In occasione dell’uscita al cinema del suo ultimo film Election Day, abbiamo intervistato Giorgio Amato, regista e sceneggiatore di origini sarde.
È un torrido pomeriggio di luglio quando suono il campanello di Giorgio Amato, regista e sceneggiatore che diversi anni fa si è trasferito a Roma per inseguire il suo sogno di lavorare nel cinema. E ci sta riuscendo, con tutti i sacrifici che questo sogno ha comportato e comporta ancora oggi.
Con Giorgio, ad accoglierci ci sono anche la moglie Giulia e i loro due bellissimi gatti.
Almanacco Cinema presenta: l’intervista al regista e sceneggiatore Giorgio Amato
Come hai deciso di iniziare a fare cinema, di fare del cinema la tua vita?
Giorgio Amato: “Ho deciso perché uno dei miei più grandi sogni era quello di scrivere. Quindi, quando avevo 20, 21 anni, mi sono avvicinato un po’ al mondo della letteratura. Ovviamente sono stato rimbalzato, e ho continuato a insistere. Poi un editore che aveva pubblicato un mio racconto mi consigliò comunque di provare la scrittura cinematografica, perché secondo lui avevo un’ottima predisposizione. E da lì mi si è aperto un universo, perché il cinema è sempre stata la mia grande passione, insieme alla letteratura. E la sceneggiatura, in realtà, mi consentiva di unire questi due mondi.
Quindi ho cercato di fare un percorso anche universitario – ho cominciato l’università un po’ tardi – che mi consentisse di avere una formazione spendibile sia dal punto di vista cinematografico sia dal punto di vista della conoscenza della società in generale. Per cui mi sono iscritto a Sociologia e ho preso l’indirizzo Comunicazione e mass media, e al tempo stesso ho fatto l’università di regia e di sceneggiatura. Dai 23 ai 27 anni ho fatto questo percorso formativo, ecco, proprio per riuscire a cominciare a lavorare in questo ambito”.
Visto che sei appassionato di letteratura, quali erano gli autori che ti facevano sognare di scrivere?
Giorgio Amato: “Uno in particolare: Stephen King. Io sono cresciuto con Stephen King e divoravo tutto quanto quello che lui scriveva. E in più ero appassionato di gialli, quindi Agatha Christie, Patricia Cornwell, John Grisham: tutta quella letteratura americana che faceva riferimento a thriller, giallistica, e ne sono sempre stato un grande appassionato”.
Un giallo ti piacerebbe girarlo?
Giorgio Amato: “Il mio primo film (Circuito chiuso, ndr) era un thriller horror. Quindi, la prima cosa che ho proprio scritto, il primissimo, sì, era di questo genere qua. Ed è chiaro che poi quando ho cominciato ad approcciarmi al mondo del cinema, il genere più richiesto dai produttori era la commedia. Con la commedia comunque mi ci sono sempre trovato a mio agio, tant’è vero che anche da autore teatrale ho scritto quattro commedie, ho sfruttato il filone e alla fine ho fatto più commedie che altro. Però il mio primo film è un thriller, il secondo è un dramma con tinte thriller, e poi sono andato sulla commedia, ecco”.
Sei nato a Milano ma sei cresciuto a Porto Torres.
Giorgio Amato: “Sì, diciamo che per me Milano è un ricordo lontano. Io ci sono soltanto nato, ci ho fatto l’asilo, ma poi, ci appartengo relativamente. Soffrendo poi di memoria cortissima è come se quel periodo della mia vita non l’avessi mai vissuto. I miei ricordi partono dalla Sardegna in poi, dove sono stato fino ai 17 anni, poi sono andato via”.
La Sardegna ti ha influenzato come autore di cinema?
Giorgio Amato: “No, non credo. Non credo. Non ho mai neanche ambientato niente, se non qualche racconto o una sceneggiatura”.
Li segui gli autori sardi oggi di cinema?
Giorgio Amato: “Sì, anche se li conosco poco. Diciamo che fanno un tipo di cinematografia che non si sposa molto con i miei gusti. Parlo di Bonifacio Angius, che ha fatto delle cose molto interessanti, di Mereu, di Zucca. Però ecco, Mereu e Zucca sono un po’ più distanti dal mio modo di raccontare il cinema, ecco.
