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Paramount-Warner, la fusione passa dalle promesse ai tagli

Dopo il via libera DOJ, la fusione Paramount-Warner apre nuovi fronti: lavoro, archivi, FCC, fondi esteri e controllo della memoria audiovisiva.

Solo due mesi fa la fusione tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery appariva già come uno scontro aperto tra promessa industriale e paura del consolidamento. David Ellison prometteva agli esercenti 30 uscite l’anno e una finestra esclusiva in sala di 45 giorni, più sala, più forza contro Netflix e le piattaforme. Hollywood rispondeva con una lettera firmata da migliaia di professionisti contro l’operazione.

La prima parte della storia era costruita sulle promesse. Ma ora il Dipartimento di Giustizia americano ha dato il via libera all’acquisizione, e attorno al deal da 111 miliardi di dollari si sono aperti fronti più duri su lavoro, archivi, proprietà straniera, documentario e indipendenza editoriale.

Questa seconda parte riguarda il prezzo. Report sui posti di lavoro, revisioni internazionali, accuse incrociate tra Paramount e Netflix, timori sugli archivi CNN e CBS, pressioni sulla FCC e dubbi sul modo in cui il DOJ ha chiuso l’indagine. La fusione Paramount-Warner è diventata il caso più chiaro della nuova Hollywood: una vecchia industria indebolita da debito, streaming e calo della televisione lineare prova a salvarsi usando la stessa medicina che l’ha resa più fragile, cioè la concentrazione.

Il risultato possibile è un gruppo più grande, più indebitato e più selettivo nel decidere cosa finanziare, cosa distribuire, cosa archiviare e cosa lasciare fuori dal mercato e dalla storia. Il prezzo dell’operazione non riguarda solo gli azionisti. Cade su lavoro, pluralità produttiva, documentario, accesso agli archivi e potere contrattuale di chi fa cinema.

La protesta che continua a crescere, mentre una nuova autorialità avanza

La lettera pubblicata su BlockTheMerger.com ad aprile era partita con oltre mille firme. Oggi la pagina ufficiale indica più di 5.600 firmatari.

Tra i nomi compaiono registi, attori, sceneggiatori, produttori, documentaristi, tecnici e professionisti dell’industria: Denis Villeneuve, Kristen Stewart, J.J. Abrams, Joaquin Phoenix, Ben Stiller, Don Cheadle, Javier Bardem, Lily Gladstone, Lin-Manuel Miranda, Laura Poitras, Alex Gibney, David Fincher, Robert De Niro, Mark Ruffalo, Jane Fonda, Pedro Pascal, Yorgos Lanthimos e molti altri.

Il testo accusa la fusione di ridurre ulteriormente concorrenza, posti di lavoro, possibilità per gli autori e scelta per il pubblico: inoltre il numero dei grandi studios americani è destinato a scendere a quattro. La campagna non si è sgonfiata dopo il primo ciclo mediatico. È cresciuta proprio mentre Paramount raccoglieva approvazioni regolatorie e provava a presentare l’operazione come rilancio industriale.

Nel frattempo, fuori dal perimetro classico degli studios, YouTube ha già occupato lo spazio nella sala che Paramount e Warner stanno cercando di difendere con una fusione. Non è più soltanto una piattaforma video, né soltanto un archivio infinito di contenuti amatoriali. È diventata televisione domestica, sistema pubblicitario, vivaio di registi, laboratorio di generi, macchina di distribuzione e luogo in cui una comunità può nascere prima ancora che un film venga finanziato.

Il fronte critico passa dal cinema al sistema

A maggio, la critica ha smesso di concentrarsi solo sul numero di film promessi da Ellison. The Hollywood Reporter ha letto il deal come rischio strutturale per il futuro di Hollywood, con il nodo delle sinergie e dei tagli al centro della discussione. La parola “sinergia” resta il modo elegante con cui le fusioni descrivono ciò che poi diventa accorpamento: reparti sovrapposti, funzioni duplicate, team ridotti, fornitori messi in concorrenza, costi compressi.

