Mostra del cinema di Venezia, Marco Bellocchio

Marco Bellocchio: anatomia della storia italiana

Parlare di Marco Bellocchio significa attraversare sessant’anni di storia italiana filtrati dallo sguardo del più grande regista italiano vivente.

Marco Bellocchio esordisce alla regia nel 1965 con I pugni in tasca. Fin dal suo primo lavoro capiamo come l’autore sia in grado di trasformare il conflitto privato in allegoria nazionale. Nel suo cinema la Storia non è mai uno sfondo, ma è un personaggio che cresce di pari passo alle storie dei protagonisti. Bellocchio negli anni è stato capace di raccontare le ferite più sanguinose della Storia italiana e allo stesso tempo è diventato punto di riferimento per i giovani cineasti. Una carriera longeva che vanta tantissimi premi ma sopratutto vanta la capacità di saper affermare il proprio sguardo autoriale durante i decenni.

La famiglia come metafora della nazione

Proprio nel suo esordio I Pugni in Tasca, Bellocchio individua nella famiglia il suo primo laboratorio di sperimentazione e il punto zero della creazione di una coscienza collettiva. Nel microcosmo domestico, costruisce una grande tragedia familiare che si eleva a tragedia di una Nazione. La famiglia protagonista di quest’opera diventa la rappresentazione di un Paese bloccato, soffocato da false moralità proprio come il germe della famiglia borghese di quegli anni. La ribellione di Sandro diventa simbolo di una ribellione generale, non è individuo ma è atto politico. I Pugni in Tasca è del ’65 ma riesce a raccontare il senso di rabbia e di ribellione che portano al ’68.

Una delle capacità di Bellocchio è quella di saper raccontare delle storie collettive ma con uno sguardo interno, privato. 

Religione, potere, ideologia

Senza ombra di dubbio uno dei nuclei centrali del suo cinema è il rapporto tra individuo e istituzione. Sopratutto in Vincere, il regista interroga il legame perverso tra fede, consenso ma sopratutto la costruzione del mito politico. Vincere, in particolare, vuole raccontare il fascismo attraverso la figura rimossa di Ida Dalser, la prima moglie e madre del primogenito di Musssolini. Forse in vincere il melodramma arriva ai massimi della storia del cinema italiano, ma riesce a raccontare una fetta di storia italiana attraverso una storia che è stata rimossa dai libri di Storia. Racconta la rimozione della verità privata a favore della Storia ufficiale per costruire il mito. Bellocchio ci dice che il potere è in grado di rimuovere e riscrivere a suo piacimento qualsiasi ostacolo che gli intralcia la strada. Ci sembra una storia così lontana, o forse no, se pensiamo all’atto di rimozione degli Epstein Files.

Il potere e lo Stato ritornano in Rapito (2023), in cui Bellocchio torna all’Ottocento per parlare del caso Mortara. Il rapimento del bambino ebreo diventa riflessione sul concetto di identità imposta e parla dell’arroganza delle istituzioni religiose.
Ancora una volta, il passato è sempre un’ottima lente per osservare il presente, sopratutto per smascherarlo.

Gli anni di piombo e il trauma nazionale

Il capitolo più importante del suo racconto dell’Italia è quello dedicato al terrorismo e sopratutto al caso Moro. Bellocchio inizia con Buongiorno, notte ad addentrarsi nella storia del rapimento di Aldo Moro. Il suo sguardo interno in questo film si fa ancora più forte. Non sceglie di raccontare la cronaca ma narra l’interiorità di una brigatista. La forza di Bellocchio sta in non voler essere solo un regista di cronaca ma di voler toccare tutti i punti della storia. Nelle sue pellicole la storia viene sviscerata per diventare non solo colonna portante del film ma per far interrogare lo spettatore su quanto la Storia sia realmente lontana da lui. Vent’anni dopo, con la serie Esterno Notte, decide di ampliare questo sguardo: la tragedia non è più confinata solo nell’appartamento-prigione di Aldo Moro, ma si diffonde nei palazzi del potere, nello Stato, nella Democrazia Cristiana, nella Chiesa e nella famiglia Moro. Il rapimento di Moro ha paralizzato l’Italia intera che ha dimostrato di essere incapace di salvare sé stessa e Bellocchio non ha sicuramente paura di dircelo.

Il racconto del privato e dell’intimità sono le mura narrative in cui si muove per raccontare la Storia dell’Italia. I suoi personaggi sono umani, non sono solo parole sui libri di Storia ma sono attraversati da pulsioni autodistruttive e  tensioni erotiche che diventano chiavi di lettura del potere. Il corpo di un uomo non si può mai allontanare dall’ideologia: il conflitto si incarna nel privato prima di diventare universale. 

Bellocchio e lo sguardo in evoluzione

Dagli anni Sessanta a oggi, Bellocchio è stato in grado di mutare linguaggio senza perdere la sua radicalità: dal bianco e nero degli esordi alla complessità visiva e estetica di Esterno Notte. Marco Bellocchio non solo racconta l’Italia ma smaschera i suoi segreti e le sue ferite. Il suo non vuole essere solo un cinema che documenta la Storia, ma vuole insediarsi nella mente degli spettatori, vuole fargli interrogare sul presente attraverso le proprie ferite ma anche attraverso le storie che spesso si dimentica di aver vissuto.

Oggi, con Portobello il suo sguardo torna a interrogarsi e a far interrogare su un altro snodo cruciale dell’Italia: il caso di Enzo Tortora. Dopo aver attraversato il fascismo, gli anni di piombo, le contraddizioni della Chiesa, i conflitto tra Stato e individuo, Marco Bellocchio ci racconta uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia. Non è solo la ricostruzione di un caso mediatico: è l’analisi dell Italia di quegli anni, il racconto della spettacolarizzazione di una colpa.

Nel cinema di Bellocchio, la Storia italiana passa attraverso i volti dei protagonisti, si insidia nelle mura delle loro case, sembra dirci che la coscienza collettiva è quella di ogni singolo individuo. Marco Bellocchio non ci dà solo una lezione di storia ma ci continua a regalare una grande lezione di cinema.