Raccontami il tuo arrivo a Roma. Arrivi a Roma e ti ritrovi nella Mecca del cinema: Cinecittà, produttori. Ti hanno accolto bene oppure ti sei scontrato con un ambiente più chiuso, più elitario?
Giorgio Amato: “Mi sono scontrato con un ambiente che non lasciava il minimo spiraglio per potercisi entrare. Sono arrivato a Roma da figlio di operaio, senza nessuna conoscenza. Tra l’altro senza neanche essere romano, quindi non potendo sfruttare le conoscenze, perché se uno è di Roma magari ha l’amico dell’amico dell’amico che gli può presentare qualcuno. Io non avevo neanche l’amico dell’amico dell’amico per poter riuscire ad avere un appuntamento.
Per cui, cocciutamente, sono andato in giro con i progetti che avevo scritto a bussare alle porte. Le risposte che ricevevo erano: “Ah, beh, scrivi bene. Ti andrebbe di correggere questa cosa qua?”. E quindi sono sopravvissuto, dai 29 ai quasi 40 anni, correggendo cose altrui, facendo poi altre mille cose, altri mille lavori pur di sopravvivere. Ma cercando di restare aggrappato con le unghie e coi denti alla speranza di riuscire un giorno a fare le mie cose”.
Però ci sei riuscito.
Giorgio Amato: “Sto cercando di riuscirci”.
Oggi vivi in uno dei quartieri più popolosi di Roma. Ti fornisce qualche ispirazione quando scrivi?
Giorgio Amato: “Assolutamente. Io assorbo come una spugna la realtà che mi circonda. E quindi sì, cerco di stare attento a quello che vedo attorno a me. Non direttamente in qualcosa che sono riuscito a realizzare, ma in una sceneggiatura che ho nel cassetto. Dove abitavo, sempre in questo quartiere prima di trasferirmi in questa casa nuova, abitavo in un condominio e sentivo tutto quello che la mia vicina di casa diceva al telefono, quello che faceva, sapevo tutto. Sapevo che era rimasta incinta prima ancora del marito, perché lei l’aveva detto al telefono alla sorella. Sapevo tutte le sue cose in anteprima. E questo mi ha dato lo spunto per scrivere. Lei aveva un tono della voce che non si preoccupava del fatto che la sentisse un vicino”.
Magari voleva che tu scrivessi di lei.
Giorgio Amato: “Probabilmente”.

Collabori spesso con tua moglie, l’attrice Giulia Gualano. Come si gestisce il set con una persona con cui si condivide anche una quotidianità?
Giorgio Amato: “Nella maniera più serena possibile. Per fortuna Giulia è un’attrice molto centrata e con un’ottima comprensione dei ruoli. Per cui sa benissimo quello che è il mio ruolo e sa benissimo qual è il suo, quindi sul set non abbiamo mai avuto nessun tipo di problemi. Abbiamo la fortuna che lei è la mia prima lettrice. Quindi io appena scrivo qualcosa, lei è quella che legge. È con lei che mi confronto per le varie correzioni, le varie scritture.
Quando ho qualche personaggio per lei ne parliamo tanto, perché ovviamente vivendo insieme, potendo lei lavorare ogni giorno sul personaggio, riesce a costruirlo in maniera molto più complessa. E quando arriviamo sul set, non abbiamo più niente da dirci perché abbiamo già visto e rivisto il percorso che c’è da fare”.
Una curiosità: da cosa deriva questa passione per i camei alla Hitchcock nei tuoi film?
Giorgio Amato: “Dipende da più cause. La prima è legata al primo film. Me lo aveva prodotto il grande Luciano Martino insieme ai Manetti Bros., che erano i miei produttori esecutivi. Uno degli ultimi personaggi che arrivava nel film era un ufficiale dei carabinieri e avevamo chiamato un attore abbastanza corpulento che doveva fare quel ruolo. Se non che il giorno prima delle riprese questo attore litiga con i Manetti: non ricordo bene il motivo, ma si sono sovrapposte le pose su un altro film e motivo per cui non può venire.
