Jane Schoenbrun rappresenta un cinema sperimentale unico nel suo genere, che sorprende a ogni frame e regala esperienze immersive nella mente della regista.
È bene chiarire fin da subito, perché fondamentale per la comprensione del suo cinema, che Jane Schoenbrun si identifica come persona trans non binaria. L’identità fuori dallo status quo è principio e fine della sua visione artistica.
Finora, la regista ha realizzato tre lungometraggi. L’ultimo, Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte (Teenage Sex and Death at Camp Miasma), è in uscita nelle sale italiane il 19 agosto. Presentato a Cannes 2026, è stato accolto positivamente da pubblico e critica, vincendo la Queer Palm.
C’è un filo conduttore che unisce le tre opere della regista. Biografiche al punto giusto e piene di reference alla cultura horror pop. Opere che meritano sempre più di una lettura e riflessione. E per questo dei veri gioiellini cinematografici. Aspettando l’uscita di Camp Miasma, ripercorriamo l’insolita e interessantissima filmografia della regista.
Jane Schoenbrun non vuole impartire lezioni
Jane Schoenbrun è nata a New York nel 1987. Dopo essersi laureata alla Boston University, ha lavorato come assistente alla produzione per alcuni cortometraggi dei fratelli Safdie. Da sempre interessata al cinema indipendente, nel 2018 ha diretto A Self-Induced Hallucination. Un documentario costruito attraverso video trovati online e dedicato al fenomeno di Slender Man.
L’interesse per l’horror del web e per la cultura delle creepypasta tornerà poi nel suo primo lungometraggio di finzione, We’re All Going to the World’s Fair.
Il film viene presentato al Sundance Film Festival nel 2021. È stato finanziato inizialmente con soli 100.000 dollari. E l’investimento è stato recuperato grazie all’acquisto dei diritti di distribuzione da parte di Utopia, prima, e di HBO Max dopo.
L’opera colpisce il pubblico ma lo lascia anche interdetto. Sarà questo il marchio di fabbrica della regista. We’re All Going to the World’s Fair riprende l’universo delle storie horror online (creepypasta) e delle challenge a esso legate. Infatti, vede protagonista un’adolescente (Anna Cobb), che vive isolata negli USA rurali. È appassionata alle leggende dell’orrore che circolano su internet. E si interessa a una sfida, che consiste nel compiere un rito e aspettare che il tutto faccia effetto. La giovane inizia a sentire dei mutamenti dentro di lei e li documenta con video che posta sul web. Ciò la porta a stringere un legame con un uomo adulto, anche lui fan del genere.
Il film appare enigmatico e, nel finale, sembra suggerire che non c’è niente di più inquietante dell’umanità. La regista, commentando i suoi film, ha spiegato:
Non sono film lineari. Non sono lezioni che posso impartire. La narrazione diventa semplicemente il modo più preciso che conosco per comunicare a me stessa e agli altri qualcosa che è molto difficile esprimere a parole.
“La voce cinematografica più originale dell’ultimo decennio”
In We’re All Going to the World’s Fair, però, il mutamento subito da coloro che compiono la challenge può essere letto anche alla luce del cambiamento fisico e interiore che Jane Schoenbrun stava vivendo quando ha scritto il film.
Anche la scrittura del secondo lungometraggio, Ho visto la TV brillare (2024), avviene in un momento di profondo mutamento per la regista. Sta iniziando, infatti, la terapia ormonale sostitutiva. Da questa esperienza nasce la storia di due adolescenti, Owen (Justice Smith) e Maddy (Jack Haven), che preferiscono il loro mondo interiore a quello esterno. Entrambi appassionati alla serie TV The Pink Opaque, chiaro riferimento a Buffy l’ammazzavampiri, per loro questa diventa una vera e propria ossessione. Tanto da non riuscire più a distinguere quale sia la realtà.
I due, in seguito, prenderanno strade opposte nel cammino per venire a patti con questo bisogno di evasione. Il film, come il precedente, non è accomodante con il pubblico. Non svela in maniera esplicita la sua vera natura ma lascia che il messaggio si sedimenti in ognuno di noi.
Il film omaggia la cultura anni ’90, in particolare i programmi televisivi dell’epoca, che sono stati una valvola di sfogo per la regista durante l’adolescenza. E mostra la dissociazione da sé e la frammentazione interiore causata dal mancato coraggio di accettarsi completamente.
