Parenti serpenti

Parenti serpenti e il mito della famiglia felice, cos’è cambiato?

Nel 1992 Mario Monicelli con Parenti serpenti mostrava le ambiguità dietro il mito della famiglia felice con l’avvento del Natale. Cosa potremmo dire oggi?

A oltre trent’anni dalla sua uscita, Parenti serpenti di Mario Monicelli sembra parlare al nostro presente, facendo un ritratto crudele seppure autentico dei legami famigliari e dell’ipocrisia che li unisce. A Natale, per definizione, siamo tutti più buoni. Ma è davvero così? O semplicemente la solitudine, le invidie e l’ego si nascondono momentaneamente sotto la superficie?

Parenti serpenti, una farsa collettiva

Mario Monicelli mette in scena, nel vero senso della parola, il finto buonismo della famiglia italiana, che emerge per eccellenza nel momento in cui questa si riunisce per il Natale. L’affetto esiste solo quando è socialmente richiesto e il celebrato periodo dell’anno ne è l’emblema. L’aria di feste sembra concedere a tutti una sorta di assoluzione collettiva dei peccati, che non si espiano davvero in fondo, ma solo nell’insignificante effimero. Ciò ha il volto di una maschera così finta ma comunque ostentata, come se tutti fossimo d’accordo attraverso un patto non detto. La domanda sorge spontanea: perché e cosa ne ricaviamo da questa farsa?

La scena più significativa di Parenti serpenti è proprio quella in cui tutto il paese attraversa le strade recandosi in chiesa. La macchina da presa si sofferma man mano sulla folla che, prima mormora pettegolezzi e sputa maldicenze, poi si augura buone feste. Tutti giudicano, tutti disprezzano. Infatti, mai come in questo momento politica, tabù, religione e morale si palesano.

La grande illusione

All’inizio della pellicola, tutti e quattro i figli, ormai cresciuti, sembrano davvero legati a Trieste, la mater familias che manda avanti bottega. La nostalgia dei tempi d’oro dell’infanzia, quando i quattro erano solo bambini innocenti è nell’aria. Tuttavia questa diventa lentamente e sempre più rarefatta, fino a spezzarsi. Quando la donna chiede di voler passare, insieme al marito Saverio, gli ultimi anni di vita a casa di uno dei figli, ogni “interprete” crolla. Alle parole d’amore, seguono la pensione, una casa intestata e l’eredità. Il sentimentalismo lascia il posto all’individualismo, e così quella che sembrava una famiglia unita si trasforma presto in un campo di battaglia a colpi di rivalità, rancori e cattiveria.

Sentori che Monicelli aveva già disseminato sotto la superficie del racconto attraverso piccole e tragicomiche verità. Basti pensare allo scambio dei regali, o anche allo scontro tra democrazia cristiana e comunismo, nonché a figure come nonna Letizia, relegata in ospizio da vent’anni, alla quale viene concessa un po’ di libertà solo nelle feste. Oppure sensibilità ed empatia che, più volte proclamate, si rivelano immediatamente qualità fragili e falsificate.

Paradossalmente, tutti desideriamo una famiglia felice, dove c’è comprensione, affetto e disinteresse, insomma, un’amore incondizionato. Eppure, forse è più forte di noi: per natura siamo destinati alla sopravvivenza e alla conservazione del nostro sé. Desideriamo ardentemente legami profondi e autentici, ma forse non siamo in grado di costruirli appieno. Chissà che sia proprio per questo motivo che è nel periodo natalizio che ci sentiamo per assurdo più soli, seppur circondati dalla nostra famiglia. Forse perché alla fine, siamo tutti un po’ chiusi nella nostra sfera più intima, ovvero quella personale. Questo già nel 1992 quando uscì Parenti serpenti, e ora?

Parenti serpenti

Parenti serpenti, un film che non muore mai

Monicelli affronta temi proibiti, che persino al giorno d’oggi non sono del tutto superati. Uno tra tutti è la realizzazione attraverso i figli. Milena, una delle figlie di Trieste, vive la sua sterilità come una condanna esistenziale, un’ingiustizia divina. Milena riduce il senso della vita alla maternità, come se fosse questo a definirla come donna, per cui nessuno deve parlarne.

Alfredo, figlio minore, è un uomo single e vive solo. Trieste sogna la ragazza perfetta per il figlio, fin quando egli non confessa ai fratelli di essere omosessuale, motivo per cui non ha mai portato nessuno a casa. Ad ogni modo, già in quegli anni, dai discorsi dei personaggi emerge quanto fosse complesso trovare la persona “giusta”. Ora, partendo dalla convinzione che trovare l’amore non corrisponda a incontrare la perfezione, adesso risulta sempre più difficile costruire un rapporto autentico. Ma Monicelli fa un’altra critica velata: siamo così sicuri che chi ha messo su famiglia sia sempre davvero felice? Assolutamente no. Il regista fa un ritratto di matrimoni vuoti, insignificanti e tradimenti addirittura all’interno della famiglia.

Ancora oggi, l’idea di amore è un’utopia falsata. Siamo socialmente convinti che esista un bene e un male, che di amore ce ne possa essere soltanto uno e che non possa invece esistere in sfumature diverse. Forse preferiamo una convenzionalità più accettabile socialmente, seppur marcia, che “un’atipicità” autentica che produce felicità vera.

In chiusura del sipario

E infine è così che un cinico Monicelli fa riflettere su quanto i valori della famiglia tradizionale siano obsoleti e duri a morire. Ad ogni modo, l’idea dell’oltraggio alla propria indipendenza diventa motivo di una tragedia, che agli occhi innocenti di un bambino come il piccolo narratore Mauro, è una fine inspiegabile. Dunque, ad oggi, forse sono cambiate le forme, ma non la sostanza. Le famiglie sono più frammentate e le relazioni più instabili, ma forse soltanto perché qualche anno fa non esisteva opposizione e si tendeva ad andare avanti nonostante il marcio. Quindi, siamo più soli si, ma forse lo erano anche prima, solo che si mascherava meglio.

L’ipocrisia e l’individualismo restano e forse è proprio per questo che Parenti serpenti non invecchia mai, raccontandoci un meccanismo profondo che non è tanto radicato in un’epoca in particolare, bensì nell’essere umano. E così una foto-ricordo non è altro che un’illusione su carta: un tentativo di catturare e imprimere ciò che avremmo voluto provare, ma che non siamo mai riusciti a vivere davvero.