Skip to content Skip to footer
Pier Paolo Pasolini, il corsaro

Pier Paolo Pasolini, il corsaro

Il 5 marzo si celebra l’anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini, l’artista anticonformista che ha dato voce all’indignazione.

Pasolini scrittore, cineasta, drammaturgo, giornalista, poeta e anticonformista. Pasolini provocatore.

Per citare le sue stesse parole: “Un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace […]”

Pasolini è stato senza dubbio una delle figure più dicotomiche del Novecento: controverso e provocatorio, ma anche uno degli intellettuali più profondi e acuti. La sua voce di indignazione, che ha fatto da eco alla società del suo tempo, risuona ancora oggi; e molto spesso ci si ritrova a pensare: cosa direbbe PPP oggi?

Pier Paolo Pasolini, il corsaro

Una vita dalla parte degli ultimi

Pier Paolo Pasolini nasce il 5 marzo 1922 a Bologna, da madre maestra e padre militare. La sua vita è segnata da continui spostamenti: a causa delle difficoltà economiche del padre, la famiglia è costretta a trasferirsi frequentemente. Nonostante ciò, Pasolini conserva un forte legame con Casarsa, un piccolo paese del Friuli, che resterà per sempre un punto di riferimento nelle sue radici.

Nel 1950, a seguito di una denuncia per atti osceni in luoghi pubblici e corruzione di minorenni, che comporta la sua espulsione dal Partito Comunista Italiano e l’interruzione della carriera di insegnante, Pasolini si trasferisce insieme alla madre a Roma.

La città eterna è un crocevia di cultura, l’ambiente perfetto per la fioritura dell’intellettuale. Roma diventa il palcoscenico in cui Pasolini esplorerà con sguardo critico e senza paura le trasformazioni della società italiana del dopoguerra.

È in questo ambiente che, nel 1955, scrive e pubblica Ragazzi di vita, un romanzo che offre uno spaccato realistico della società italiana, mostrando la vita degli ultimi, quelli emarginati, quelli delle periferie, trascurati dalla società e dalla politica. Questi ragazzi sono il simbolo della parte più vulnerabile e ignorata del paese.

Pasolini individua nella borghesia, che riprenderà più volte nelle sue opere, una delle principali colpevoli di tali alienazioni. La borghesia è vista come distante dalle reali sofferenze della classe popolare, incapace di cogliere e comprendere la miseria sociale di chi vive ai margini.

In questo romanzo, Pasolini abbandona il friulano, che aveva utilizzato nelle sue poesie precedenti, e si immerge nel dialetto romanesco, restituendo al libro una lingua fortemente vernacolare che ne accentua il realismo e l’immediatezza.

Pasolini, il cineasta

Pasolini si avvicina al mondo del cinema alla ricerca di nuove forme di linguaggio, come dichiarato in un’intervista del 1968 a Oswald Stack:

“[…] sono giunto alla conclusione che è un linguaggio (il cinema, n.d.r.) non convenzionale e non simbolico, a differenza della lingua scritta o parlata, ed esprime la realtà non attraverso i simboli ma attraverso la realtà stessa. Se devo raccontarti, ti racconto attraverso te stesso; se voglio raccontare quell’albero, lo racconto attraverso sé stesso. Il cinema è un linguaggio che esprime la realtà con la realtà. […]”

Quello che ne nasce è il film Accattone. Al suo fianco, dietro la macchina da presa, c’è un giovane ragazzo, un poeta, che diventerà uno dei registi più noti della sua generazione.

Pasolini è amico del padre, anche lui poeta, e vivono tutti nello stesso palazzo. Lo incontra sull’androne delle scale e gli chiede se voglia essere il suo aiuto regista. Bernardo Bertolucci, scettico, risponde che non ha mai fatto un film e non sa se sarà all’altezza del compito. Pasolini, d’altro canto, risponde che nemmeno lui lo ha mai fatto.

Il film riprende il discorso iniziato con il romanzo del 1955 (Ragazzi di vita, n.d.r.) e porta sullo schermo il mondo del sottoproletariato romano, una classe sociale oggetto di quel genocidio culturale che l’autore imputava all’imposizione del modello borghese, diretta conseguenza degli anni del miracolo economico, della corsa al benessere che inevitabilmente lasciava dietro di sé delle vittime.

Prosegue poi a dar voce agli ultimi con i film Mamma Roma, in cui sovverte il suo autoimposto dogma di scegliere solo attori non professionisti, facendo interpretare la protagonista ad Anna Magnani; e con La ricotta, episodio del film Ro.Go.Pa.G., dove il regista privilegia ancora una volta una storia che fa capo agli strati più umili ed emarginati della società.

L’enorme mangiata di ricotta che segna la fine del film e del protagonista stesso, è la rappresentazione figurata di quella società, dei cosiddetti morti di fame. Il regista, interpretato da Orson Welles, privo di empatia, commenta:

“Povero Stracci. Crepare… non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo…

Collabora poi con Totò in Uccellini e Uccellacci, il film che amò di più. Come precisato da lui stesso, oltre a essere un film con Totò, Uccellacci e Uccellini fu anche un film con Ninetto Davola, attore per forza, che con quel film cominciava la sua carriera e il periodo di collaborazione con lo stesso Pasolini.

La voce dell’indignazione

Un lottatore per vocazione, per rabbia e per baldanza, per usare le parole di Umberto Eco, Pasolini ha sconvolto una generazione con le sue opere e con la sua voce, quasi sempre forte e fuori dal coro.

