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Le città di pianura e la provincia italiana
Le città di pianura è l’ultimo della piccola ma importante collana di film italiani dedicati ai luoghi invisibili, alle città dimenticate e agli emarginati.
La geografia e l’uso dello spazio e dell’arena nell’arte e soprattutto nel mondo del cinema sono state di fondamentale importanza sin dagli albori della sua invenzione. Per esempio, nell’influentissimo cortometraggio del 1903 The Great Train Robbery di Edwin S. Porter è fondamentale sapere dove prende vita la storia. Non la mette semplicemente come sfondo, ma diventa inconsciamente e subdolamente il perno della storia stessa.
E c’è un’enorme e fondamentale differenza nell’ambientare la propria opera in una specifica realtà rispetto a parlare proprio della comunità o del luogo in cui le vicende prendono forma. Il cinema italiano ha sempre posto, in un modo o nell’altro, l’arena di gioco come cardine della narrazione, ma è un qualcosa che nello stato attuale delle cose è stata quasi completamente persa.
Le città di pianura e Francesco Sossai
Francesco Sossai, fresco vincitore di ben tre David di Donatello, ha mostrato a tutti quell’Italia invisibile, nascosta ma aperta, splendida ma dannata. Il suo Le città di pianura, fresco vincitore di ben otto David di Donatello, usa il mezzo della provincia italiana – quella del Triveneto – per analizzare una storia tanto unica quanto universale. E’ il racconto dell’Italia e dei suoi abitanti.
Discorso diverso ma relativamente analogo può essere fatto per il suo esordio del 2021, Altri cannibali, i cui personaggi si muovono tra Belluno e Padova all’incirca. Il cinema italiano contemporaneo sembra essersi scordato questo concetto e, soprattutto, sembra essersi scordato di cosa vuol dire vivere in Italia e qual’è l’immagine dell’Italia.
Provincia e dintorni
Pensiamo a recenti film che usano questo discorso per parlare di una realtà poco conosciuta. La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli usa l’ambientazione sperduta tra le Alpi alla perfezione, ma è il racconto di una comunità ed un luogo che non esistono. Sempre negli ultimi anni abbiamo visto di un villaggio trentino in Vermiglio di Maura Delpero e di un viaggiatore nella Tuscia de La chimera di Alice Rohrwacher, ma davvero raccontano questi luoghi?
La stessa domanda possiamo chiedercela per Le otto montagne di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, vissuto nel contrasto tra l’industriale Torino e la innevata Valle d’Aosta. I pochi esempi che rispettano questo discorso sono lo sporco Margini di Niccolò Falsetti, ambientato a Grosseto e le opere calabresi di Jonas Carpignano – A Ciambra e A Chiara – e di Michelangelo Frammartino – Le quattro volte e Il buco.

Roma Caput Mundi
40 secondi di Vincenzo Alfieri racconta la vera tragica storia di Willy Duarte e il posto – Colleferro – seppur vive di luce riflessa romana, è essenziale nella costruzione delle vicende. Con la stessa idea periferica della Capitale, La terra dell’abbastanza e Favolacce dei fratelli D’Innocenzo narrano gli emarginati dai grandi poli. E così anche il cinema del compianto maestro Claudio Caligari e molti altri ancora.
Arriviamo quindi a uno dei problemi principali del cinema italiano, sia nella produzione delle opere sia del modo di pensare e di agire: Roma. Per quanto sia affascinante la narrazione romana sulle periferie, sulla criminalità e quant’altro, è stata anche troppo consumata dalla sua stessa produzione. Ci siamo scordati del resto del paese e l’abbiamo annegato.
C’era una volta in Italia
Andando ancora più indietro nella filmografia italiana del 21esimo secolo, la situazione non migliora così tanto. Però, grandi autori già affermati, si prendono la libertà di spingersi oltre i soliti confini fittizi del paese. Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino prende forma nel Cremasco lombardo, Reality di Matteo Garrone a San Giorgio a Cremano e Anime nere di Francesco Munzi racconta la distanza tra Milano e Reggio Calabria.
C’era una volta in Italia una produzione forte e con autori di altissimo livello – come ce ne sono anche oggi: avevamo Marco Bellocchio che ci raccontava Bobbio ne I pugni in tasca, Ermanno Olmi e il passaggio da Meda a Milano ne Il posto e Federico Fellini che, con I vitelloni, trasportava un’umanità persa e intrinseca nello scenario della riviera romagnola. Chissà se Le città di pianura possa essere il primo di una nuova e lunga serie…