Non avremmo potuto chiamare qualsiasi altro attore, perché il ruolo presentava una difficoltà maggiore, legata al fatto che quel film io l’ho girato con un ciak in italiano e con un ciak in inglese, proprio per avere una versione vendibile sul mercato internazionale. Quindi dovevamo trovare un attore che facesse la versione italiana e poi dicesse la battuta anche in inglese. Trovarlo da un giorno all’altro era già complicato. Trovarne uno al quale andasse bene la divisa, perché non potevamo a quel punto né spostare le riprese perché erano gli ultimi giorni né cambiare la divisa perché ormai ce l’avevamo lì. La divisa era più o meno della mia taglia e io avevo pure fatto il carabiniere per un po’ di anni. Allora ho detto: ‘Vabbè, l’ho fatto per un po’ di anni nella mia vita, tornerò a farlo anche sul set, deve essere il destino che mi porta a fare questa cosa’. E il giorno delle riprese ho detto: ‘Lo faccio io’. Perché non avevo altre possibilità. E quindi ho fatto quel ruolo lì.
Nel secondo film, The Stalker, avevo un personaggio che aveva tantissime pose ma neanche una battuta. Chiedere a un attore di fare tutte quelle pose senza dire neanche una parola era praticamente impossibile. Perché questo personaggio non richiedeva un lavoro attoriale molto particolare, perché in pratica era tutto ripreso in soggettiva da parte del protagonista che spiava l’ex moglie. Quindi quando vedevamo questo personaggio lo vedevamo soltanto da lontano.
C’era pochissimo budget. E non potevamo pagare un altro attore per averlo così a disposizione tutti quei giorni quando serviva. E quindi mi sono prestato anche nel secondo film. E nel terzo film, Il ministro, c’era il ruolo di un colonnello dei Carabinieri. E visto che ho fatto il capitano, mi sembrava una giusta continuazione. Dal terzo ruolo in poi, visto che era andata sempre bene, ho detto ‘Dai, un ruolo piccolo, piccolissimo, me lo ritaglio’. E così è andata. Niente egocentrismo”.
Il cinema italiano ha una fiorente tradizione di commedie. Possiamo dire che la commedia è il genere principe del cinema italiano da molto tempo. Secondo te, ancora oggi, è un genere prolifico?
Giorgio Amato: “Io mi rifaccio proprio alla commedia degli anni Settanta: di Ferreri, Scola, Monicelli. Cerco di raccontare aspetti della società attraverso l’utilizzo della commedia, come i grandi autori italiani hanno fatto negli anni Sessanta, Settanta e in minima parte anche negli anni Ottanta, I mostri su tutti.
Non mi ritrovo, purtroppo perché altrimenti probabilmente avrei lavorato di più, con gli standard che invece chiedono oggi sulla tipologia di commedia che vengono prodotte. La solita formula rassicurante del tutti felici e contenti, dove se c’è un personaggio negativo, comunque capisce il suo errore, si redime e alla fine. Guardandomi attorno, io credo che poche persone riescano a redimersi dai propri sbagli, anzi, vedo solo tanti recidivi”.
Quali sono gli elementi ricorrenti nei tuoi film? Perché io ne ho notati tanti. Ad esempio la passione per i colpi di scena, gli elementi dirompenti.
Giorgio Amato: “Parto da un presupposto: da spettatore, una cosa che non sopporto è cominciare a vedere un film quando so già per filo e per segno come va a finire. E io mi ritrovo molto spesso a guardare film dove appena cominciano dopo 5 minuti, so già esattamente come andrà tutto lo sviluppo narrativo. Probabilmente è un mio difetto lavorando come sceneggiatore, quindi so già più o meno dove vuole andare a parare chi ha scritto il film, però riguarda la stragrande maggioranza delle cose che vedo. Quindi, cerco di scrivere delle storie dove non do niente per scontato allo spettatore. Poi è chiaro che alcuni elementi sì, possono essere scontati, però cerco sempre di trovare il modo che, laddove c’è un elemento scontato, subito dopo arrivi un elemento che lo spettatore non si aspetti”.
Un altro aspetto che ho notato nei tuoi film sono gli incipit anche poco scontati. L’incipit, lo sappiamo che è fondamentale, nella letteratura come nel film, perché iniziare con una prospettiva che lo spettatore non si aspetta, poi ti fa immergere subito nella storia. Altrimenti inizia tutto da manuale, però poi lo spettatore non viene coinvolto.