Il 27 maggio, sempre The Hollywood Reporter ha raccolto l’allarme di Laura Poitras e Geeta Gandbhir sul documentario classico, che dipende da finanziamenti, distribuzione, licenze, archivi, footage, materiali televisivi e accesso alle fonti audiovisive. Se i grandi cataloghi e le grandi library finiscono in un numero sempre minore di mani, le storie che restano producibili diventano meno numerose e più prudenti.

Il problema non riguarda soltanto il gusto editoriale dei nuovi dirigenti, ma il costo di accesso alle immagini, la velocità delle autorizzazioni, il potere di concedere o negare materiali, la possibilità per produzioni indipendenti di raccontare eventi storici senza dipendere da tariffe e condizioni imposte da pochi gruppi.

Il tema diventa ancora più fragile in una fase in cui il documentario deve già misurarsi con immagini generate, volti sostituiti e identità digitalmente protette: dal docufilm AI Dreams of Violets presentato a Tribeca al caso Netflix di The Investigation of Lucy Letby che usa overlay AI per anonimizzare due testimoni, fino al paradossale Synthetic Sincerity di Marc Isaacs.

La domanda non è più soltanto che cosa sia falso, ma quanto senso critico resti quando anche la sincerità può essere sintetizzata.

Debito, fondi esteri e rischio finanziario

All’inizio di giugno il dossier si è spostato sul terreno finanziario e geopolitico. Paramount Skydance ha chiesto l’approvazione antitrust europea per l’acquisizione di Warner Bros Discovery, aprendo il tema del rischio credito attraverso l’analisi di S&P Global: un’operazione di questa scala non vive solo di visione industriale, ma di debito, rating, risparmi promessi e pressione a generare cassa.

L’Unione Europea sta esaminando il deal anche alla luce del Foreign Subsidies Regulation, con decisione attesa entro il 14 luglio.

Nel finanziamento compaiono infatti fondi sovrani legati ad Arabia Saudita, Abu Dhabi e Qatar. Paramount sostiene che il controllo editoriale resterà domestico e che gli investitori esteri non avranno potere operativo sulle scelte del nuovo gruppo. Ma in una società che metterebbe insieme studios, piattaforme, broadcaster, news e library storiche, il controllo non passa solo dai diritti di voto, ma dai capitali disponibili, dalle priorità industriali, dai mercati da proteggere e dalle cautele preventive.

Per questo la revisione europea sui sussidi esteri e le pressioni sulla FCC non sono dettagli burocratici, servono a chiarire quanto capitale, diplomazia e interessi commerciali possano restringere il perimetro delle storie producibili, finanziabili, archiviate o distribuite.

Netflix e lo streaming diventano così il nemico di comodo della libertà

Il 9 giugno Paramount ha portato Netflix dentro la battaglia regolatoria. Lo studio ha accusato il rivale di condurre una campagna per far deragliare la fusione con Warner Bros. Discovery, parlando di una strategia “scorched earth” costruita per avvelenare il giudizio dei regolatori. Netflix ha respinto l’accusa definendola assurda.

Paramount presenta la fusione come una risposta necessaria allo squilibrio creato dalle piattaforme: Netflix, Amazon e Apple hanno cambiato finestre, contratti, abitudini di consumo, accesso ai dati e potere negoziale. Il risultato, però, resta una nuova concentrazione. Per reggere contro i blocchi proprietari dello streaming, Hollywood sta costruendo un blocco proprietario fuori misura.

Nelle stesse ore il controllo sull’operazione usciva dai confini americani. La Competition and Markets Authority britannica ha avviato la revisione formale della fusione, con una decisione sulla possibile fase 2 attesa entro il 7 agosto. Poco dopo sono arrivati i via libera di Australia e Nuova Zelanda. Il calendario regolatorio mostrava già la distanza tra il racconto di Paramount e la realtà del dossier: il DOJ pesava moltissimo, ma non chiudeva la partita.

