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Harvey Keitel e il cinema secondo Aristotele
Harvey Keitel al Karlovy Vary Film Festival difende il cinema come forza estetica capace di cambiare la cultura, aprire lo sguardo e curare i pregiudizi.
Harvey Keitel non parla del cinema come di un mestiere da celebrare con la nostalgia dei reduci, né come di un pantheon da lucidare a ogni festival. A Karlovy Vary, dove è tornato per la terza volta in occasione della sessantesima edizione del festival, l’attore americano ha scelto una strada più esigente: ricordare che l’arte, quando non si limita all’intrattenimento, può ancora intervenire sul modo in cui gli uomini si guardano, si giudicano, si temono.
La lucidità del messaggio dell’ottantasettenne Harvey Keitel sta proprio nel suo apparente anacronismo. Parlare di cinema come forza capace di curare i pregiudizi, oggi, significa opporsi a un sistema culturale che ha imparato ad avvicinare gli esseri umani attraverso contenuti che spesso confermano ciò che già pensano, già temono, già odiano. L’algoritmo promette comunità, ma genera bolle di filtraggio; promette scoperta, ma premia la ripetizione.
Dove il content organizza il mondo per somiglianza e reazione immediata, il cinema può ancora costringere lo spettatore a sostare nell’ambiguità dell’altro, a vedere una vita che non coincide con la propria. E per spiegarlo, il saggio Keitel chiama in causa persino Aristotele: “Le parole da sole non bastano a cambiare una cultura. È necessaria una forza estetica, e quella forza è l’artista”.
Harvey Keitel e il cinema come forma di resistenza percettiva
Keitel, citando Aristotele, rimette il cinema in una posizione che l’industria contemporanea tende spesso a dimenticare. Il film non è soltanto contenuto, prodotto, proprietà intellettuale, materiale da distribuire su una piattaforma o da inserire in una strategia di catalogo. È una forma capace di agire dove il discorso pubblico fallisce: nell’immaginario, nella percezione, nel modo in cui una comunità impara a riconoscere l’altro.
Per Keitel, festival come Karlovy Vary, Cannes o Tribeca non dovrebbero servire semplicemente a premiare carriere e presentare film, ma essere luoghi in cui gli artisti portano la propria visione del mondo e la consegnano a un pubblico che, almeno per qualche ora, accetta di guardare fuori dalla propria rigidità.
Non oppone l’arte alla politica in senso ingenuo, come se bastasse un film a riparare le fratture del mondo, ma dice qualcosa di più preciso: “Credo che nel mondo tumultuoso di oggi, in cui le persone sono così ostili le une verso le altre per ragioni banali – non hanno mai sentito l’espressione ‘senza pregiudizi’, lasciare che ciascuno sia ciò che vuole essere senza contestarlo, senza uccidersi a vicenda per religione, colore della pelle o politica – sia proprio lì che entrano in gioco le arti”.
“Il vero dono è imparare a conoscere sé stessi attraverso l’arte”
Anche quando parla della propria carriera, Keitel evita l’automitologia.
Alla domanda sul perché non abbia mai diretto un film, risponde senza costruirsi addosso il rimpianto dell’autore mancato: “Non ho avuto il tempo di diventare regista, e non avevo la formazione. Ma ho avuto la fortuna di incontrare persone che quella formazione ce l’avevano, così la mia educazione è diventata il teatro e il cinema, e queste persone meravigliose con cui ho avuto la fortuna di lavorare: Scorsese, Tarantino, Jane Campion, Lina Wertmüller, Theo Angelopoulos e molti altri”.
Da qui nasce anche il consiglio più semplice e meno commerciabile che Keitel rivolge agli attori: studiare, leggere, lavorare sul mestiere, ma soprattutto lavorare su sé stessi con disciplina, ascolto, crisi della propria identità fissa. In un’epoca che spesso confonde la visibilità con la formazione, la sua posizione suona quasi antica, e proprio per questo necessaria.
Il nuovo film a cui Keitel sta lavorando con la moglie Daphna Kastner, ancora senza titolo pubblico, sembra muoversi nello stesso solco: il cinema come scoperta, come possibilità viva. Non un rifugio dal presente, ma uno degli ultimi luoghi in cui il presente può essere guardato senza ridurlo subito a schieramento.