Indigna l’opinione pubblica prima con il suo articolo pubblicato su L’Espresso dal titolo Il PCI ai giovani!!, in cui difende la polizia dagli eventi di Villa Giulia del 1968 e si scaglia contro quella generazione rivoluzionaria che definisce figlia di papà, incapace di essere lo specchio autentico della società.

Poi, la sua indignazione continua a emergere in articoli riguardanti temi come l’aborto. Pasolini affronta la questione con un punto di vista controverso e provocatorio, rivelando un’analisi critica nei confronti delle posizioni ufficiali della sinistra e delle strutture di potere che ruotano attorno alla moralità e al corpo delle donne. Il suo pensiero sull’aborto è un invito a una riflessione profonda sulla libertà individuale, ma anche sul rapporto tra i cambiamenti sociali e le ideologie dominanti.

Pasolini si interroga sulla società, e così, nel 1963, nasce Comizi d’amore, un’inchiesta antropologica sulla società italiana.

Da Nord a Sud, il film diventa un viaggio alla scoperta dei preconcetti degli italiani riguardo alla sessualità. Sullo sfondo, le parole di quelli che Pasolini stesso definiva esperti: Moravia, Ungaretti e Musatti.

Ne scaturisce un caos, una babilonia di opinioni contrastanti: risposte edulcorate e indottrinate, che riflettono le tensioni della società dell’epoca.

Pasolini accusa, senza mezzi termini, la Chiesa Cattolica di essere la principale matrice di questo pudore ipocrita che permea le risposte degli italiani. La paura del diverso, come spiega Moravia, nasce da un mix di ignoranza e paura che, sebbene spesso sottovalutato, viaggiano su binari paralleli.

Il tema dell’anormalità, tra cui i cosiddetti invertiti, è centrale per Pasolini: si interroga ed interroga per capire cosa pensano gli italiani e, soprattutto, per scoprire perché siano così scandalizzati. Alla fine, è Ungaretti a fornire una risposta concreta:

“Ogni uomo è fatto in maniera diversa […] Quindi, tutti gli uomini a loro modo sono anormali. Tutti gli uomini sono, in un certo senso, in contrasto con la natura. L’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contronatura.”

Tra sacro e profano

Le controversie legali che ebbero inizio con l’uscita di La ricotta continuarono con Il Vangelo secondo Matteo.

Nonostante Martin Scorsese abbia definito quest’ultimo come il miglior film su Cristo, trattando in modo rigoroso e dogmatico un tema religioso, il film suscitò nuovamente accuse di vilipendio religioso. Pasolini ritrae un Cristo appartenente al proletariato, un Cristo comune, e narra la storia di colui che definì il personaggio più rivoluzionario della storia.

Nel 1968, contro il volere del cineasta, Teorema venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. In questo film, gli umili – il proletariato, che ancora esisteva – sono incarnati dalla figura della Serva, che rivendica il proprio ruolo e le proprie funzioni umane e umanistiche di fronte al divino. La venuta di Cristo sulla Terra, come uomo umile tra gli umili, rappresenta il massimo esempio di questa rivendicazione.

Successivamente, Pasolini gira il Trittico della vita, una trilogia cinematografica concepita come un inno alla vita. In questi film, l’autore celebra la libertà dell’individuo e la ricerca del piacere, contrapposto alla condanna che la società borghese infliggeva a tali desideri. Lo stesso Pasolini dirà:

“Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere.”

Il Trittico si compone di Il Decameron (tratto dall’omonima opera di Boccaccio), I racconti di Canterbury (ispirato a Chaucer) e Il fiore delle Mille e una notte.

Salò o Le 120 giornate di Sodoma, film uscito postumo, è considerato l’ultimo lascito dell’artista. Un’opera cruda, estrema e difficile da guardare, stravolge i canoni che erano stabiliti nel Trittico della Vita. Prima opera del Trittico della Morte (rimasto incompiuto), si ispira liberamente al libro Le 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade, trasponendo l’azione nell’Italia fascista degli anni ’40, precisamente nella Repubblica di Salò.

La trama ruota attorno a quattro individui potenti – un Duca, un Presidente, un Monsignore e un Magistrato – che rapiscono un gruppo di adolescenti per sottoporli a torture fisiche e psicologiche in una villa isolata.

Le violenze e le umiliazioni cui i giovani prigionieri sono costretti diventano sempre più estreme e degradanti, fungendo da feroce critica alla corruzione e alla depravazione del potere.

Pasolini, una storia sbagliata

Nel 1980, Fabrizio De André canta: “È una storia sbagliata / storia diversa per gente normale / storia comune per gente speciale […]”

La canzone Una storia sbagliata è l’omaggio del cantautore a quella figura così controversa che ha segnato il Novecento e che, come dichiarato dallo stesso De André, ha reso orfano lui e tutti gli intellettuali.

Pasolini muore nella notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975, assassinato, percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Dell’omicidio fu accusato Pino Pelosi, e la sentenza ufficiale stabilì che l’assassinio fosse scaturito da una lite legata ad alcune pretese sessuali di Pasolini che Pelosi non voleva soddisfare.

Non mancarono, tuttavia, le teorie del complotto: Oriana Fallaci scrisse un’inchiesta per L’Europeo, e Walter Veltroni inviò una lettera aperta al Ministero della Giustizia, sostenendo che Pasolini fosse morto negli anni in cui si facevano stragi e si ordivano trame. Lo stesso Pelosi, anni dopo, in un’intervista con Franca Leosini, giornalista d’inchiesta crime per antonomasia, ritrattò le sue dichiarazioni, dichiarandosi innocente.

Pasolini morì così come visse, lasciando tutti in uno stato di confusione, confermando e smentendo sé stesso allo stesso tempo. Come disse Alberto Moravia:

“La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci; dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.”