Il Festival di Venezia viene inaugurato da Ink, l’ultimo film di Danny Boyle che racconta la storia di come il The Sun è diventato il tabloid più letto al mondo.
L’ottantatreesima edizione di Venezia 83 si apre con Ink di Danny Boyle. Un film destinato a far discutere, ma che potrebbe essere un ottimo indicatore di quella che sarà la linea editoriale di questo concorso, o più in generale di quelli che saranno i film che domineranno i festival nei prossimi anni. Il concorso di Venezia ha confermato quello che era già nell’aria da un po’ di tempo: le major hollywoodiane hanno deciso di abbandonare, almeno momentaneamente, i festival europei, oltrepassando così le anteprime e, soprattutto, il chiacchiericcio dei critici che nelle ultime edizioni aveva finito per danneggiare economicamente i film di punta dell’industria.
I Festival, soprattutto Venezia, che negli ultimi anni aveva dimostrato una certa affinità con gli studi hollywoodiani, dovranno affrettarsi a cercare nuove strade.
In questo senso, Ink lascia ben sperare per quello che potrebbe essere un concorso dominato da film che riflettono sull’attualità e sul nostro presente, sempre più indecifrabile. Una direzione che può essere letta solo come una buona notizia vista la difficoltà di molti film di Hollywood di parlare del presente e dei suoi problemi, trovandosi in conflitto di interesse con gli interessi economici degli studios (vedi il caso di Artificial di Luca Guadagnino).
Ink, la trama
Ma dopo questa doverosa premessa, di cosa parla Ink? Il film è la vera storia dietro alla ricostruzione dell’acquisto del quotidiano The Sun da parte dell’editore Rupert Murdoch che ne affidò la direzione allo spregiudicato Larry Lamb, sino a farne il più venduto tabloid scandalistico inglese.
Arrivati a questo punto vi starete chiedendo in che modo un film sulla storia di un tabloid inglese degli anni 70 parla di noi? Proprio in risposta a questa domanda, Ink diventa un’opera profondamente affascinante.

Il rapporto tra Ink e il giornalismo di oggi
Danny Boyle, assieme allo sceneggiatore James Graham (che ha riadattato una sua precedente opera teatrale), decidono di concentrare il film sull’ascendente parabola di Larry Lamb, colpevole di aver inventato un modello giornalistico diventato l’antesignano di quello che è il giornalismo di oggi, fatto di provocazioni, di scandali, di titoli ad effetto e in cui l’unico fine è diventato quello di ottenere il “clic”, intercettando quelli che sono gli istinti dell’essere umano. Così Danny Boyle trasforma Lamb nell’uomo che, divorato dall’ambizione, finirà per perdere qualsiasi valore morale e trasformerà il giornalismo nel mondo che oggi ci siamo tristemente abituati a conoscere.
Un’intuizione, questa, resa fin troppo esplicita da un finale che suggerisce un parallelismo che era evidente già di per sé.

L’ambientazione storica
Ink, a prescindere dalla sua connessione con il presente, rimane un biopic storico. Un lato che il film cura con grande tatto, offrendo allo spettatore un preciso affresco della Londra del 1969.
La storia viaggia con grande ritmo tra le strade di Londra, su tutte la protagonista è Fleet Street (la famosa via che ospitava le redazioni dei più importanti giornali d’Inghilterra), catturando una serie di personaggi memorabili.
Danny Boyle con Ink ci regala un cinema sensoriale, in grado di restituire la fisicità dei giornali, la carta stampata, l’inchiostro (da cui il titolo del film), le pulsioni viscerali dell’uomo e i suoi desideri. Sarà proprio dalla capacità di Lamb di leggere i desideri nascosti del popolo che nascerà il successo planetario del The Sun.
È interessante notare che il film non si limita a raccontarti una storia, la regia di Boyle cattura lo spirito del tabloid più famoso al mondo: le inquadrature oblique seguono i caratteri del The Sun (che Lamb voleva “uscissero dallo schermo”), ed il ritmo concitato serve a trasmettere l’intensità e la velocità del giornale. Insomma, una regia vistosa, che riesce a mantenere una sua coerenza anche al netto di qualche passaggio in cui il manierismo di Boyle diventa fuori luogo.
Se il film ti accompagna con grande passo durante tutta la narrazione, bisogna riconoscere che verso il finale manca quel lato tragico a cui aspirava la sceneggiatura di Graham.
Un aspetto che ridimensiona le ambizioni autoriali del film, che rimane comunque un’ottima scelta per l’apertura del concorso, soprattutto se letto in relazione al mondo in cui viviamo, di cui ho la sensazione parleremo ancora a lungo durante questo lungo Festival.