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Il Canto della Foresta e la potenza di Vincent Munier

Vincent Munier, fotografo e regista francese, torna nelle foreste dei Vosgi per raccontare il legame naturale ne Il Canto della Foresta.

Ci sono legami che non puoi scardinare o a cui non puoi rinunciare. E’ questo il caso di quello che racconta il fotografo e regista francese Vincent Munier, nei boschi dei Vosgi dove ambienta il suo documentario Il Canto della Foresta. Indagando i rapporti complementari tra tre generazioni e l’importanza che queste ultime debbano saper vivere nel mondo selvaggio e comprenderlo, il documentario stesso ci trasporta in un momento intimo e delicato.

Dopo La Pantera delle Nevi, Il Canto della Foresta ci rinnova un insegnamento

Il saper ascoltare e il saper cogliere una natura che continua a vivere anche se non guardata, persino nel silenzio. Tornando nei luoghi della propria infanzia, ci trasmette anche un ulteriore messaggio: gli ecosistemi con cui veniamo a contatto sono fragili e vanno protetti, oltre che mantenuti in buone condizioni.

Tre generazioni, tre modi di conoscere la natura: da padre in figlio, da Michel a Vincent, fino a Simon

Il saper rispettare la natura e saperla preservare sono due dei concetti cardine alla base del documentario. Tutto ciò è stato trasmesso attraverso, appunto, tre generazioni: dal padre del regista a lui stesso, fino a Simon suo figlio.

La cinepresa come un animale che non aggredisce, ma si fonde con la natura stessa

“Questa volta niente spedizioni lontane né luoghi esotici, ma un’immersione nelle foreste che mi hanno formato”, afferma così Munier. “L’approccio è più immersivo e la macchina da presa diventa quasi una presenza animale: non domina ciò che osserva, ma si fonde nell’ambiente.”

Il gioco di specchi in osservazione tra animali, natura e umani è un altro tema al centro del documentario. Tutto è relazione, si dice in psicologia, figurarsi nei rapporti naturali.

La capanna come fulcro di un racconto, sempre più fiaba e sempre meno reale

La capanna nel bosco, quasi trasfigurata dall’ambiente circostante, diventa il fulcro delle voci narranti del documentario. La foresta, però, rimane protagonista con i suoi colori e le sue voci. Anche l’appostamento è un momento fondamentale: prima della vista, l’animale è colto attraverso ciò che incrocia sul suo cammino, come uno scricchiolio.

Il rapporto ulteriormente centrale tra esseri umani e natura, insieme all’ascolto assoluto dei suoni registrati

Una particolarità del documentario è che i suoni sono stati registrati proprio sul campo, con un minimo utilizzo di effetti sonori durante tutta la durata del documentario stesso. Anche l’invito a stupirsi di ciò che si può trovare in natura è un mantra perché, si sa, non può esistere umanità senza natura.

Umanità e natura, quindi, rimangono un binomio assoluto che non va mai dimenticato, figuriamoci sciolto.

E Munier ce lo ripete forte e chiaro, nel suo documentario in uscita il 12 novembre per Wanted Cinema.