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Breaking Bad, ecco come nove parole divennero la serie culto
Oggi tutti riconosciamo Breaking Bad come una delle serie migliori di sempre. Eppure la Sony, quando sentì il pitch, la bocciò a pieni voti.
C’è un vecchio taccuino, nell’ufficio di Vince Gilligan, che vale più di qualsiasi premio. Probabilmente si tratta del tipo di quaderno che finisce in fondo a un cassetto e ci rimane per anni. Eppure su quelle pagine c’è scritto l’inizio di tutto: nove parole che sarebbero diventate Breaking Bad, una delle serie televisive più influenti della storia.
“Un bravo ragazzo fa qualcosa di cattivo per salvare la sua famiglia”
Gilligan lo ha ritrovato qualche anno fa, quasi per caso, e lo ha raccontato sabato mattina ad Austin, Texas, durante il South by Southwest Film & TV Festival. È intervenuto a un convegno intitolato Albuquerque Aftermath: From Breaking Bad to Pluribus e ha raccontato al pubblico perché Breaking Bad ha rischiato di non vedere mai la luce. Non una volta, ma almeno due.
Al convegno hanno partecipato, oltre al creatore di Breaking Bad, l’attrice Rhea Seehorn, il compositore Dave Porter, la costumista Jennifer Bryan e la produttrice Trina Siopy.
Breaking Bad, il pitch bocciato dalla Sony Pictures e dalla HBO
La prima volta fu alla Sony Pictures Television, alla quale Gilligan portò la sua idea con la faccia di chi è convinto di avere in mano qualcosa di speciale: un insegnante di chimica, un cancro, una famiglia da mantenere, la metanfetamina come soluzione disperata e poi sempre meno disperata. Un uomo perbene che smette di esserlo, un millimetro alla volta.
Un alto dirigente della casa di produzione, oggi non più in azienda, lo ascoltò fino in fondo e poi pronunciò la sua sentenza: “È la peggior idea che abbia mai sentito”. Gilligan, che di mestiere racconta storie ma nella vita è rimasto una persona di rara signorilità, ci ha tenuto a precisare che quell’uomo è in fondo una brava persona e che col tempo ha riconosciuto la svista. Ma rimane il clamoroso abbaglio.
La seconda volta fu con HBO. Un incontro che Gilligan ha descritto, più volte nel corso degli anni, come uno dei peggiori della sua carriera. I dirigenti sedevano dall’altra parte del tavolo e irradiavano, parole sue, “una tossica radiazione gamma di disinteresse”. Qualcuno, quella mattina, stava perdendo l’occasione della vita senza saperlo.
Alla fine arrivarono la Sony, ricreduta, e AMC come distributore. Il resto è storia nota: Breaking Bad ha collezionato cinque stagioni e sedici Emmy, guadagnandosi un posto d’onore nell’empireo della televisione mondiale.
Pluribus, il nuovo progetto di Vince Gilligan
Ma quel sabato mattina ad Austin non si celebrava solo il passato. Sul palco con Gilligan c’era Rhea Seehorn, protagonista di Pluribus (e presente anche in Better Call Saul e in Better Call Saul Employee Training) il nuovo progetto del creatore di Breaking Bad. E a un certo punto dal pubblico è arrivata una domanda su Carol Sturka, il personaggio che interpreta in Pluribus: qualcuno l’ha definita antipatica.
Seehorn non ha gradito la parola, e ha spiegato perché con una precisione chirurgica. “Capisco la domanda, ma la domanda dietro la domanda, con la parola ‘antipatica’, è, secondo me, un uso scorretto, o abusato, riferito ai personaggi femminili. Il modo in cui le persone hanno definito cosa rende simpatica una donna è stato estremamente restrittivo per interpretare un personaggio. È molto più importante che quel personaggio sia accessibile in qualche modo, e per me significa comportarsi con verità e onestà nel momento in cui le persone dicono: ‘Wow, non è proprio gentile quando le portano le cose.’ Gli Altri hanno ucciso mia moglie. La mia carriera è finita. Potrei morire da sola guardando Golden Girls, quindi scusate se non sono proprio raggiante. Carol ha il diritto di esprimere l’intero spettro del comportamento umano. La trovo complessa, difficile, impegnativa”.
Gilligan ha annuito e aggiunto che, con Gli Altri così inattaccabilmente gentili e rassicuranti, è naturare affiancare loro una protagonista che porti in scena qualche spigolo, qualche incrinatura, qualcosa di vivo e difficile da gestire.
Sul senso profondo di Pluribus, invece, Gilligan ha preferito non sbottonarsi, scaricando elegantemente la questione sul pubblico. “Questo è il più difficile di tutti da spiegare. Cercherò di lasciare che siano gli altri a dirmi di cosa parla il nostro show, perché imparo sempre qualcosa di nuovo quando me lo raccontano. Di cosa parla qualsiasi show? Di cosa parla La vita secondo Jim?”.
Prima di chiudere, Gilligan ha anche parlato del suo metodo di lavoro con la squadra di sceneggiatori, e di come nel corso degli anni abbia imparato a non tenere il conto di chi ha avuto quale idea.
“La cosa migliore è imparare molto in fretta a non badare a chi ha avuto quale idea. Non tengo il punteggio nella mia testa. I momenti di cui sono più orgoglioso nei miei show non ricordo chi li abbia suggeriti. Vince l’idea migliore. Ci sono molti modi di fare questo lavoro, si può essere dittatoriali, e forse per qualcuno funziona, ma alla fine della giornata sono così fiero del risultato. Non stiamo curando il cancro nei nostri rispettivi show televisivi. Non c’è motivo per cui le persone non debbano godersi il lavoro. Una volta arrivati, lavoreranno sodo. Ma non c’è nessun motivo per cui debbano renderselo difficile a vicenda”.
Nove parole su un taccuino consunto. Un dirigente che disse no. Un altro che espresse tutto il proprio disinteresse. E alla fine, contro ogni previsione, una delle storie più grandi che la televisione abbia mai raccontato. Una storia da raccontare, magari in un’altra serie tv.
