Euphoria 3, parla Sam Levinson

Euphoria 3: una via d’uscita dal buio

Dopo anni di attesa, oggi Euphoria torna con una terza stagione che segna una rottura netta con il passato. Ma per capire davvero questa svolta, bisogna guardare a ciò che viene prima: The Idol, il progetto più controverso di Sam Levinson, che qui diventa quasi un controcampo necessario.

Se Euphoria era stata il racconto iperestetico e sensoriale dell’adolescenza, e The Idol una discesa nel cinismo più esplicito, la nuova stagione si colloca in un territorio diverso: quello che viene dopo la caduta. Sam Levinson si lascia andare a delle dichiarazioni sulla tanto attesa stagione di Euphoria.

Un salto temporale (e morale)

La scelta più evidente è il salto in avanti di cinque anni: i personaggi non sono più adolescenti, ma adulti dispersi in un mondo che non offre più protezione. Rue, ancora interpretata da Zendaya, si muove in un contesto segnato da dipendenze e illegalità, dove ogni scelta ha conseguenze definitive. Levinson abbandona così il racconto dell’adolescenza come caos emotivo per entrare in qualcosa di più radicale: la sopravvivenza.

L’ombra di The Idol

Levinson è esplicito: non voleva rifare The Idol. E questa affermazione diventa la chiave di lettura dell’intera stagione. The Idol era costruita su una provocazione continua: un mondo fatto di manipolazione, spettacolo e sfruttamento, dove il corpo era merce e ogni relazione un esercizio di potere. Era una serie che non cercava redenzione, ma insisteva sul vuoto. Euphoria 3 nasce invece come reazione a quel rischio: non restare intrappolati nel cinismo. Il cambiamento è sopratutto estetico, il cineasta dichiara che girare The Idol è stato come girare un reality show, quasi con uno stile documentaristico. Questo sicuramente non lo ritroveremo in Euphoria.

Il peso del lutto

A segnare profondamente questa stagione è anche la morte di Angus Cloud. Ricordiamo anche la morte di Eric Dane che interpreta Cal Jacobs, ma che è riuscito a girare la serie.  Levinson racconta di aver trasformato questo evento reale in materia narrativa, scegliendo di non rimuovere il dolore ma di integrarlo. Questo cambia radicalmente il tono della serie: Euphoria non è più solo rappresentazione del trauma, ma anche tentativo di elaborarlo. Al contrario, The Idol era costruita come un dispositivo artificiale di shock, Euphoria 3 è attraversata da qualcosa di reale, che impone un diverso senso di responsabilità. Insomma, sono due opposti.

Levinson contro se stesso

Il confronto tra le due serie finisce per essere un confronto interno all’autore. Con The Idol, Levinson sembrava voler spingere lo spettatore al limite, insistendo su un’estetica dello shock e del controllo. Con Euphoria 3, invece, mette in discussione quella stessa postura: non rinnega il buio, ma prova a capire cosa c’è dopo.Come suggerisce lui stesso, non si tratta più solo di mostrare il caos, ma di chiedersi: è possibile trovare un senso?

Conclusione

La terza stagione di Euphoria appare così come un’opera di passaggio, non solo per i personaggi ma per il suo autore. Se The Idol rappresentava un’esplorazione del vuoto, Euphoria 3 nasce dalla necessità di attraversarlo senza compiacimento. La domanda che tormenta la nuova stagione di Euphoria è: come si continua a vivere? 

Ed è proprio in questa domanda, più che nelle immagini o nelle provocazioni, che la serie trova la sua nuova identità.