Alla festa della rivoluzione, audace e incalzante opera che combina intrighi amorosi e politici, sullo sfondo della rivoluzione di Fiume guidata da D’annunzio.
Alla festa della rivoluzione, presentato l’anno scorso nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma, segna l’esordio alla regia di Arnaldo Catinari, direttore della fotografia con una carriera ultraventennale e collaboratore, tra gli altri, di Nanni Moretti, Paolo Virzì, Carlo Verdone e Gabriele Muccino. Il lungometraggio è sbarcato al cinema il 16 aprile 2026 e vede la partecipazione di Valentina Romani, Nicolas Maupas, Maurizio Lombardi e Riccardo Scamarcio.
Alla festa della Rivoluzione, la trama
Ambientato nel 1919 a Fiume, Alla festa della rivoluzione segue le vicende della spia russa Beatrice (Valentina Romani), del capo dei servizi segreti Pietro (Riccardo Scamarcio) e del medico anarchico Giulio (Nicolas Maupas). Le loro esistenze si intrecciano in seguito a un attentato contro Gabriele D’Annunzio (Maurizio Lombardi) durante la cerimonia d’insediamento, trascinandoli in una fitta rete di complotti, giochi di potere e segreti che si celano dietro l’impresa fiumana.
Un’opera di spionaggio satura e frenetica
Alla festa della rivoluzione si distingue – a prescindere dal luogo comune che vede i film italiani allineati a una commedia popolare caratterizzata, spesso, dagli stessi interpreti – per una narrazione senza pause che alimenta, per tutta la durata della pellicola, 98 minuti, un ritmo decisamente concitato, grazie a un montaggio iper-dinamico. Se inizialmente questa soluzione valorizza la complessità dell’intreccio politico e delle trame di spionaggio, con il passare dei minuti la narrazione perde progressivamente lucidità, trascinando lo spettatore in un flusso di eventi non semplici da decifrare.
Oltretutto, l’intricata sceneggiatura – soprattutto nella prima parte – accumula fazioni, operazioni di controspionaggio, agenti massonici, spie russe e inglesi e doppi giochi che, invece di arricchire l’intreccio, finiscono per renderlo eccessivamente macchinoso e dispersivo. Catinari strizza l’occhio al cinema di Guy Ritchie, riprendendone gli intrecci narrativi e il montaggio ipercinetico. A differenza del regista britannico, tuttavia, la componente comica da buddy movie lascia qui spazio a quella romantica, con una messa in scena particolarmente scrupolosa.
La componente estetica e sentimentale
La pellicola, caratterizzata da un’accuratezza estetica e scenografica – non a caso è stata candidato ai Nastri d’Argento per i migliori costumi e la miglior scenografia – cerca di restituire sullo schermo l’immaginario dannunziano divulgato dal Vate. Impossibile non citare Game of Thrones, a cui Alla festa della rivoluzione, con le dovute proporzioni, si rivolge, mescolando intrecci amorosi, giochi di potere e scontri politici.
Se la lotta per preservare l’utopia rivoluzionaria costituisce il fulcro della narrazione, la sottotrama sentimentale si amalgama con maggiore difficoltà al resto del racconto, risultando in più di un’occasione forzata. La scelta appare ancora meno convincente se si considera che il movente iniziale del protagonista, il medico Giulio, è già strettamente legato a una vicenda amorosa: introdurre un’ulteriore relazione sentimentale finisce così per appesantire il suo arco narrativo, rendendolo meno coerente.
Alla festa della rivoluzione, in conclusione
Il lungometraggio di Arnaldo Catinari ha il merito di portare sullo schermo una pagina della storia italiana ancora poco esplorata dal cinema, affidandosi a un linguaggio filmico dal ritmo serrato e coinvolgente. Tuttavia, la narrazione risente di un’eccessiva frenesia che finisce per generare una certa confusione nella fitta rete di intrighi, operazioni di spionaggio e giochi di potere. Inoltre, i soli 98 minuti di durata appaiono limitati per approfondire adeguatamente personaggi, dinamiche storiche e narrative.
Alla festa della rivoluzione, a fronte di una ragguardevole cura scenografica, capace di restituire con precisione l’estetismo dannunziano, è caratterizzato da un cast non sempre armonico e convincente, che riflette i limiti di un progetto ambizioso, e solo in parte, capace di restituire lo spirito del pensiero del Vate.