Festival Cinema Roma: Ghost Song, recensione in anteprima su Almanacco Cinema

Festa del Cinema 2026: Ghost Song, la recensione

Festa del Cinema 2026: Ghost Song, la recensione in anteprima dell’ultimo film di Faith Akin, il pluripremiato regista di La sposa turca.

Presentato alla Festa del Cinema 2026, Ghost Song (Geister) è l’ultimo film di uno dei cineasti più talentuosi degli ultimi anni: il tedesco di origini turche Faith Akin.

Torna un anno dopo L’isola dei ricordi con un film che parla d’amore e di fantasmi. E lo fa senza inutile retorica, e con ben poco dramma rispetto a quanto ci si aspetterebbe.

Ecco la nostra recensione in anteprima.

Festival Cinema Roma 2026: Ghost Song, la trama

Amburgo, presente. Due ragazzi freschi di diploma si conoscono a una serata in cima alla Fernsehturm. È evidente che siano anime gemelle, visto che si corrispondono in tutto, nome incluso (lei si chiama Farah, lui Faris). Nasce qualcosa di potente e inaspettato tra di loro, ma uno sfortunato incidente si metterà in mezzo. Eppure, malgrado tutto, i due non perderanno la loro potente connessione.

Festival Cinema Roma 2026: Ghost Song, la recensione

Essendo un film di fantasmi, Ghost Song è anche un film sulla morte. Morte che, però, non è letta come la fine di tutto e che, malgrado le drammatiche circostanze, porta chi la subisce dietro un velo quasi impalpabile: quello che divide i vivi dai morti. Da quel velo, però, l’interazione con il mondo dei vivi è possibile, anche se solo per un tempo limitato: il tempo che scandisce il racconto di Ghost Song.

E così, per 40 giorni e 40 notti, a chi è passato al di là del velo è concesso di fare visita a un suo caro ancora vivente, anche se in una dimensione onirica che, tuttavia, diventa concreta e lo resta anche la mattina dopo. Si avvertono lontani echi dei miti orfici e del mito di Orfeo ed Euridice: dopotutto, il substrato culturale che ha prodotto Ghost Song è limitrofo a quello greco. Parlando invece di cinema, è inevitabile andare con la mente a Ghost – Fantasma (1990) e alla struggente storia d’amore tra Demi Moore e Patrick Swayze in grado di superare anche il confine tra vita e morte.

Anche in Ghost si parlava della difficoltà di lasciar andare la persona amata, che è il vero tema cardine di questo film. Ghost Song va a toccare le corde profonde – anzi, profondissime – dell’accettazione del ciclo della vita e della forse apparente perdita delle persone che abbiamo amato. E lo fa con una meravigliosa dimensione estetica meravigliosa, con una splendida fotografia in bianco e nero (a cura di Frank Griebe) che suggerisce che forse la storia alla quale assistiamo non ha tempo.

Come non hanno tempo i volti bellissimi dei protagonisti Mariam Dawoud e Eren M. Güvercin, tanto intensi da bucare lo schermo. La chimica tra loro è quasi tangibile, mentre la trama si dipana e genera una fatale domanda: moriresti pur di riabbracciare la persona che ami e che hai perso? E ancora: amare significa avere vicino la persona amata a tutti i costi oppure lasciarla andare? La risposta a queste domande arriverà solo alla fine del film.

E su un lunghissimo, interminabile, primo piano si chiude Ghost Song. Nel frattempo, l’intera storia è stata portata alla luce nella sua verità e ribadisce una delle anime di questo film. Che, senza alcun dubbio, è soprattutto un film sull’amore.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.8
★★★⯨★