Taylor-Joy.
Il “method acting” indica un approccio alla recitazione spesso considerato estremo o, comunque, totalizzante. Negli anni, alcuni attori sono diventati celebri per la totale immersione nel personaggio alla ricerca di maggiore autenticità sullo schermo. Tra i sostenitori del “Metodo” ci sono proprio Daniel Day-Lewis, ma anche interpreti come Robert De Niro e Leonardo DiCaprio.
Accanto a loro, però, ci sono anche attori che hanno portato questo approccio agli estremi, creando difficoltà agli altri componenti del cast. È il caso, ad esempio, di Shia LaBeouf o Jared Leto, i cui comportamenti sul set hanno spesso generato discussioni.
Proprio in risposta a questi eccessi, alcune attrici stanno prendendo la parola per difendere un modo di recitare più “naturale” e meno totalizzante.
Le parole di Anya Taylor-Joy sul Method acting
L’attrice è celebre per aver preso parte a produzioni di grande successo come The Witch, La regina degli scacchi e Furiosa. Dove ha dimostrato grande talento e magnetismo. Intervistata da Complex News, ha parlato del “method acting”, definendolo un approccio alla recitazione prevalentemente maschile.
Se ci fate caso, le donne non recitano con il Metodo perché hanno cose di cui occuparsi. Quindi, non possono permettersi di perdere completamente la testa. Per me la recitazione è una sorta di psicosi controllata. Fingi di essere qualcun altro, pensi come lui per sedici ore al giorno. Ti muovi come lui, vivi nella sua casa e indossi i suoi vestiti. È come avere una sorella o una coinquilina che viene a farti visita nella mente per un po’.
Taylor-Joy ha poi aggiunto:
Sono molto grata che le persone della mia vita comprendano questa cosa. A volte, quando vedono che mi sto spingendo troppo oltre, mi chiamano con il nome del personaggio e mi dicono: ‘È il momento di tornare in te’. Ma non riesco a immaginare di mantenere questo stato continuamente. Alla fine, lavori con centinaia di persone ed è tua responsabilità trattarle bene e aiutarle a fare il miglior lavoro possibile. Se sei troppo preso dal voler fare lo stronzo, il set non sarà certo un posto piacevole.
Le parole di Anya Taylor-Joy trovano riscontro negli eccessi di alcuni attori che hanno utilizzato il “Metodo”. Fra gli esempi più noti ci sono Shia LaBeouf sul set di Fury, Jared Leto durante la lavorazione di Suicide Squad o Dustin Hoffman ne Il maratoneta. In alcuni casi, queste scelte hanno creato tensioni con gli altri membri del cast.
Ma c’è anche chi, come Daniel Day-Lewis, considera il “method acting” qualcosa di molto diverso.
Method acting: da Kristen Stewart a Daniel Day-Lewis

Prima di Anya Taylor-Joy, era stata Kristen Stewart a esprimersi sul “method acting”. Parlandone come di una debolezza legata soprattutto alla dimensione maschile della recitazione. Lo scorso dicembre, in un’intervista al New York Times, l’attrice ha sostenuto che la recitazione sia, per sua natura, “piuttosto imbarazzante e poco mascolina” e che il Metodo rappresenti, per alcuni interpreti uomini, un modo per attenuare la vulnerabilità insita nel lavoro dell’attore.
La recitazione è intrinsecamente vulnerabile e, proprio per questo, anche piuttosto imbarazzante e poco mascolina. Non c’è nulla di eroico nel dire di essere il tramite delle idee di qualcun altro. È un’attività che richiede, per sua natura, una certa sottomissione. Avete mai sentito parlare di un’attrice che recita con il Metodo?
Un’interpretazione interessante che, però, non sembra essere condivisa da Daniel Day-Lewis. L’attore, durante gran parte del tour promozionale di Anemone nel 2025, ha difeso questa pratica.
Negli ultimi anni, quasi tutti i commenti sul Metodo provengono da persone che hanno poca o nessuna idea di cosa comporti davvero. È come se si pensasse che facciamo parte di una sorta di pseudoscienza o di una setta. In realtà è semplicemente un modo per liberarsi. Così da poter reagire con spontaneità quando si lavora con i propri colleghi davanti alla macchina da presa. Ti permette di rispondere in modo autentico a ciò che accade in quel momento.
L’attore ha poi chiarito:
È una cosa molto semplice. Per questo mi dà così fastidio tutta questa storia del ‘ha recitato completamente con il Metodo’. Ma che diavolo significa? Perché è quasi sempre accompagnata dall’idea che ci sia qualcosa di folle. Io preferisco restare immerso nel personaggio. Invece di entrarci e uscirne continuamente o fare scherzi con i cuscini scorreggioni tra una ripresa e l’altra, come qualcuno sembra pensare che un attore dovrebbe fare.
Il method acting, un approccio hollywoodiano
Va aggiunto che il cosiddetto “method acting” è un approccio particolarmente diffuso a Hollywood. Ma molto meno radicato in altre tradizioni cinematografiche. Nel cinema italiano, per esempio, questo tipo di immedesimazione totale è stato spesso osservato con ironia.
Celebre il racconto di Marcello Mastroianni sugli attori americani che si preparavano vivendo esperienze estreme. Come chi si sarebbe rinchiuso in un monastero per interpretare un prete.
Anche Dino Risi ironizzò sull’approccio dell’Actors Studio con una frase diventata famosa:
Un attore dell’Actors Studio, per grattarsi un orecchio, deve trovare una motivazione psicologica; un altro si gratta e basta.
Ma non sono solo gli interpreti italiani ad aver criticato gli eccessi del Metodo. Anche diversi attori hollywoodiani hanno espresso perplessità verso un approccio che può trasformarsi in narcisismo o poca professionalità sul set. Da Mads Mikkelsen a Robert Pattinson, fino a Sebastian Stan.
Segno che il dibattito sul confine tra ricerca artistica eccessiva e professionalità sul set è tutt’altro che concluso.