Ho visto la TV brillare è stato prodotto, tra gli altri, da Emma Stone e Dave McCary e distribuito da A24. Un bel passo avanti per la regista, nonostante un budget comunque ridotto di 10 milioni di dollari. Ad ogni modo, questo non ha impedito al film di diventare un piccolo cult queer. E di essere lodato da Martin Scorsese e Paul Schrader, che ha definito Jane Schoenbrun:
La voce cinematografica più originale dell’ultimo decennio, senza alcun dubbio.
Camp Miasma è l’opera della maturità per Jane Schoenbrun
Arriviamo a questo punto a Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte, che segna una nuova fase nella filmografia della regista. L’opera non è più “l’equivalente cinematografico di un grido” di dolore, ma di gioia. Camp Miasma è stato descritto come “mix di orgasmi e geyser di sangue”. Ma anche come “giocoso, sensuale e ironico”.
La protagonista è Kris (Hannah Einbinder), una regista queer di 29 anni. Dopo aver attirato l’attenzione al Sundance con un remake di Psycho raccontato dal punto di vista della tenda della doccia, viene assunta per rilanciare e “ripulire” in chiave progressista una dimenticata saga slasher intitolata Camp Miasma. Convinta che l’unico modo per realizzare il film sia comprendere davvero il suo passato, decide di rintracciare Billy Presley (Gillian Anderson). L’attrice ormai ritirata che interpretava la celebre final girl del film originale.
Per Jane Schoenbrun, Camp Miasma è un film sull’adolescenza. O meglio, su quella sorta di “seconda adolescenza accelerata” vissuta dopo la transizione, ormai superati i trent’anni.
Scrive Vulture:
Proprio come Kris, che durante i rapporti sessuali finisce per rifugiarsi continuamente nella propria mente e ha bisogno che Billy la aiuti a restare presente, anche Schoenbrun ha dovuto imparare nuovamente a vivere la propria sessualità.
La regista ha raccontato alla testata, infatti, come il rapporto con il sesso in un periodo della sua vita fosse fortemente condizionato da ciò che stava reprimendo della sua identità di genere.
Dopo il coming out è cambiato completamente il mio modo di concepire l’intimità, la famiglia e le amicizie. Ho scoperto di aver bisogno di una forma di interdipendenza che prima non sentivo necessaria, perché erano cambiate le strutture di privilegio entro cui vivevo
Oltre le logiche dell’industria cinematografica
In Camp Miasma, oltre alla tematica sessuale, emerge anche una riflessione sul rapporto tra libertà artistica e industria cinematografica. Il film racconta infatti il tentativo di rilanciare una vecchia saga horror attraverso logiche commerciali che chiedono di “ripulire” il prodotto e renderlo più accettabile per il pubblico contemporaneo.
La protagonista Kris si trova a dover dare nuova vita a Camp Miasma, aggiornandolo secondo una sensibilità progressista. Ma dietro questa operazione si nasconde una richiesta molto precisa. Quella di trasformare l’identità queer in un elemento spendibile sul mercato. Senza necessariamente lasciare alla regista la libertà di raccontarla secondo la propria visione.
È proprio questo uno dei nodi del rapporto di Schoenbrun con l’industria. Il film stesso ha avuto difficoltà a trovare un produttore. Infatti, prima che subentrasse Mubi, A24 aveva rifiutato il progetto. Allo stesso tempo, la regista si è trovata a dover abbandonare un altro progetto per divergenze artistiche. È accaduto con l’adattamento cinematografico di Nevada, romanzo queer di Imogen Binnie pubblicato nel 2013.
Jane Schoenbrun racconta come la sua più grande paura sia “finire per realizzare qualcosa di cui non essere orgogliosa“. La libertà artistica diventa quindi una condizione imprescindibile, anche quando questo significa rinunciare a un progetto o scontrarsi con le logiche dell’industria.
E parlando del lancio di Camp Miasma e di una possibile scalata agli Oscar, la regista sentenzia:
Condivido pienamente quella frase di Luis Buñuel secondo cui “moralmente, nulla mi disgusterebbe di più che vincere un Oscar”. Detto questo, incrocio comunque le dita per una candidatura, perché quella sarebbe la vera carta bianca.
“Carta bianca” per un altro film senza regole e confini, tanto di genere quanto di pensiero.