Il regista giapponese Hirokazu Kore-eda e IA

Hirokazu Kore-eda e IA, l’esperienza con Sheep in the Box

Hirokazu Kore-eda ha sperimentato uno strumento IA mentre scriveva Sheep in the Box, per poi rinunciare ai suoi suggerimenti. Ecco le sue impressioni.

Hirokazu Kore-eda prende posizione sul ruolo dell’intelligenza artificiale nel cinema. Il regista giapponese, autore di film come Un affare di famiglia e Monster, ha recentemente raccontato di aver sperimentato un chatbot IA durante la scrittura di Sheep in the Box, il suo ultimo film presentato al Festival di Cannes 2026.

Dopo alcuni scambi, però, ha deciso di interrompere l’esperimento: i suggerimenti ricevuti erano corretti, ma privi di quella componente personale che, secondo lui, rende davvero interessante un’opera cinematografica.

La vicenda offre l’occasione per riflettere su una questione sempre più centrale nell’industria audiovisiva: fino a che punto l’intelligenza artificiale può contribuire alla scrittura di un film senza impoverirne l’originalità?

Sheep in the Box, perché Kore-eda ha rinunciato all’IA

Ambientato in un futuro prossimo, Sheep in the Box racconta la storia di una coppia che, dopo la morte del figlio di sette anni, avvenuta due anni prima, accoglie in casa un robot umanoide costruito utilizzando i dati del bambino. Ayase Haruka interpreta Otone, un’architetta che si dedica alla cura del robot, mentre Yamamoto Daigo, al suo primo ruolo da protagonista, è Kensuke, il marito convinto che la creatura sia soltanto una macchina.

Proprio in considerazione del tema affrontato dal film, Kore-eda ha deciso di sottoporre la sceneggiatura a un chatbot, che ha soprannominato Chat-kun. Il sistema ha elogiato il lavoro del regista e gli ha suggerito di approfondire il personaggio della madre del protagonista per rendere la storia più efficace.

Queste le impressioni del regista:

Quello che diceva era corretto. Ma dice soltanto cose corrette. E mi sono chiesto che cosa rendesse tutto questo così noioso.

Il problema, per Kore-eda, non era quindi l’inesattezza delle risposte, ma la loro prevedibilità. Dopo diversi tentativi, ha concluso che le indicazioni del chatbot non avrebbero contribuito a rendere la sceneggiatura più interessante e ha deciso di interrompere la collaborazione. L’intelligenza artificiale non è stata poi utilizzata nella realizzazione del film.

Il rischio di un cinema sempre più prevedibile

Secondo Kore-eda, l’applicazione di criteri narrativi standardizzati rischia di favorire una produzione cinematografica omologata, nella quale le svolte narrative arrivano esattamente quando lo spettatore se le aspetta.

Il regista cita come esempio alcuni film d’azione, nei quali le sequenze sembrano seguire schemi riconoscibili e ripetuti:

Le situazioni cominciano ad assomigliarsi tutte.

La sua riflessione si concentra sulla differenza tra conoscere le regole della narrazione e possedere un’esperienza personale capace di trasformarle. Un’IA può elaborare una quantità enorme di informazioni sui film, ma non ha vissuto l’esperienza di essere spettatrice, di scoprire un’opera destinata a cambiare il proprio modo di vedere il mondo o di sviluppare gradualmente una sensibilità cinematografica.

Per quanto pochi film una persona abbia visto, per quanto i suoi gusti possano essere limitati, alla fine il punto di vista di qualcuno che ha visto un film capace di cambiargli la vita porterà a un lavoro più interessante.

È questa esperienza individuale, con le sue imperfezioni e le sue contraddizioni, a rappresentare per il regista una risorsa fondamentale del processo creativo.