Giorgio Amato: “Sì, diciamo che quando il film lo consente, mi piace dare questo scossone fin dall’inizio con i personaggi, tirando dentro lo spettatore nella storia. Non tutti i film, non tutte le sceneggiature purtroppo a volte mi consentono questo, perché per approccio sono costretto comunque ad avere un incipit più canonico. Invece, penso per esempio a film come Il ministro, ho un inizio che è una giostra per cui là funziona molto per i primi 20 minuti, poi magari il film rallenta un pochino dopo, invece in Election Day ho un inizio più canonico, poi dopo 20 minuti il film assume tutt’altro registro.
Bisogna stare anche molto attenti alla destinazione finale del film: ormai il film è destinato principalmente alle piattaforme, di conseguenza le piattaforme hanno il grosso vantaggio che arrivi a un pubblico immenso. Lo svantaggio è che se il film è lento o parte tardi e lo spettatore – me compreso – dopo dieci minuti, vede che il film non va da nessuna parte, cambia film”.
Questo però è anche un limite a livello creativo: devi sempre uniformarti.
Giorgio Amato: “Il discorso è: raccontando una storia, nel senso che anche ieri sera abbiamo provato, io e mia moglie, a cominciare a vedere un film con tutte le buone intenzioni. Dopo venti minuti non andava da nessuna parte, e abbiamo detto basta.
Ti posso chiedere qual è il film?
Giorgio Amato: “È l’ultimo film di Daniel Day Lewis, Anemone“.
Un’altra cosa che sembra piacerti tantissimo inserire nei film sono malattie rare con i nomi impronunciabili.
Giorgio Amato: “Credo che sia una cosa casuale, non c’è una volontà precisa. Nell’ultimo film era essenziale alla trama, nello Sposo indeciso idem.
Parliamo di temi: sia in Il ministro che in Election Day affronti il tema del razzismo. In Il ministro il personaggio della cinese, che in realtà è giapponese e in Election Day il ragazzo della figlia della politica protagonista. Secondo te il cinema concretamente ha la possibilità di fare qualcosa per cambiare questa società?
Giorgio Amato: “No, per cambiarla no, per farla riflettere forse. Io da che ho memoria ho sempre visto film, soprattutto quelli ambientati in America, dove c’era una chiara, forte posizione contro il razzismo. Mi ricordo che da bambino non riuscivo proprio a capire come una società potesse avere gli autobus con posti riservati per i neri, scuole nelle quali i neri non erano ammessi. Mi sembrava assurdo e sembravano cose che la società, man mano che andavamo avanti, verso il progresso, dimenticava, superava.
Invece no, siamo una società ancora malata di razzismo, che si nutre di razzismo, con politici che speculano sul razzismo. Ed è una cosa che mi fa molto schifo. Per quello, quando ho qualche personaggio che non brilla per bontà o intelligenza, mi piace caratterizzarlo in quel modo, come sono tanti personaggi che mi capita di incontrare e di vedere.
Prima mi dicevi che ti ispiri ai grandi maestri della commedia. Quali sono gli autori, non solo italiani ma anche stranieri, che hanno influenzato il tuo modo di fare cinema?
Giorgio Amato: “Italiani ce ne sarebbero tanti, forse Ferreri in assoluto, però anche Risi, anche Monicelli. Stranieri, oddio, ho tante suggestioni. Il mio problema è un altro: ho sempre potuto fare solo film a bassissimo budget. Quando lavori su storie, su soggetti che sai già che non potranno contare, chissà quale budget, devi anche adeguare quella che è la tua prospettiva a quello che poi è la reale possibilità di metterla in scena.
Sì, il mio regista di riferimento è Quentin Tarantino, ma io un film come Quentin Tarantino non lo potrò fare mai nella mia vita. Poi mai dire mai, però ne ho scritte di cose che potrei sviluppare e poter farlo come con una grossa produzione americana, ma so che in Italia è praticamente impossibile”.
Invece proviamo a sognare, pure in grande: se potessi dirigere un progetto che ha fatto qualcun altro, quindi un progetto che è stato già fatto, quale ti piacerebbe aver fatto tu?