Paramount per arrivare alla chiusura sta usando una strategia legale legata al Primo Emendamento per difendere l’operazione e presentarla come questione di libertà editoriale e competizione nel mercato delle idee, tentando di cambiare il terreno di scontro dalla concentrazione economica alla libertà d’espressione.

Ma se una fusione concentra studios, reti, piattaforme, archivi e canali informativi, per invocare la libertà d’espressione bisognerebbe prima dimostrare in che modo quella concentrazione non riduca concretamente il numero di soggetti capaci di produrre, finanziare, distribuire e conservare quella libertà. 

Il DOJ apre la porta senza condizioni

Il 12 giugno il Dipartimento di Giustizia ha chiuso l’indagine antitrust.

Nella dichiarazione ufficiale, il DOJ sostiene che la fusione non dovrebbe danneggiare concorrenza o consumatori nei tre settori osservati: streaming video on demand, televisione lineare e sviluppo, produzione e distribuzione cinematografica per la sala. Il Dipartimento afferma di aver esaminato oltre due milioni di documenti e di aver condotto un’indagine durata otto mesi.

La motivazione federale è costruita attorno a un’idea precisa: l’industria è dinamica, Netflix ha aperto una fase nuova, la televisione lineare è in declino, altri operatori competono per contenuti, sport, news e pubblico, mentre studios come A24, Lionsgate, Amazon MGM, Blumhouse e Netflix possono agire anche sul theatrical. Secondo il DOJ, il gruppo combinato aumenterebbe la pressione competitiva nel mercato dello streaming e non ridurrebbe l’offerta cinematografica.

L’approvazione è arrivata senza condizioni, cessioni o rimedi comportamentali. Il DOJ non ha imposto obblighi specifici sulla produzione, sulla tutela del lavoro, sulla gestione separata degli studios, sull’accesso agli archivi o sulla licenza dei cataloghi. Ha accettato l’idea che la concorrenza futura basti a contenere il potere del nuovo gruppo.

Paramount-Warner è una risposta prevedibile alla crisi dello streaming, ma meno soggetti forti significano meno compratori, meno alternative per i talenti, meno margine per i produttori indipendenti e più potere nella gestione di library e diritti.

Il sospetto politico entra nel racconto

Il 16 giugno, The Guardian ha raccontato un episodio piccolo nelle dimensioni e grande nel significato: Paramount Skydance ha rifiutato uno spot della Freedom of the Press Foundation critico verso la fusione e verso i legami politici della famiglia Ellison, motivando il no con un “conflitto di interesse”. Il messaggio sarebbe dovuto andare in onda durante una trasmissione UFC su Paramount+.

Il caso mostra chiaramente perché la questione editoriale non può essere separata dal deal. Una società che sta cercando di ottenere il controllo di un impero mediatico respinge una pubblicità critica sulla propria operazione. Le reti respingono spot per molte ragioni, ma qui il segnale arriva nel momento più sensibile: proprio mentre si discute se un gruppo che unisce CBS, CNN, HBO, Warner, Paramount, piattaforme e library possa garantire indipendenza, pluralità e accesso.

Secondo un report del Wall Street Journal, i vertici del DOJ avrebbero chiuso l’indagine prima che gli avvocati interni potessero formalizzare eventuali obiezioni. Il DOJ ha respinto implicitamente questa lettura rivendicando la completezza dell’indagine, ma la notizia ha ovviamente alimentato le critiche politiche.

Elizabeth Warren ha parlato di odore di corruzione, legando il via libera alla vicinanza tra gli Ellison e l’amministrazione Trump.