Kore-eda e IA: “Creare qualcosa è divertente”

Kore-eda non ritiene che la questione debba essere affrontata stabilendo rigidamente quali attività spettino agli esseri umani e quali alle macchine. Anche se un giorno i robot dovessero superare le capacità umane in determinati ambiti, sostiene, le gare olimpiche dei 100 metri continuerebbero a esistere e gli spettatori continuerebbero a emozionarsi davanti alle prestazioni degli atleti. Il motivo è semplice: non tutto ciò che facciamo risponde a una necessità pratica o alla ricerca della massima efficienza.

Non è perché dobbiamo farlo. È perché è divertente. Allo stesso modo, creare qualcosa è divertente. Vorrei stare dalla parte degli esseri umani. Per questo intendo tenere l’intelligenza artificiale fuori dal processo creativo il più possibile.

Una posizione che riconosce nella creazione artistica non soltanto il risultato finale, ma anche il piacere, la ricerca e il percorso personale che portano alla realizzazione di un’opera.

Kore-eda, da Look Back al rapporto con la memoria e il lutto

La riflessione di Kore-eda sul valore dell’esperienza umana attraversa anche Look Back, il suo adattamento in live action del manga autoconclusivo di Tatsuki Fujimoto, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

La storia segue Fujino, una studentessa estroversa che disegna manga per il giornalino scolastico, e Kyomoto, una compagna di classe solitaria che ammira il suo lavoro. Unite dalla passione per il disegno, le due ragazze sviluppano un rapporto destinato a proseguire nell’età adulta, fino a un epilogo segnato dal dolore.

Il regista ha scoperto il manga durante la pandemia di Covid-19, quando la sua attività cinematografica si era fermata. La lettura lo ha spinto a ritrovare la motivazione per tornare a lavorare:

Alla fine, credo che tutto si sia ridotto a questo pensiero: “Non posso smettere adesso”.

Kore-eda ha ricordato anche le persone che hanno accompagnato il suo percorso professionale e che oggi non ci sono più. Circa la metà dei produttori e degli attori che lo hanno aiutato nel corso degli anni è morta, ma il loro ricordo continua a rappresentare una presenza significativa.

Non è mai una pressione. È un incoraggiamento e mi spinge a voler fare le cose nel modo giusto, a realizzare qualcosa nel modo giusto.

Riflettendo sui due film presentati quest’anno a Cannes e Venezia, il regista individua un elemento comune nel modo in cui entrambi affrontano il rapporto con chi non c’è più:

Se c’è un punto in comune, direi che riguarda il modo in cui ci confrontiamo con i morti.

Kore-eda sulle difficoltà del cinema indipendente giapponese

Nel corso dell’intervista, Kore-eda ha affrontato anche la situazione dell’industria cinematografica giapponese. Sebbene il cinema nazionale stia attirando crescente attenzione internazionale, ottenere finanziamenti rimane difficile, soprattutto per le produzioni indipendenti.

Il regista cita il caso di Hamaguchi Ryusuke e Fukada Koji, autori che, secondo lui, spesso riescono a raccogliere fondi in Francia con maggiore facilità rispetto al Giappone.

Questo è il mercato giapponese. È davvero difficile. È una sfida anche per me.

Kore-eda stima inoltre che gli anime rappresentino circa il 70% degli incassi complessivi nelle sale giapponesi, nonostante il numero di film in live action prodotti sia superiore. Parallelamente, le sale indipendenti specializzate nel cinema d’autore stanno chiudendo progressivamente, lasciando sempre meno spazio a una cultura cinematografica alternativa, ormai concentrata soprattutto a Tokyo e nelle altre grandi città.

I registi della generazione di Hamaguchi e Fukada sono cresciuti guardando film nei mini-theater. Quando questi spazi scompaiono, come potranno formarsi i prossimi registi?

Una preoccupazione che riguarda il futuro del cinema giapponese e la possibilità per le nuove generazioni di sviluppare uno sguardo autonomo, lontano dalle logiche commerciali dominanti.

Ripensando ai suoi oltre trent’anni di carriera, iniziata con il lungometraggio Maborosi, Kore-eda individua infine il cambiamento più importante nel progressivo raggiungimento di una maggiore libertà artistica. «Credo di aver capito che va bene essere liberi», conclude.