Giorgio Amato: “Breaking Bad. O quella o Better Call Saul. È proprio il mio mondo di riferimento in assoluto. Il crime, il thriller, il tipo di personaggi, il cambiamento dei personaggi, al 100% Breaking Bad”.
Sempre per ipotesi, se non avessi problemi di budget, quale attore o attrice vorresti coinvolgere, ti piacerebbe coinvolgere in un tuo progetto?
Giorgio Amato: “Guarda, in realtà non ho una risposta univoca: per me è giusto l’attore a seconda del personaggio che ho scritto. Non dico mai, ‘Ah vorrei lavorare con Favino’, non scrivo un personaggio perché voglio lavorare con Favino. Chiaramente mi piacerebbe poter lavorare con Favino, però non è mai capitato, ma non è neanche mai capitato che avessi il ruolo giusto da proporre a Favino.
Beh sì, in effetti no. Io a seconda del personaggio che ho scritto, cerco di proporlo all’attore che secondo me è più giusto o giusta, così come è successo adesso in Election Day: avevo il personaggio di questa politica ed era perfetta Angela Finocchiaro. E mi è andata bene che alla prima proposta mi abbia detto di sì.
A proposito di Angela Finocchiaro, raccontami qualcosa sulla sua esperienza con lei.
Giorgio Amato: “È stato meraviglioso. Ti posso raccontare quello che abbiamo fatto in lettura della sceneggiatura. Perché quando abbiamo cominciato a lavorare proprio sul personaggio, l’abbiamo fatto al telefono perché lei vive in Toscana. Quindi ci sentivamo al telefono con delle lunghe chiamate dove lei leggeva dicendo ‘questo lo facciamo così, questo lo facciamo così’. Io mi sentivo uno scolaretto che prendeva appunti e veniva corretto dalla maestra. Le sue note erano tutte pertinenti, tutte giustissime”.
Su Giorgio Tirabassi, che è un altro protagonista del tuo ultimo film?
Giorgio Amato: “Avevo quel personaggio che era perfetto da proporre a Tirabassi. L’avevo inseguito in lungo su altri progetti però non eravamo mai riusciti a incastrarci. Quindi quando gli ho proposto questo personaggio ed era disponibile non mi è sembrato neanche vero”.
Hai lavorato due volte con Gianmarco Tognazzi.
Giorgio Amato: “Gianmarco è un attore che ti assorbe molto, pretende molto e dà anche molto al personaggio”.
Tra i film che hai fatto, ce n’è uno che ami un po’ più degli altri?
Giorgio Amato: “Beh, sì… È The Stalker. Per l’universo che vado a raccontare. È quello dove mi ritrovo più a mio agio, è quel genere lì che mi piacerebbe fare”.
Ne approfitto per lanciare un appello per chiedere alle piattaforme di proporre i tuoi primi film, perché sono molto difficili da trovare.
Giorgio Amato: “Il problema è che, in pratica, la Dania Film, che ha prodotto Circuito Chiuso, il primo film, ha chiuso. Dalle ultime notizie che ho avuto, stanno cercando di trovare un modo di mettere i film in liquidazione in maniera tale che un’altra società li possa acquistare e rivendere. Quindi siamo rimasti così nel limbo.
The Stalker, invece, l’ha prodotto Andrea Iervolino e la società che lo ha prodotto non so che fine abbia fatto. Purtroppo i diritti dei film che faccio non sono miei e quindi sono anch’io soggetto alla speranza che i produttori riescano poi a metterli in piattaforma”.
Se dovessi scegliere, preferiresti essere sceneggiatore o regista?
Giorgio Amato: “Tra le due preferirei scrivere, per il semplice motivo che così non devo combattere con i produttori, con gli attori, con il set, con la troupe. D’altro lato, però, soffrirei troppo a perdere la paternità del lavoro. Di conseguenza, i lavori a cui io tengo in maniera particolare piuttosto me li tengo nel cassetto e cerco di farli io, ma da sceneggiatore non li do a un altro papà. Sono figli miei, i figli sono pezzi di cuore”.
Puoi darci qualche anticipazione su un eventuale prossimo progetto tuo, non su commissione, che potresti tirare fuori dal cassetto?
