A quindici anni di distanza, riesploriamo il film che consolidò Hannibal Lecter nella leggenda della cinematografia di genere.
Era il 9 febbraio del 2001 quando nelle sale usciva Hannibal. Attesissimo sequel de Il silenzio degli innocenti (1991) e adattamento dell’omonimo romanzo di Thomas Harris, il film ottenne un successo straordinario. La regia di Ridley Scott, che aveva appena girato Il gladiatore, contribuì alla popolarità di questo nuovo capitolo. Hannibal Lecter, interpretato ancora da un magistrale Anthony Hopkins, diventa qui il vero fulcro della pellicola. Il rifiuto di Jodie Foster nel tornare a vestire i panni della detective Clarice Sterling costringe però gli autori a ripiegare su Julianne Moore.
Hannibal in breve
Il film è ambientato sette anni dopo le vicende narrate ne Il silenzio degli innocenti e segue le vicende interconnesse di quattro personaggi. Hannibal Lecter è fuggito in Italia, precisamente a Firenze, ma la eco delle sue azioni non sembra essersi placata. Mason Verger (Gary Oldman), unica vittima del dottore ad essere sopravvissuta, è ossessionato dal suo carnefice e usa il suo patrimonio per rintracciarlo. Clarice, tornata al suo lavoro presso l’FBI, sta vivendo un momento poco felice della sua carriera, e le viene consigliato di tornare a lavorare su Lecter. A Firenze intanto l’ispettore Rinaldo Pazzi (Giancarlo Giannini), venuto a conoscenza dell’identità del dottore, cerca di catturarlo per riscattare la ricompensa offerta da Verger.
Un moderno Dante
I riferimenti al poeta fiorentino sono numerosi all’interno del film. La metafora è piuttosto semplice: Hannibal Lecter si sente un esule. Vive costretto nella stessa sofferente situazione ma con un rovesciamento: laddove Dante anelava il ritorno alla sua amata città, il dottore ne è invece prigioniero di lusso. In questo senso la città viene incorniciata perfettamente da Ridley Scott, che riesce a restituirne un’immagine cupa e malinconica. Firenze appare esteticamente appagante ma intrisa di mistero, un luogo ideale in cui far muovere il personaggio. Non è un caso che la parte ambientata nel capoluogo toscano (circa metà della durata complessiva) sia la più accattivante e convincente del film.
L’amor che move il sole e le altre stelle
Il punto di forza, al netto della poca credibilità di alcuni eventi ed una trama piuttosto lineare, sono le pulsioni che muovono i personaggi. Il rapporto di dipendenza che intercorre fra la detective ed il dottor Lecter attraversa tutta la pellicola. Ne è un esempio il sonetto di Dante utilizzato come base per una delle migliori canzoni della magistrale colonna sonora (opera di Hans Zimmer). Stesso sonetto che verrà poi letto da Hannibal stesso, in un riferimento al sentimento di amore che egli prova verso Clarice. La scena finale è l’apoteosi di questo turbine di attrazione, in una trasformazione macabra dei versi danteschi:
“Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.“
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Hannibal Lecter nell’olimpo del cinema
Sebbene il film abbia spaccato la critica, è innegabile come l’interpretazione di Anthony Hopkins abbia contribuito a rendere immortale la figura del dottore cannibale. Una fama che indubbiamente era nata dopo Il silenzio degl innocenti, ma che Hannibal sancisce definitivamente. La figura del carismatico dottore, tanto attraente quanto letale, ha segnato intere generazioni e continua a farlo, anche grazie alla reinterpretazione ad opera di Mads Mikkelsen nella serie tv andata in onda tra il 2013 ed il 2015.