177 giorni – Il rapimento di Farouk arriverà su Rai 1 e RaiPlay dal 15 novembre, divisa in sei episodi trasmessi nell’arco di tre serate. Presentata alla Festa del Cinema di Roma, la serie ricostruisce il sequestro di Farouk Kassam attraverso la famiglia, le indagini e la Sardegna dei primi anni Novanta. Alla regia c’è Carlo Carlei, mentre tra gli interpreti figurano Marco Bocci e Antonia Desplat.
Ma il passaggio più personale della presentazione è arrivato proprio da Farouk Kassam, coinvolto nel progetto nato diversi anni fa. Tornare su una vicenda che ha segnato la sua infanzia, ha spiegato, non significa soltanto trasformarla in una serie televisiva.
«Questo progetto e questa serie sono un modo per me per affrontare ancora quel trauma vissuto da piccolo. Lo prendo come un aiuto per crescere e saper affrontare le proprie paure».
177 giorni – Il rapimento di Farouk: la storia vista dalla famiglia
La scelta narrativa centrale della serie è quella di non mettere direttamente in scena il sequestro attraverso gli occhi del bambino.
Marco Bocci ha spiegato che raccontare in modo frontale la sofferenza del piccolo Farouk avrebbe comportato un rischio difficile da gestire. La sceneggiatura preferisce quindi allargare lo sguardo alla famiglia, alla comunità, alle indagini e al contesto storico nel quale maturò il rapimento.
«È stata una scelta molto intelligente degli sceneggiatori non raccontare la storia dal punto di vista del Farouk di allora: mettere in scena quel patimento e quella sofferenza reale sarebbe stato impossibile», ha raccontato l’attore.
Lo stesso Farouk ha partecipato alla preparazione della serie confrontandosi con sceneggiatori, regista e attori. Il progetto, ha ricordato, è nato circa cinque anni fa e prende le mosse dal libro scritto da suo padre. Inizialmente accettare di essere coinvolto non è stato semplice: «Un conto è fare un documentario o un programma tv, un altro è entrare in una serie dove bisogna rappresentare la realtà il più possibile».
Carlo Carlei: due Sardegne e un’infanzia violata
Per Carlo Carlei, 177 giorni – Il rapimento di Farouk riporta in primo piano due elementi che attraversano anche altri lavori della sua carriera: il conflitto sociale e l’infanzia violata.
Il regista ha ricordato il legame ideale con La corsa dell’innocente, il film del 1992 costruito anch’esso intorno a un rapimento, pur sottolineando quanto i due progetti siano diversi per linguaggio, produzione e natura del racconto.
Nella nuova serie, il contrasto non è quello fra Nord e Sud ma quello interno alla stessa Sardegna: da una parte la ricchezza della Costa Smeralda, le ville, gli yacht e il boom edilizio; dall’altra l’entroterra e la Barbagia. Per Carlei è proprio questa frattura a costituire «il cuore etico e morale» della storia.
L’altro elemento è il bambino al centro della vicenda. Farouk venne rapito quando non aveva ancora sette anni e, nelle parole del regista, fu sottoposto durante la prigionia a condizioni durissime. Da qui l’idea dell’«infanzia violata» come filo rosso del racconto.
Marco Bocci: «Ricordo ancora dove ero quando rapirono Farouk»
Per Marco Bocci, il caso Kassam appartiene anche alla memoria personale.
L’attore ha raccontato di ricordare il momento in cui apprese la notizia del rapimento da ragazzo, davanti al telegiornale: uno di quegli eventi che finiscono per fissare nella memoria anche il luogo esatto in cui ci si trovava.
Interpretare una vicenda reale ha quindi significato lavorare con particolare cautela. Bocci ha incontrato Farouk e altri componenti della famiglia, ma ha scelto di non trasformare quei confronti in interrogatori: ha aspettato che fossero loro a decidere cosa raccontare.
«Raccontare uno dei fatti di cronaca più terribili del nostro Paese dà un grande senso di responsabilità», ha spiegato. Dal lavoro, ha aggiunto, è nato anche un rapporto personale con Farouk e Fateh.
Antonia Desplat e il peso di interpretare persone ancora vive
Anche Antonia Desplat ha insistito sulla responsabilità di lavorare su una storia i cui protagonisti possono vedere direttamente il risultato.
L’attrice si è confrontata con Marion cercando soprattutto dettagli apparentemente minori: come trascorreva le giornate, cosa faceva durante l’attesa, come viveva i momenti nei quali non arrivavano notizie.
Sono proprio questi frammenti quotidiani, ha spiegato, a permettere di costruire un personaggio che non sia soltanto una funzione della cronaca.
«C’è una pressione gigante nel sapere che Farouk, Marion, Fateh e Nur sono tutti vivi e vedranno la serie», ha detto Desplat. La necessità di romanzare alcuni passaggi non poteva quindi cancellare l’obbligo di restare fedeli alla sostanza degli eventi.
Il mistero della liberazione e il ruolo dei media
177 giorni – Il rapimento di Farouk non prova però a fornire una soluzione definitiva a tutti gli aspetti rimasti controversi.
La sceneggiatrice Eleonora Cottafavi, che ha lavorato con Antonio Manca e Vincenzo Marra, ha spiegato che sul caso non esiste una sola ricostruzione capace di chiudere ogni domanda.
Tra i nodi affrontati dalla serie ci sono il pagamento del riscatto, mai ammesso al processo, il ruolo di Graziano Mesina, i rapporti tra trattativa e linea ufficiale dello Stato e il comportamento dei mezzi d’informazione.
Proprio i media diventano una parte della vicenda: fino a che punto il diritto di cronaca può spingersi quando una notizia rischia di interferire con le indagini o addirittura con la sicurezza di una persona rapita? La serie riprende anche l’annuncio prematuro della liberazione di Farouk come esempio delle conseguenze che l’informazione può avere durante un caso ancora aperto.
Carlo Carlei: «I misteri irrisolti diventano suspense»
Carlei ha scelto di non eliminare queste zone d’ombra per rendere la storia più semplice.
Al contrario, l’ambiguità diventa parte della costruzione narrativa. Il problema, secondo il regista, era evitare che la complessità producesse confusione e trasformarla invece in partecipazione emotiva.
«I misteri irrisolti diventano fonte di suspense e di partecipazione emotiva», ha spiegato Carlei.
È forse qui che 177 giorni – Il rapimento di Farouk trova il suo punto più delicato: raccontare una vicenda conosciuta senza fingere che tutto sia stato chiarito. E farlo con il protagonista reale seduto davanti a chi quella storia l’ha trasformata in televisione, ancora impegnato, più di trent’anni dopo, a trovare un modo per convivere con quei 177 giorni.