Giorgio Amato: “Proprio domani ho appuntamento con un produttore per bussare alla sua porta e proporgli questo soggetto. Non so cosa ti possa anticipare. Molto vagamente… diciamo che voglio riflettere un pochino sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale, però in chiave di commedia.
Che rapporto hai con l’intelligenza artificiale, come autore e come sceneggiatore?
Giorgio Amato: “Io mi ci approccio in maniera molto… serena. Lo trovo uno strumento ottimo per confrontarsi. Non credo che l’intelligenza artificiale possa in alcun modo riuscire a sostituire la scintilla creativa di uno sceneggiatore. Non credo che possa in alcun modo assorbire quello che accade nella realtà e trarre spunto per creare una storia da zero.
Magari può riuscirci, non lo so. Sicuramente non andrà a sostituire quel mio modo di lavorare che è quello di partire da un’idea e svilupparla. Se poi riuscissi a utilizzarla per aiutarmi a sviluppare quell’idea ben venga. Così come capita agli sceneggiatori di lavorare in due, in tre, in quattro. Magari l’intelligenza artificiale può aiutare nel confronto sulla scrittura, sulla struttura, sullo sviluppo della scena. Però è uno strumento e come tale uno lo dovrebbe padroneggiare e utilizzare”.
Infatti il problema è avere la padronanza dello strumento, no? Se tu non sai scrivere, non conosci la lingua, non sai scrivere in italiano, non sai scrivere bene in italiano, l’intelligenza artificiale, la sceneggiatura da zero te la fa, però te la farà banale, appiattita su modelli che già ci sono. L’innovazione, magari, la potrai dare solo tu.
Giorgio Amato: “In realtà quello che vedo sono film che sembrano fatti con la fotocopiatrice, per cui sinceramente non vedo un grande pericolo da parte dell’intelligenza artificiale in quel senso lì. L’algoritmo è un’altra storia: serve più alle piattaforme per capire quelli che sono gli orientamenti, i gusti e gli indirizzi del pubblico. Quindi, pretendere dei prodotti che seguono il gusto del pubblico ci sta. Però il compito degli autori è anche quello di fregarsene degli algoritmi e andare avanti tenacemente per la loro idea”.
Da qui a dieci anni che cosa auguri a te stesso?
Giorgio Amato: “Di riuscire a fare in serenità i progetti che ho nel cassetto senza dover faticare così tanto ogni volta per riuscire a metterli in piedi. La speranza è di riuscire a trovare una produzione che mi consenta di poter lavorare in maniera serena, con un budget adeguato e con tempi normali, in maniera tale da poter fare un prodotto come finalmente vorrei fare. Finora, per una ragione o per l’altra, sono sempre stato costretto a lavorare sempre con l’acqua alla gola”.
Cosa consiglieresti, invece, a un ragazzo che vuole intraprendere la tua strada?
Giorgio Amato: “È difficile, perché poi ognuno si costruisce da solo il proprio destino e molte cose sono determinate anche dalla casualità. Quello che gli posso consigliare è di avere tanta determinazione e tanta forza di volontà, perché se io non avessi avuto quella quando avevo 30 anni non sarei mai riuscito a fare il mio primo film. Mi ha tenuto in piedi soltanto una tenacia che… so quello che ho passato, ecco. Con tutte le difficoltà annesse connesse. E sono sacrifici che non so se un giovane oggi sarebbe disposto a fare.
Oggi le nuove tecnologie avvantaggiano sempre un percorso di questo tipo qui di conseguenza io quello che posso consigliare è di sfruttare al massimo quello che oggi le tecnologie consentono di fare e di avere grande determinazione. Ma soprattutto di trovare una storia in cui crede e su cui insiste per riuscire a realizzare il suo progetto. A me capita molto spesso anche di insegnare nelle scuole di regia: molti giovani vogliono fare i registi però non hanno neanche una storia tra le mani da raccontare. Trova prima qualcosa da dire e fai il possibile per riuscire a realizzarla“.
Ringraziamo Giorgio Amato per la cortesia e la disponibilità.
Potete trovare il suo ultimo film, Election Day, al cinema. Il ministro, Oh mio Dio! e Lo sposo indeciso sono disponibili su Amazon Prime Video.