Los Angeles mette il costo nero su bianco, la FCC resta l’ultimo grande freno

Il Department of Economic Opportunity di Los Angeles County, con il LA County Film Office e il Chief Executive Office, ha pubblicato un report intermedio sui possibili effetti economici e occupazionali della fusione. Il documento individua circa 2.495 posizioni locali potenzialmente esposte alla sovrapposizione tra Paramount e Warner.

Il report precisa che non si tratta di una previsione automatica di licenziamenti, ma di ruoli immediatamente vulnerabili alla pressione del consolidamento. Le aree più esposte sono corporate, tecnologia, real estate, amministrazione e funzioni condivise.

Il gruppo combinato porterebbe circa 82 miliardi di dollari di debito lordo e punterebbe a più di 6 miliardi di dollari di risparmi. Quando una fusione promette risparmi di questa scala, quei risparmi devono arrivare da qualche parte. Arrivano da reparti sovrapposti, sistemi integrati, uffici chiusi, piattaforme accorpate, contratti rivisti e personale ridotto.

Los Angeles diventa così il luogo dove la retorica globale dello streaming incontra gli indirizzi fisici del lavoro. La contea ricorda che la creative economy locale sostiene più di 312.000 lavoratori, con oltre 171.000 impieghi nel settore entertainment. Il rapporto arriva dopo pandemia, scioperi del 2023, incendi del 2025 e calo dell’attività produttiva locale.

Cory Booker, Adam Schiff ed Elizabeth Warren hanno chiesto alla Federal Communications Commission di impedire la chiusura dell’operazione finché non sarà completata la revisione sulla proprietà straniera. La FCC entra in gioco perché il deal non riguarda soltanto due studi cinematografici: dentro l’operazione ci sono anche broadcaster, reti informative e licenze che dipendono da un’autorizzazione pubblica.

Quando capitali esteri partecipano al finanziamento di un gruppo che controlla canali, news e piattaforme, la domanda non riguarda più solo chi possiede le azioni, ma chi può condizionare l’ambiente in cui quelle reti operano, chi decide se distribuire una notizia, licenziare un’immagine o conservare una parte del racconto pubblico.

Gli archivi sono il punto che Hollywood fatica a nominare

Il fronte degli archivi resta il più importante per capire la portata culturale dell’operazione. Sotto lo stesso tetto finirebbero Paramount Pictures, Warner Bros., Paramount+, HBO Max, CBS, CBS News, CNN, TNT, TBS, HGTV e un’enorme quantità di library e diritti. Per il documentario, il giornalismo e la ricerca storica, gli archivi diverrebbero una infrastruttura pubblica gestita da soggetti privati: immagini prodotte dentro aziende, ma necessarie a raccontare guerre, processi, elezioni, scandali, catastrofi, movimenti sociali e crisi politiche.

Per una major il footage è una voce di costo; per un documentario indipendente può essere il punto in cui una storia smette di essere producibile. Qui l’archivio smette di essere un magazzino del passato e diventa uno strumento di selezione del presente.

Il rischio non è che l’immagine generata cancelli l’archivio dall’oggi al domani. Il rischio è più concreto: se gli archivi finiscono in strutture sempre più concentrate e le immagini sintetiche diventano sempre più economiche, la scelta industriale può spostarsi rapidamente. Ogni volta che il documento costa troppo, arriva tardi, crea problemi legali o porta con sé dettagli scomodi, la ricostruzione diventa l’alternativa più conveniente: costa meno del footage originale, si controlla meglio, si vende meglio e crea meno attrito legale.

L’archivio obbliga a fare i conti con fonti, date, diritti, contesto, grana, contraddizioni, tempi di autorizzazione e responsabilità storiche. L’immagine sintetica ha aperto una nuova economia della percezione della realtà: non vince l’immagine più vera, vince quella che costa meno controllare. E a quel punto anche poter distinguere una prova dalla sua imitazione smetterà di essere un esercizio critico, divenendo un costo che qualcuno preferirà eliminare.