Dalle stalle alle stelle, da Spike Lee a Tarantino, dalla Marvel a Star Wars: buon compleanno a Samuel L. Jackson, una star che non le ha mai mandate a dire!

Samuel Leroy Jackson nasce a Washington nel 1948, cresce a Chattanooga nel Tennessee con la madre e i nonni, vede suo padre solo due volte prima che questo muoia a causa dell’alcool, e fin da piccolo è lievemente balbuziente.
Dopo alcuni ruoli minori tra gli anni ’70 e ’80 cade nella dipendenza da alcool e cocaina, ma dopo essere riuscito a risollevarsi grazie alle prime collaborazioni con Spike Lee, arriva la svolta definitiva con il ruolo di Jules Winnfield in Pulp Fiction di Quentin Tarantino (col quale ritornerà a collaborare in Jackie Brown, Django Unchained e The Hateful Eight), ruolo che lo catapulterà di prepotenza nell’immaginario collettivo, nel panorama delle star internazionali, e in un numero spropositato di franchise di successo, nei quali avrà sempre modo di distinguersi agli occhi del pubblico.
Questo è quello che tutti sanno su Samuel L. Jackson, o quanto meno ciò che si può reperire con una banale ricerca su Wikipedia, motivo per cui questo articolo non sarà (o almeno cercherà di non essere), una banale disamina sulla carriera di un attore di successo, i ruoli che lo hanno fatto amare dal pubblico e altre cose che già sappiamo, quanto piuttosto un tentativo di rispondere ad una domanda: perché lo amano tutti? Perché sembra essere uno dei pochi nomi dello star system che sembra essere in grado di mettere d’accordo proprio chiunque?
Cominciamo con un paio di definizioni per addentrarci meglio nel discorso, ovvero quelle di cinema d’autore, volto all’espressione artistica, alla perfezione tecnica e non necessariamente all’apprezzamento da parte di un pubblico particolarmente ampio, e quello di cinema d’intrattenimento, una categoria nella quale rientrano i grandi blockbuster hollywoodiani ad alto budget, solitamente appartenenti al genere action, fantasy o sci-fi, che ogni anno invadono le sale, sollevano incassi di milioni di dollari e scatenano il pianto di orde di cinefili (o presunti tali), i quali lamentano la mancanza di gusto dello spettatore medio che premia sempre la solita spazzatura (ignorando come siano proprio gli incassi esorbitanti dei blockbuster a tenere in piedi l’industria e a permettere agli autori di sperimentare ancora, ma non sono ancora pronti per questo discorso).
Una distinzione, questa tra cinema d’intrattenimento e d’autore, divenuta negli anni sempre più nebulosa, al punto tale che i lavori di registi che oggi consideriamo a tutti gli effetti autori, sono acclamati e attesi da un pubblico ampio tanto quanto quello dei blockbuster. Basti pensare all’hype e agli incassi generati da nomi come Christopher Nolan o il già citato Tarantino.
Ecco, Samuel L. Jackson è uno di quei nomi che hanno attivamente contribuito a mandare questa presunta distinzione a farsi benedire: lo puoi trovare nei film più tecnicamente elevati come nei blockbuster più fracassoni, nel dramma umano più intimista come nella più ingenua epopea fantasy.
Un’altra distinzione importante per comprendere questa lunga disamina è quella tra attore e star: un attore è colui che semplicemente interpreta un ruolo, che lo faccia bene o male, una star invece incarna tutta una serie di archetipi e concetti che continuano ad esistere anche fuori dallo schermo. Per intenderci, Willem Dafoe, Daniel Day-Lewis o Robert Downey Jr. sono attori, mentre Clint Eastwood, Timothée Chalamet, o Sydney Sweeney (rispettivamente il duro, il bello e dannato e la sex symbol) sono star.
Ecco, Samuel L. Jackson è una star a tutti gli effetti, ma gli archetipi incarnati esclusivamente da lui e non da altri ad Hollywood, contribuiscono attivamente alla sua capacità di abbattere quella barriera tra autorialità e intrattenimento. In qualsiasi film lo vedrete sarà sempre lui, riconoscibilissimo e distinguibilissimo (tranne da chi ancora oggi lo confonde con Lawrence Fishburne), ma al tempo stesso mai banale e ripetitivo, capace di rinnovarsi e di integrarsi alla perfezione nei contesti nei quali è calato, e qui arriva l’ultimo e forse più importante motivo per cui lo amiamo: è sempre sé stesso, qualsiasi ruolo interpreti o in qualsiasi contesto lo si veda, cosa che permette a noi di affezionarci a lui dal punto di vista umano, e ai suoi personaggi di conservare verità e fascino.
Basti pensare al ruolo del maestro Jedi Mace Windu nella trilogia prequel di Star Wars, personaggio che ancora oggi non ricordiamo tanto per le battute e il ruolo nella storia, quanto per la sua memorabile spada laser viola, dettaglio voluto dallo stesso Jackson per rendere più riconoscibile il suo personaggio (una storia questa, resa ancor più irresistibile dal fatto che sempre Jackson abbia richiesto a gran voce, ottenendolo, che sull’elsa della suddetta spada fosse presente la scritta “bad mother fu**er”), o a quello del direttore dello S.H.I.E.L.D. Nick Fury, da lui interpretato per ben diciassette anni, dodici film e due serie tv del Marvel Cinematic Universe dalla sua nascita ad oggi.
Burbero, ma mai aggressivo, sopra le righe senza scadere nel ridicolo, sboccato ma non gratuitamente volgare, gli archetipi e i personaggi di Samuel L. Jackson sono tanto riconoscibili quanto difficili da inquadrare entro una definizione precisa, e a dirla tutta, neanche ci interessa più di tanto di inquadrarlo, non finché la sua presenza e il suo carisma continueranno ad illuminare quelle sale cinematografiche nelle quali, grazie a personaggi come lui, vale ancora la pena entrare.