La fine di Oak Street punta sull’intrattenimento ed effetti speciali, costruendo un racconto che, attraverso la fantascienza, ricerca la propria originalità.
La fine di Oak Street è un lungometraggio del 2026 diretto da David Robert Mitchell, noto per l’acclamato horror It Follows e l’ambizioso Under The Silver Lake. La pellicola, arrivata al cinema il 12 agosto, sfrutta il fascino dei brividi survival/horror, un classico del genere nel pieno dell’estate, e vanta la partecipazione di Anne Hathaway, Ewan McGregor, Maisy Stella e Cristiano Convery. Ne cura la produzione J.J. Abrams, il cui Super 8, diretto nel 2011, rappresenta una delle tante fonti d’ispirazione del film.
La fine di Oak Street, la trama
Ambientato negli anni Ottanta, il film segue una famiglia alle prese con una crisi che mette a dura prova i rapporti tra i suoi componenti. La loro quotidianità, inoltre, viene sconvolta da un misterioso evento che trasforma l’apparente tranquillità di Oak Street in uno scenario imprevedibile e minaccioso, costringendoli a fare i conti con una realtà che sfugge a ogni spiegazione.
L’effetto nostalgia
Uno dei principali elementi della pellicola risiede nel suo esplicito richiamo all’immaginario cinematografico degli anni Ottanta. David Robert Mitchell guarda soprattutto al cinema di Steven Spielberg, recuperandone la rappresentazione della provincia americana come spazio familiare e rassicurante, pronto però a trasformarsi improvvisamente nel teatro dell’ignoto. La quotidianità di una famiglia, le villette della periferia, i bambini e l’irruzione di una minaccia straordinaria compongono così un universo che richiama quella stagione del cinema in cui l’avventura e la paura potevano convivere all’interno dello stesso racconto.
A questa matrice spielberghiana si aggiunge un immaginario che sembra dialogare con quello di Stephen King: anche qui il perturbante nasce dalla normalità e si insinua negli spazi più familiari, trasformando la rassicurante quotidianità della provincia in qualcosa di inquietante. La nostalgia, dunque, non passa soltanto attraverso costumi, musiche e scenografie, ma si sviluppa tramite un preciso modo di raccontare la paura: partire da un mondo riconoscibile per incrinarne progressivamente la sicurezza.
Un genere fin troppo familiare
Tuttavia, proprio in questo risiede uno dei principali limiti del film: il suo immaginario, per quanto curato e ricco di riferimenti, finisce per risultare fin troppo familiare. Se Stranger Things era arrivata a intercettare con qualche ritardo la nostalgia per l’immaginario degli anni Ottanta, oggi La fine di Oak Street sembra arrivare quando quel repertorio è ormai ampiamente esplorato. Il primo tempo si trasforma così in un lungo déjà-vu, in cui atmosfere, suggestioni e situazioni evocano continuamente qualcosa che lo spettatore ha già visto altrove.
Due film gemelli
È interessante notare come, proprio in questo periodo siano usciti due film analoghi; La fine di Oak Street e The Last House sembrano quasi due film gemelli, ed entrambi trasformano la minaccia ambientale in un dispositivo per mettere una famiglia davanti ai propri limiti. Il survival diventa così non soltanto una questione di sopravvivenza fisica, ma anche un percorso di ricomposizione dei legami familiari.
In entrambi i casi, infatti, l’irruzione di una natura ostile costringe i protagonisti – Anne Hathaway sembra ormai incapace di sbagliare un film – a riscoprire quella solidarietà che la quotidianità aveva progressivamente logorato. Una coincidenza significativa che mostra come il cinema contemporaneo stia tornando a utilizzare l’emergenza ecologica e ambientale come specchio delle fragilità della famiglia.
La fine di Oak Street, in conclusione
Il lungometraggio scritto e diretto da David Robert Mitchell si configura come un blockbuster estivo che, al netto della sua forte componente nostalgica e di un immaginario abbastanza derivativo, riesce comunque a intrattenere. È soprattutto il secondo atto, più propriamente survival, a imprimere alla storia una maggiore tensione, trasmettendo inquietudine e angoscia attraverso l’irruzione dello straordinario – messo in scena con momenti decisamente drammatici – nella quotidianità di un tranquillo quartiere.
La sceneggiatura prova, inoltre, a smarcarsi dalle suggestioni già esplorate attraverso la componente ecologista e, in particolare, con un finale di stampo fantascientifico che cerca di sorprendere e di fare leva sull’aspetto emotivo dello spettatore.
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