Roberto Andò racconta Ferdinando Scianna – il fotografo dell’ombra, in un film poetico che attraversa amicizia, memoria e immagini. Al cinema per soli 3 giorni.
Roberto Andò torna al racconto del presente e del passato.
Lo fa con un docufilm dedicato a Ferdinando Scianna, “Il fotografo dell’ombra”. Che si propone non solo come ritratto visivo ma come dialogo intimo tra maestro e discepolo. Tra l’inquietudine del guardare e il peso del vedere.
Evento speciale in tre giorni: 6, 7 e 8 ottobre, con anteprime localizzate e proiezioni in presenza del fotografo e del regista.
Roberto Andò: un’opera che è insieme memoria e riflessione.
Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra approda nelle sale italiane lunedì 6 ottobre 2025, distribuito da Fandango Distribuzione.
Il film, della durata di 86 minuti, era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, nella sezione Fuori Concorso, il 5 settembre 2025.
In quell’occasione il regista dichiarò “Il gioco è stato proprio di implicarsi nella vita di un amico, più che distaccarsi e trovare tutti quei fili che ci tengono uniti. E sono tanti. Non solo la provenienza dallo stesso luogo, la Sicilia, ma anche certe amicizie e certe passioni”.
Così Roberto Andò ha spiegato al festival la genesi del film, che nasce da un’intesa, da un legame affettivo e intellettuale con Scianna.
Oltre a Fandango, la distribuzione vede il supporto di Bibi Film e Rai Cultura nella produzione.
Trama del docufilm
Il documentario di Roberto Andò si costruisce attorno a una lunga conversazione con Scianna, che ultraottantenne restituisce al presente le sue memorie con ironia e lucidità.
Tra Palermo, Bagheria e Milano, Andò accompagna il fotografo nei luoghi in cui ha vissuto e lavorato.
Si torna a Bagheria per incontrare vecchi soggetti fotografati, a Palermo per ritrovare tracce di Leonardo Sciascia, e a Milano per restituire la dimensione quotidiana del suo mestiere.
Il film intreccia le voci di figure culturali che hanno attraversato il percorso di Scianna. Troviamo infatti Giuseppe Tornatore, Dacia Maraini, Gianni Berengo Gardin, Marco Belpoliti, Mimmo Paladino, Renata Colorni e altri.
Attraverso fotografie, viaggi e ricordi, il documentario non si accontenta di restituire una biografia lineare, ma esplora il senso del fotografare. Interrogandosi su quale funzione abbia oggi l’immagine in un mondo dove la realtà pare sempre più sfuggente.

Scianna: vita, opere, poetica
Ferdinando Scianna nasce a Bagheria, in Sicilia, nel 1943. Cresce in una famiglia modesta dove era atteso un destino più tradizionale, con professioni come medico o ingegnere.
Ma ben presto la macchina fotografica diventa il suo strumento di indagine del mondo.
Il suo primo libro, Feste religiose in Sicilia (1965), con prefazione di Leonardo Sciascia, gli vale il prestigioso Premio Nadar nel 1966.
È proprio l’incontro con Sciascia che segna l’inizio di una relazione intellettuale e umana destinata ad accompagnarlo nel corso della vita.
Nel 1967 Scianna si trasferisce a Milano e comincia a collaborare con il settimanale L’Europeo, diventando inviato speciale e corrispondente da Parigi.
In Francia pubblica Les Siciliens (1977) e torna in Italia con La villa dei mostri (introduzione di Sciascia).
In parallelo con il fotogiornalismo, Scianna stringe legami con scrittori come Manuel Vázquez Montalbán, con cui collabora, e conduce progetti in ambito moda, assumendo un ruolo pionieristico per campagne emergenti come quella per Dolce & Gabbana.
Un momento cruciale della sua carriera è l’ingresso in Magnum Photos: nel 1982 diventa il primo fotografo italiano ammesso all’agenzia, su suggerimento di Henri Cartier-Bresson, e nel 1989 ne diventa membro effettivo.
Tra i suoi libri e progetti più noti ricordiamo Il glorioso Alberto, La villa dei mostri, Le forme del caos, Viaggio a Lourdes, Quelli di Bagheria, ritratti di Borges e molte collaborazioni fotografiche internazionali.

