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Hollywood vuole un credito federale: la guerra dei set cambia scala

Hollywood vuole trasformare la fuga delle produzioni dagli Stati Uniti in una questione federale: mentre studios e sindacati chiedono a Washington un incentivo nazionale, l’industria continua però a concentrarsi intorno a gruppi sempre più grandi, come mostra la battaglia sulla fusione Paramount-Warner.

Non esiste ancora una legge né un’aliquota definitiva, ma la richiesta di un credito fiscale federale per cinema e televisione sta diventando una strategia industriale condivisa. Il senatore democratico Adam Schiff sta lavorando a una proposta bipartisan, mentre Motion Picture Association, sindacati e guild spingono perché Washington intervenga su un problema che i singoli Stati non riescono più a contenere.

I dati presentati durante il hearing di Burbank organizzato da Schiff descrivono bene il cambio di scala: nel 2022 circa un terzo dei film e delle serie scripted statunitensi veniva girato all’estero; nel 2025 la quota sarebbe salita al 45%. Nello stesso periodo la quota americana della produzione globale, secondo ProdPro, è scesa dal 52% al 38%. Hollywood continua a esportare film americani; sempre meno necessariamente li fabbrica in America.

Il problema non è più riportare i set a Los Angeles

Per anni quella degli incentivi è stata soprattutto una guerra interna: California contro Georgia, New York contro Louisiana. La California ha reagito portando il proprio programma fiscale a 750 milioni di dollari l’anno, ma un credito statale può spostare una serie da New York a Los Angeles; molto più difficilmente può competere da solo con Londra, Vancouver, Budapest o Sydney.

Un credito federale cambierebbe il meccanismo perché potrebbe sommarsi agli incentivi locali. È il modello già adottato altrove: il Canada combina un credito federale sui costi del lavoro con quelli provinciali, mentre il Regno Unito ha costruito un sistema nazionale che per alcune produzioni garantisce benefici molto rilevanti. La Motion Picture Association ha definito l’eventuale incentivo americano un possibile “game-changer”.

Le formule in discussione non sono ancora unificate. A Burbank sono circolate ipotesi nell’ordine del 15-19%; il piano sostenuto separatamente da Jon Voight e discusso con l’amministrazione Trump prevede invece, un credito del 20% sui costi del lavoro, aumentabile in determinati casi. Cambiano le percentuali, non la diagnosi: il cinema americano viene ormai trattato come un’industria manifatturiera capace di delocalizzare.

Mentre chiede protezione, Hollywood diventa più concentrata

La battaglia sulla fusione da circa 110 miliardi di dollari tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery completa il quadro. Hollywood chiede allo Stato di proteggerne la capacità produttiva nazionale proprio mentre una delle maggiori operazioni del settore potrebbe ridurre ulteriormente il numero dei grandi studios indipendenti.

La California e altri Stati hanno fatto causa sostenendo che l’operazione unirebbe due dei cinque maggiori distributori cinematografici americani e lascerebbe quattro gruppi a controllare oltre l’85% delle wide release. Il ricorso della California riguarda non soltanto quanti film verranno prodotti, ma il potere con cui il nuovo gruppo potrà negoziare con sale, lavoratori e creativi.

Gli esercenti, però, stanno cambiando atteggiamento.

AMC, Regal e Cinemark hanno mostrato apertura alla fusione e Cinema United, che rappresenta circa 30.000 schermi americani, ha chiesto a Paramount e alla California di trovare un accordo con garanzie applicabili. Paramount ha offerto almeno 30 film l’anno per tre anni, una finestra di 45 giorni prima del premium video on demand e di 90 giorni prima dello streaming, impegni che potrebbero diventare contrattualmente vincolanti.

Salvare il cinema americano non significa salvare Hollywood

Le due vicende raccontano lo stesso cambiamento da direzioni opposte. Da una parte Washington viene chiamata a rendere gli Stati Uniti abbastanza convenienti da trattenere produzioni che possono trasferirsi nel giro di una stagione; dall’altra l’industria cerca economie di scala attraverso fusioni che riducono il numero dei grandi compratori, produttori e distributori.

E persino un credito federale potrebbe avere un effetto inatteso: rendere più competitivi gli Stati Uniti senza necessariamente riportare i set in California. Se l’incentivo nazionale fosse cumulabile con quelli di Georgia, New York o Illinois, un film recuperato da Londra potrebbe finire ad Atlanta senza passare da Los Angeles.

La fuga, del resto, non porta verso un unico concorrente. Il principale beneficiario è il Regno Unito, ormai infrastruttura stabile di Hollywood tra Pinewood, Leavesden e Shepperton, seguito dal Canada e da poli in rapida crescita come Ungheria e Australia. Nel 2025 quasi il 45% delle produzioni scripted statunitensi è stato realizzato fuori dagli USA. L’industria chiede quindi al governo federale di difendere la propria fabbrica mentre contemporaneamente ne ridisegna la geografia produttiva e la concentrazione proprietaria.

Resta da vedere quanto di ciò che chiamiamo ancora Hollywood sarà rimasto, nel frattempo, nello stesso posto e nelle stesse mani.