Una sottile linea d’ombra
La cifra stilistica di Scianna è riconoscibile da un equilibrio tra luce e ombra. La sua fotografia nasce dall’ombra, come ama dire, “perché il sole mi interessa perché fa ombra”.
Le sue immagini privilegiano il bianco e nero, la luce naturale, e una scansione frontale che evoca un teatro, un palcoscenico di volti e presenze.
Scianna non considera la fotografia come “arte” fine a se stessa. Per lui è una “sonda del reale”, capace di sondare la consistenza del mondo e di restituire alla memoria una forma.
Nel docufilm di Roberto Andò, questo elemento emerge con forza. La riflessione sul senso dell’immagine, la fragilità del visibile e la tensione tra sguardo e resistenza.
Roberto Andò cuore siculo
La formazione è la poetica del regista classe 1959 è attraversata dalla lettura, dalla filosofia e dal contatto con il mondo letterario siciliano.
Primo fra tutti il rapporto con Leonardo Sciascia, che resta una figura chiave nella sua visione.
Roberto Andò è apprezzato per la sua capacità di combinare rigore intellettuale, sensibilità narrativa e un’estetica quieta, capace di dispiegare le sue idee nell’ombra più che nella superficie.
La genesi del documentario nasce dal rapporto personale tra Andò e Scianna. Il regista ha raccontato che Scianna lo aveva spronato a fare un film un giorno: «Se uno vuole fare un film non deve fare altro che farlo».
Spesso la sua isola è stata protagonista o ambientazione delle sue opere:
- Il manoscritto del principe (2000) ambientato a Palermo e dintorni, dove la Sicilia è non solo scenario, ma sostanza narrativa
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Viaggio segreto (2006) anche se tratto dal romanzo Ricostruzioni di Josephine Hart e con parte dell’azione spostata a Roma, l’isola rappresenta lo spazio del rimosso, del ritorno e della memoria
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Il bambino nascosto (2021) ambientato a Napoli e Palermo, città che fa da cornice simbolica alla parte più intima e poetica del film
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La stranezza (2022) girato in gran parte in Sicilia (Catania, Enna, Palermo, Siracusa, Agrigento), racconta l’incontro tra Luigi Pirandello e due teatranti siciliani. La Sicilia non è solo ambientazione storica, ma anima stessa della vicenda: dialetti, paesaggi e teatri popolari ne fanno un protagonista vivo.
- L’abbaglio (2025) ambientato nella Sicilia del 1860, durante l’impresa garibaldina.
(Auto)ritratto in filigrana
Roberto Andò, nel documentario, sembra inserirsi come interlocutore e figura riflessiva. Trasforma così il ritratto di Scianna in una sorta di autoritratto “in filigrana” dell’artista e del cineasta.
“È stato un modo per omaggiare questa grande avventura che è la vita e quello che lui ha fatto con la fotografia e nello stesso tempo in qualche modo ritrarre qualche cosa di me” aveva confessato già il regista a Venezia.
Scianna dal canto suo ha detto, con la pacatezza della memoria e con la pungente ironia che è parte del suo carattere “Roberto ha raccontato me raccontando anche la storia della nostra amicizia e alla fine ne è venuta fuori un film all’apparenza semplice, ma in realtà molto difficile, di cui io gli sono grato. L’ho percepito come una delle nostre conversazioni fatte in cinquant’anni di amicizia con una certa spontaneità”.

Nel cinema documentario contemporaneo, sempre più spesso l’autore non resta un “testimone neutrale”, ma si fa parte del racconto. Anche in Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra, Andò non si limita solo a porre domande. Diventa infatti interlocutore e presenza, un’anima che cammina insieme con il soggetto.
Questa scelta rompe la barriera dell’“esterno” e consente di cogliere sfumature, imprevisti, lacune e silenzi che altrimenti resterebbero nascosti.
In realtà questo “ritratto in ombra” firmato da Andò oltre a essere un elogio al mestiere del fotografo, è anche una meditazione sul tempo, sull’amicizia e sulla capacità dell’immagine di custodire ciò che altrimenti svanirebbe.